Pubblicazioni scientifiche, per decreto

Il parlamento sta convertendo in legge il decreto 180 sull’università. Ci sono delle aggiunte: i “professori fannulloni”, scrive la stampa, verranno puniti con un dimezzamento degli scatti biennali di anzianità sullo stipendio e con l’esclusione da fondi di ricerca e commissioni di concorso.

I “professori fannulloni” sarebbero quelli che non hanno prodotto “pubblicazioni scientifiche” nell’ultimo biennio.  Ma che cosa si intende per pubblicazioni scientifiche?  Il secondo comma dell’articolo 3-ter del decreto 180, nella versione provvisoria approvata dal senato,  risponde così:

I criteri identificanti il carattere scientifico delle pubblicazioni sono stabiliti con apposito decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, su proposta del Consiglio universitario nazionale e sentito il Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca.

In altre parole: a stabilire se una pubblicazione è scientifica o no non saranno gli scienziati, ma il ministro, per decreto.

Nel 1610 Galileo Galilei, con un gesto di rottura, pubblicò il suo Sidereus Nuncius presso una piccola tipografia veneziana. In questo modo riuscì a spostare il foro della discussione scientifica al pubblico istruito, fuori dalla cerchia clericale.  Nessun  ministro aveva  pensato di decretare che quel tipo di pubblicazione non era da considerarsi scientifico: così, per stroncargli la carriera si dovette scomodare il Sant’Uffizio, trasformandolo in un martire, per non essere stati capaci di bollarlo come un fannullone.

La domanda  “Ma mi vale come pubblicazione?” è  un interrogativo meschino, che angoscia  i ricercatori  alla ricerca di  avanzamenti di carriera. In una prospettiva più ampia, però,  essa suggerisce  un’altra, più inquietante, questione: in che genere di regime il potere politico avoca a se il diritto di stabilire che cosa è scientifico e che cosa non lo è?

Immanuel Kant lodava Federico II di Prussia perché lasciava libero l’uso pubblico della ragione, sia nelle questioni religiose, sia sulle scienze e sulle arti: la sua monarchia, pur dispotica, assicurava la libertà d’informazione e di discussione che è  essenziale per una repubblica. Altri despoti, in tempi più recenti, si sono comportati diversamente. Caesar est supra grammaticos.

Una comunità scientifica che funziona dovrebbe essere in grado di stabilire da sé, discutendo liberamente, che cos’è scientifico e che cosa no. Un potere politico illuminato dovrebbe limitarsi ad assicurare le condizioni della libertà della discussione e della trasparenza nei concorsi – sempre che voglia avere scienziati e non portaborse. In questo sistema, una pubblicazione per essere scientifica dovrebbe essere liberamente accessibile, liberamente discutibile e tale da ottenere il riconoscimento della comunità scientifica di riferimento.  Un professore, per provare che lavora, dovrebbe semplicemente depositare i propri testi in un archivio elettronico aperto, istituzionale e disciplinare, e lasciarsi, apertamente. giudicare. Sapere che i colleghi, apertamente, lo giudicheranno dovrebbe bastare a trattenerlo dallo scrivere sciocchezze.

Il decreto, però  – però? -, potrebbe anche limitarsi a fotografare i criteri di valutazione più in uso, come il “prestigio” dell’editore per le monografie umanistiche o il fattore d’impatto per gli articoli scientifici, mettendo fuori gioco il movimento per la pubblicazione ad accesso aperto. In questo caso,  il potere oligopolistico degli editori scientifici si consoliderebbe, ricevendo una consacrazione governativa con un pizzico di conflitto d’interessi.

C’è da preoccuparsi? Evidentemente sì. Ma perché chi non si è preoccupato finora dovrebbe cominciare a preoccuparsi adesso?

One Comment to “Pubblicazioni scientifiche, per decreto”

  1. concordo perfettamente e …. a quanto pare sono l’unico ?

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: