Perché all’università ci sono tanti precari? *

L’università pubblica offre – o dovrebbe offrire – al pubblico un servizio che consiste in:

  • lezioni
  • esami di profitto
  • conferimento di titoli di studio

I cosiddetti ricercatori precari vengono impiegati sia nelle lezioni, sia negli esami, sia nelle lauree.

Quando la facoltà non ha un docente cosiddetto “strutturato”, cioè un professore  regolarmente assunto dall’ateneo, ma è indispensabile insegnare una certa disciplina – di solito perché la legge lo impone  – il preside fa un bando per assegnare il corso “a contratto”. Il contrattista prescelto, in cambio di compensi che vanno da zero a poco più di mille euro, si impegna a fare lezione, a ricevere gli studenti che abbiano bisogno di chiedergli chiarimenti,  a far loro l’esame finale e a seguire gli eventuali laureandi.

Per legge le commissioni di esame devono essere collegiali, in modo da rendere più difficili gli arbitrii .Di solito agli esami, accanto al docente che ha tenuto il corso, c’è un signore che risponde al buffo nome di “culture della materia”.  Questo signore, quando l’università era di élite, era stato pensato come un libero studioso che di tanto in tanto, per diletto, si presentava a discettare col professore e con i suoi studenti. Oggi  i corsi fondamentali, nelle università “storiche”, hanno centinaia di studenti. Questo significa che ciascuna commissione deve fare centinaia di esami: esaminare è un lavoro e non più un passatempo. Chi è oggi il “cultore della materia”? Il dottorando, l’assegnista, il borsista, il contrattista: in altre parole, il precario.  L’alternativa è svolgere l’esame con una commissione monocratica  che poi chiede a un collega di firmare il verbale come se fosse stato presente, commettendo un falso in atto pubblico e rendendo l’esame stesso annullabile.

Per laurearsi è necessario scrivere una tesi. Nelle lauree di primo livello la riforma Berlinguer-Zecchino ha imposto che questa tesi non fosse più un lavoro di ricerca originale, ma qualcosa di più simile a una tesina. Le tesi, però, devono in ogni caso essere lette e corrette da un professore che le presenta alla commissione di laurea.  La correzione delle tesi si deve spesso fare riga per riga, supplendo alle lacune lasciate nei gradi di istruzione precedente. Ci sono professori che hanno centinaia di laureandi. Chi li aiuta in un compito che legalmente dovrebbe essere solo loro, ma che è divenuto umanamente impossibile soddisfare da soli? I soliti precari.

I precari che lavorano nelle commissioni d’esame e sulle tesi tipicamente hanno contratti e assegni temporanei legati a funzioni di ricerca e non di didattica. Però fanno didattica. Perché?

Perché i finanziamenti all’università pubblica, nei decenni, sono stati sistematicamente e costantemente tagliati, da sinistra e da destra. Il risultato è che, già ora, non ci sono abbastanza docenti di ruolo per insegnare nei corsi, non ci sono abbastanza commissari per fare gli esami, non ci sono abbastanza professori per correggere le tesi.

Quale sarebbe stata la soluzione di questo problema? Imporre un sistema concorsuale serio e assumere più professori.

Non essendo stata seguita questa via, il sistema che possiamo compiacerci di chiamare baronale ha adottato quest’altra: far uso dei precari in cambio della promessa di un posto fisso futuro. Cinicamente, questo sistema è riuscito a ottenere quanto la legge pretendeva: assicurare un servizio pubblico con costi molto più bassi del dovuto. Dietro i baroni e i loro servi della gleba c’è  – c’era – semplicemente una versione accademica del lavoro indecente. E un ceto politico che preferisce spendere i soldi delle vostre tasse altrove.

Che si ottiene tagliando ancora? Soltanto questo: che l’università pubblica non riuscirà a svolgere i suoi servizi neppure col lavoro indecente, perché i precari verranno privati perfino del miraggio di un possibile concorso disperso nel più remoto futuro. Qui non si sta eliminando l’università baronale. Si sta eliminando l’università pubblica.

* Questo post è parte di un servizio surrogatorio di utilità collettiva, ad uso dell’opinione pubblica negativa che si trovasse a passare di qui.

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