Università: una riforma semplice

Per sua natura la valutazione scientifica non può prescindere da un giudizio discrezionale, che potrebbe rivelarsi errato. Anche il giudizio di accettazione di un lavoro su una rivista ha carattere di discrezionalità. Non solo perché esercitano una loro discrezionalità i referees ma perché è discrezionale la scelta del referee e discrezionale l’interpretazione del suo giudizio. Uno degli strumenti per controllare i giudizi scientifici è quello della censura, in termini di reputazione, che può esercitare una comunità scientifica vigile e aperta. Una condizione necessaria perché questa censura possa essere esercitata è che ci sia una chiara attribuzione di responsabilità. Un giudizio basato su scelte discrezionali oscurate da presunti parametri oggettivi è sottratto ad ogni critica e quindi potenzialmente arbitrario.

Alessandro Figà-Talamanca non è un umanista, ma un matematico. Un matematico che, per  la valutazione della ricerca, non si fida affatto dei numeri. In particolare, non si fida del fattore d’impatto che molti assumono acriticamente come un’unità di misura del valore di un ricercatore, perché lo ritiene – in quanto calcolato su un catalogo di riviste finito, gestito privatamente da una multinazionale dell’editoria scientifica – nulla più di un monopolio che lavora per perpetuare se stesso. Le riviste incluse in questo catalogo,  essendo assunte come determinanti per le carriere di tutti, possono, per esempio, aumentare i loro prezzi a piacere, avendo la certezza che nessuna biblioteca accademica oserà mai cessare l’abbonamento.

L’alternativa al fattore d’impatto è il giudizio qualitativo di una “comunità scientifica vigile e aperta”.

Una comunità scientifica è vigile quando sa autocontrollarsi.  Quando, cioè, sa costruire le reputazioni dei suoi membri su unità di misura trasparenti ed esposte alla discussione, e non su parametri oscuri e oligarchici, come l’essere parte della magnifica progenie di qualche rettore o l’essere abbarbicati al comitato di redazione di qualche rivista del catalogo ISI.

Una comunità scientifica è aperta quando sa comunicare i suoi risultati; quando sa metterli pubblicamente in discussione; quando esistono procedure trasparenti per esservi ammessi e anche per uscirne; quando non è autoreferenziale.

L’università italiana, essendo una università di un paese che ha sistematicamente sottofinanziato la ricerca, ha conservato gli aspetti della comunità accademica autoreferenziale ottocentesca, piegando  però il suo sistema baronale all’esigenza di assicurare un servizio a basso costo per l’istruzione di massa.

Una seria riforma dell’università dovrebbe rispondere alla domanda: quali sono le condizioni che rendono possibile costruire una comunità scientifica vigile e aperta, che sappia controllare e valutare se stessa?

L’università può essere pubblica, può essere privata, e può essere perfino una università-coop. Ma se si cambia il suo statuto senza toccare le sue strutture oligarchiche, si cambierà tutto per non cambiare niente. Bloccare il turnover, per esempio, significa lasciare intatto il potere degli anziani sopprimendo i giovani; togliere il valore legale del titolo di studio, in un paese ignorante che ha raramente fatto esperienza di comunità scientifiche vigili e aperte, significa rendere ancora più incontrollabile l’offerta di corsi e master specchietto-per-le-allodole, che già ora certi atenei impoveriti  inventano per fare cassa.

Occorre una soluzione semplice, in luogo della consueta alluvione normativa, per esempio così:

- chi lavora o vuole concorrere per entrare nell’università pubblicamente finanziata deve mettere i suoi testi a disposizione del pubblico ad accesso aperto, in modo tale che chiunque possa controllare come operano le commissioni concorsuali e come vengono spesi i suoi soldi;

- almeno all’inizio della carriera, nel passaggio da dottore di ricerca a ricercatore a tempo determinato e no, deve essere proibito rimanere a lavorare nella medesima istituzione che ci ha dato il Ph.D., per i motivi che ho già spiegato qui;

- i “precari” devono avere un contratto unitario che assicuri loro una retribuzione per le funzioni che effettivamente svolgono;

- il passaggio ai gradi superiori della docenza deve avvenire tramite un’idoneità stabilita da una commissione nazionale e tramite chiamata locale degli idonei, con incentivi per la loro mobilità da un ateneo all’altro.

I primi due punti – quelli essenziali – spezzerebbero l’autorefenzialità e il vincolo baronale.  E libererebbero almeno un po’ di futuro per gli studenti e per i ricercatori precari che sono riusciti a trasformare la letteratura di minima academica in una questione di tutti.

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