Che cos’è una repubblica

Qualche tempo fa, mentre spiegavo a lezione questo testo di Kant, una studentessa mi sorprese con una domanda.

Per Kant la repubblica – un modo di governare basato sulla rappresentanza e sulla divisione dei poteri – è il miglior antidoto alla guerra. La scelta bellica è facile se è compiuta da un despota, dotato di un esercito professionale, che non ne subirà le conseguenze; è meno probabile se a deliberarla sono i cittadini, che la patiranno sulla loro pelle. Ma non c’è contraddizione fra questa tesi e il requisito, repubblicano, della rappresentanza? Un parlamento che vota a favore di un impegno bellico – eventualmente contro l’opinione pubblica – manda pur sempre in guerra qualcun altro, senza soffrire assolutamente nulla. Certo, quel parlamento potrà essere punito alle elezioni successive, ma anche questo è aleatorio, specialmente se la guerra – occultata in pacchetti di proposte allettanti – è combattuta da soldati non più di leva.

Questa – come dicono i professori quando non sanno che cosa rispondere – era davvero un’ottima domanda. Soprattutto perché non potevo cavarmela eliminando la rappresentanza dalla repubblica di Kant, per trasformarla in democrazia diretta.

Per Kant, se il potere è direttamente in mano alla massa, la sua volontà maggioritaria, credendosi contraddittoriamente identica alla volontà di tutti, sarà fatalmente una volontà dispotica, che si abbatterà sulle minoranze senza rispettare né le forme, né i limiti del diritto. Questo dominio informe si darà difficilmente dei limiti legali, proprio perché il potere della massa si identifica col potere di tutti: è più facile che a porsi il problema della legittimazione del proprio potere sia un monarca, perché è da solo contro tutti, piuttosto che una maggioranza democratica.

Così, se accettiamo la rappresentanza per timore del populismo, ci esponiamo al rischio di essere rappresentati da delegati che si occupano esclusivamente dei loro interessi; se abbracciamo la democrazia diretta per timore dell’oligarchia, ci esponiamo al rischio di venir assoggettati da maggioranze tiranniche. Chi conosce la nostra storia recente sa che queste opzioni non sono ipotesi di scuola.

Dai testi di Kant è però possibile ricavare una risposta, per esempio partendo da qui. In una repubblica i rappresentanti possono essere tenuti sotto controllo se c’è la libertà dell’uso pubblico della ragione. Non si tratta di un privilegio per pochi, da qualche pulpito ecclesiastico, accademico e televisivo: è la libertà di informare ed essere informati, di discutere ed essere discussi. C’è una controprova storica recente, questa, che mostra come la pressione dell’opinione pubblica possa indurre a por fine a una guerra deliberata dai rappresentanti sulla pelle dei rappresentati, quando è effettiva questa libertà.

Quando un regime merita il nome di repubblica? Quando lo si scrive in una costituzione? Quando si va a votare ogni tanto? Se bastasse questo, la repubblica sarebbe solo uno rituale per farci credere che quanto decidono altri, per i loro interessi, lo decidiamo in realtà noi per i nostri. C’è molto di più: non si può avere repubblica – politica o scientifica che sia – senza la libertà della conoscenza. Sembra una banalità. Ma è una banalità talmente banale che, in questo momento, sento il bisogno di dirla.

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