Il professore va all’assemblea

Oggi sono stata a un’assemblea convocata dai rappresentanti degli studenti allo scopo di informare i rappresentati sulla riforma (Gelmini)-Tremonti di cui ho già parlato qui e qui. Contro le mie aspettative, l’ampia aula del polo didattico Carmignani era completamente piena. C’è, evidentemente, interesse.

Di tutto quello che si è detto, voglio raccontare quanto hanno richiesto i cosiddetti ricercatori precari.  I “precari” quelli che gli studenti chiamano “assistenti”, cioè, in realtà, borsisti, assegnisti e contrattisti. Sono giovani che sacrificano gli anni migliori della loro vita per salari bassissimi, incerti e intermittenti, svolgendo compiti a cui non sarebbero tenuti, ma che sono indispensabili per l’università. Per esempio,  almeno finché l’università resterà pubblica, gli esami – a garanzia dello studente – devono essere svolti da una commissione e non da un professore monocratico. Se non avessi il precario che sta con me a farsi centinaia di esami gratis, io non potrei – legalmente – esaminare nessuno. Perché queste persone, che guadagnerebbero di più se andassero, come si diceva una volta, “a servizio” si sottopongono a tutto questo? Perché sopportano un sistema che è spesso simile alla schiavitù? Soltanto per passione.  Se avessero interessi più terreni  preferirebbero fare gli elettricisti.

Cosa chiedono i “precari”? Che docenti e ricercatori siano solidali con loro, astenendosi da tutta la didattica che non è loro imposta per legge. Per legge, attualmente, un professore non dovrebbe fare più di 60 ore di lezione all’anno, perché per un docente universitario l’attività didattica è qualcosa di collaterale rispetto alla ricerca; quanto ai ricercatori, si chiamano così perché dovrebbero  ricercare e non insegnare. Se  ciascuno di noi svolgesse solo i compiti assegnatigli dalla legge, si vedrebbe che le risorse umane dell’università pubblica sono già tese al limite estremo. I cinquantamila precari della ricerca, che non verranno mai assunti, mentre Geronte Cariatide potrà fare, come insegna il collega, il bello e il cattivo tempo finché non andrà in pensione, sono – in termini di capitale umano – i nostri mutui subprime.

Vogliamo o no una università accessibile a tutti quelli che hanno voglia di studiare? Vogliamo o no un sistema di istruzione e di ricerca trasparente? E’ davvero così ovvio che il denaro delle nostre tasse  debba servire solo a “salvare” l’Alitalia?

I professori amano fustigarsi – come si sa, la situazione dell’università è sempre colpa di tutti gli altri – e rassegnarsi. Col risultato che ciascuno di loro può essere bastonato impunemente – sempre, beninteso, per  colpa di tutti gli altri.

I professori amano lamentarsi perché non godono di buona stampa.  Abituati a considerarsi classe dirigente – come non sono più  – si scoraggiano perché sentono la mancanza di appositi giornalisti che parlino per loro, quando potrebbero benissimo parlare da sé.

Riusciranno, almeno questa volta, a difendere le loro ragioni?

Vedremo domani.

Io ovviamente scrivo tutto questo solo a scarico di coscienza. Perché è sempre, beninteso,  colpa di tutti gli altri.

One Comment to “Il professore va all’assemblea”

  1. e intanto in lombardia organizziamo le claque per applaudire il ministro in ogni sua apparizione pubblica …

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