La distruzione dell’università pubblica

Linko qui, per chi ha voglia di leggerlo,  l’articolo del professor Fulvio Tessitore uscito sulla “Repubblica” di Napoli del 14 luglio 2008.

Fulvio Tessitore è un academicus maximus. Io, che sono una accademica minima, sarò un po’ più breve.

Il decreto di cui l’articolo discute vorrebbe incoraggiare le università, con la leva di una drastica riduzione del finanziamento pubblico, a trasformarsi in fondazioni di diritto privato. Questo passo è appetibile per le università capaci di autofinanziarsi, attirando studenti ricchi in grado di pagare ricche rette; non è praticabile per le università che non sono in grado di farlo, per esempio perché si trovano in zone povere del paese. Questi atenei si ridurranno a state universities all’americana, per svendere agli studenti più poveri una istruzione di serie B.

Il principale vizio dell’università italiana, sul quale mi diverto a fare letteratura in questo blog, è la sua gestione privatistica: chi ha una carica accademica, anche piccola, tende a trattarla come una sua proprietà che usa per i suoi interessi. Perché mai dovrebbe cambiare qualcosa, se le università venissero privatizzate?

Un sistema di istruzione pubblica si dovrebbe legittimare per gli stessi motivi per i quali si giustifica un sistema sanitario pubblico. La sua missione dovrebbe essere assicurare la conservazione e la disseminazione del sapere in maniera equa e universale – per garantire, politicamente, la salute della repubblica, e, economicamente, la prosperità di una società industriale avanzata. Possiamo davvero permetterci il lusso di avere dei poveri che sono anche ignoranti?

Un sistema di istruzione pubblico dipende principalmente dalle tasse dei cittadini, di fronte ai quali dovrebbe giustificarsi, mostrando loro gli esiti della sua attività e assicurando procedure di selezione trasparenti. Impossibile, in Italia?

Non direi. Basterebbe cambiare poco per cambiare tutto. La pubblicazione ad accesso aperto – a cui favore ha firmato la quasi totalità dei rettori delle università italiane – renderebbe possibile a chiunque leggere quello che scriviamo e ci farebbe risparmiare buona parte del denaro che diamo agli editori. E basterebbe vietare le carriere interne per rendere i concorsi più trasparenti, scardinando sul nascere il rapporto feudale fra “maestro” e “allievo”. Sempre che non si preferisca evitare ogni confronto serio con il contribuente e privatizzare il privatizzabile, in modo da rendere estesi e senza controllo quei grumi di potere privatistici che tutti noi, a parole,  deploriamo.

Amo sostenere che l’università deve essere difficile. Il professore buono deve essere “cattivo”: i suoi esami devono essere una prova che si prepara con fatica e si ricorda – una volta superata – con orgoglio.  Io posso  permettermi  il lusso di compiere il mio dovere perché sono e mi sento una funzionaria pubblica, che risponde alla legge prima che agli studenti. Ma se avessi di fronte a me i clienti, più o meno danarosi, di un più o meno esclusivo laureificio, sarei ancora in grado di compiere seriamente il mio lavoro di insegnante?

4 Responses to “La distruzione dell’università pubblica”

  1. Cara Maria Chiara Pievatolo, grazie per aver citato il mio articolo sul sistema sanitario americano.

    Il tema dell’universita’ e’ molto complesso e affascinante. Nel mio blog ho scritto un articolo sul sistema di incentivi operante nell’universita’ italiana e che a mio avviso e’ causa dei mali che tu stessa denunci e che sono noti a tutti coloro operano nel settore.

    Spero che tu possa trovarlo interessante. Veniamo da esperienze molto diverse: il mio curriculum e’ di tipo sceinfico; spero che dal confronto dei nostri approcci possa nascere un pensiero articolato su questo tema.

    http://innovatorieuropeistlouis.wordpress.com/2008/04/27/universita-e-ricerca-in-italia/

  2. Sono d’accordo con quasi tutto, tranne una cosa, ovvero la proibizione delle carriere interne.
    E’ vero che spezzerebbe (almeno in parte) le relazioni baronali, ma condannerebbe anche i ricercatori ad una vita “nomade”, difficilissima da coniugare con qualsiasi relazione, sociale, amorosa, amicale… (penso un po’ anche a quello che potrebbe diventare in prospettiva il mio caso).

  3. E’ la vita nomade che, a inizio carriera, fanno i giovani ricercatori tedeschi o americani, in nome di una regola non scritta di buona creanza accademica. Martinotti, molto più draconianamente, proponeva di obbligare alla migrazione a ogni passaggio di grado: quindi, come minimo, tre volte, Io mi accontenterei di una sola migrazione – quella sufficiente a tagliare il perverso cordone ombelicale che lega il giovane dottorando al suo “maestro”.

    E’ possibile escogitare soluzioni meno dolorose?

    Francamente non lo so.

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