Università e nepotismo. Perché la moneta cattiva scaccia quella buona

Tanto all’interno quanto all’esterno l’antico ordinamento universitario è divenuto fittizio. Ma è rimasto, e anzi si è accentuato, un motivo caratteristico della carriera universitaria:  che un […] libero docente, divenuto ormai un assistente, riesca finalmente a insediarsi nella posizione di ordinario o di direttore d’istituto  è un mero caso.

Queste parole sono state pronunciate da Max Weber nel 1919, a proposito dell’università tedesca. L’università tedesca, negli ultimi tre secoli, ha  fatto fiorire innumerevoli menti brillanti. Eppure il professor Max Weber parla degli atenei germanici con toni simili a quelli che oggi si usano, forse non del tutto innocentemente, a proposito dell’università italiana.

Perché?

Valutare un ricercatore è sempre difficile e venato di arbitrio. Questo è vero sia per i giudizi cosiddetti qualitativi, sia per quelli costruiti su parametri numerici, come il fattore d’impatto, che viene calcolato sulla base delle citazioni che una rivista ha ottenuto quest’anno in relazione agli articoli pubblicati nel biennio precedente – a condizione che questa stessa rivista sia inclusa nel catalogo, venduto a caro prezzo, dell’Institute for Scientific Information, ora posseduto da una multinazionale dell’editoria scientifica commerciale. Si veda che cosa ne pensa il matematico Alessandro Figà Talamanca.

Tutto il mondo è paese, dunque?

Non esattamente. Ho ritrovato, nell’archivio del “Corriere della Sera”, qui e qui, un dibattito fra due professori a proposito di un concorso controverso, risalente all’epoca in cui i concorsi erano ancora nazionali e non locali, come è avvenuto in seguito alla riforma Berlinguer-Zecchino. Il confronto ha il pregio di essere molto sincero, e dunque assai istruttivo. A Danilo Zolo, il quale riteneva che uno studioso meritevole fosse stato ingiustamente escluso dalla rosa dei vincitori, si rispose così: “Perché non hai cercato di diventare membro della commissione giudicante,  facendoti votare dai tuoi colleghi, allo scopo di sostenere quello studioso?” Zolo replicò che chi ragiona in questo modo dà per scontato che il commissario di un concorso non sia e non debba essere un giudice imparziale, bensì un giudice  pro amico. Che ciascun maestro, per usare le parole del nostro gergo segreto, “porti” al concorso il suo allievo. Che, anche nel nostro piccolo,  questo strutturale conflitto di interessi non sia un problema.

Certo, fra tutti i conflitti d’interessi che ci sono in Italia, quello tipico del commissario di concorso  universitario non è né il maggiore, né il più scandaloso. Molti professori  sono perfino persone per bene, e, sia pure per caso, meritano di avere un posto all’università. Ma perché delle persone per bene praticano e sostengono, di fatto, il principio del giudizio pro amico?

Semplicemente perché ciascuno di loro dà per scontato che tutti gli altri giudichino pro amico. Se qualcuno si allontanasse da questo principio otterrebbe soltanto di veder bocciato il “proprio” candidato a favore dell’amico di qualcun altro. La moneta cattiva ha scacciato così perfettamente la moneta buona che questa non ha più corso.

Succede, così, che Agamennone Interno si senta obbligato a portare fino all’ordinariato il suo allievo Oreste, anche qualora cominci a rendersi conto che il giovane è completamente pazzo, piuttosto ignorantello e magari pure iettatore, proprio come un genitore si sente in obbligo di prendersi cura di un figlio un po’ degenere. Oreste, proprio come un figlio, è venuto infatti al mondo (accademico)  per il suo arbitrio e se venisse abbandonato dal padre morirebbe.

Come se ne esce? Non certo con i tagli, e tanto meno con le privatizzazioni. Quello che si fa nei concorsi pubblici può  essere esposto agli occhi del pubblico – come mostra lo stesso archivio storico del “Corriere della Sera”. Quello che si fa in un ufficio privato  rimane nascosto, e soggetto ad arbitrii ben peggiori.

Se invece si sciogliesse il vincolo fra il maestro e l’allievo, vietando, almeno nelle fasi iniziali, le carriere interne, le cose potrebbero cambiare. Non essendoci più amici, non ci sarebbero nemmeno  giudici pro amico.  Sarebbe molto semplice fare una legge di due righe che imponesse  un simile divieto, se si fosse effettivamente interessati a migliorare l’università pubblica, e non a svenderla ai privati.

Aggiornamento 2011: questo testo era stato scritto prima della cosiddetta riforma  Gelmini. Chi vi si imbattesse ora potrebbe chiedersi se ne nei concorsi cambierà qualcosa. La risposta è: presumibilmente no. E’ stata aggiunta più burocrazia, sono stati tagliati molti fondi, ma ci si è ben guardati dallo sciogliere il vincolo baronale. I concorsi che danno veramente “il posto” – quelli locali – sono  locali. Appunto.

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