Illuministi, elettricisti

Sono andata al funerale di mio padre.

Mio padre – io sono, a quanto pare, un caso ormai raro di mobilità sociale verso l’alto – è stato per molto tempo capo-tecnico della sede Enel in una cittadina della provincia veneta. Al suo funerale – anche se ormai era in pensione da molti anni – c’erano molti colleghi di lavoro e alcuni utenti. E ne parlavano bene, con  sincerità.

Quando muore un ricercatore universitario, i colleghi gli dedicano poche, affrettate parole, sottolineandone la grande umanità. Quando muore un professore ordinario, se ne parla un po’ di più. Non se ne menziona l’umanità – a quanto pare, i professori l’hanno già trascesa – ma, per definizione, l’eccellenza scientifica. Non ho invece idea di quel che si dica quando muore un professore associato. Immagino – non so se  al mio funerale avrò la presenza di spirito per verificarlo – che sia celebrato, un po’ di più del ricercatore e assai meno dell’ordinario, come semi-umano e semi-eccellente. Ma su tutti questi elogi aleggia qualcosa di non detto, che però in cuor suo pensa ciascuno.

Sugli esseri umani ordinari grava il memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris. I professori ordinari invece  – a meno che il governo non tagli il turnover – non ridiventano polvere. Ridiventano budget. Il budget, nell’organico, serve per bandire nuovi concorsi. A che cosa dunque potranno mai pensare i colleghi, al funerale di un professore? A una cosa, una cosa soltanto: come impadronirsi del suo budget per far bandire il sospirato concorso per il loro schiavo di riferimento. Per questo, i colleghi non potranno mai essere grati per la sua vita  più di quanto lo sono per la sua morte. Per questo, mentre si può  sinceramente stimare chi ci fa avere la luce elettrica, nessuna vera stima si riserva a chi si dedica ai lumi della ragione.

Che brutto mestiere ho scelto.

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