L’istruzione pubblica: un punto di vista indipendente

Il filosofo prussiano Immanuel Kant lavorava in un’università di stato. Nell’università di una monarchia assoluta che pretendeva da lui fedeltà, e che, in un’occasione, lo aveva addirittura censurato, perché, nella sua funzione di professore, tradiva il suo compito di “maestro della gioventù”.  Non è forse doveroso – nelle scuole, nelle aziende o nei partiti – vendere l’anima a chi ci paga lo stipendio?

Questo è un problema che ci tocca da vicino.  Che tocca da vicino non solo chi lavora nella scuola, ma anche chi ha il sempre più meschino privilegio di essere docente universitario.

Kant faceva, di mestiere, il professore di filosofia. Insegnava una materia che oggi si direbbe “non professionalizzante”, a differenza della giurisprudenza e della teologia, che formavano utili servitori dello stato e della chiesa. Perché mai un governo dovrebbe pagare delle gente che insegna cose del tutto inutili e che si permette pure di criticarlo?

Nell’Ottavo paragrafo della seconda parte del Conflitto delle facoltà Kant risponde a questa domanda in modo obliquo. Come professori delle università di stato, i filosofi si occupano dell’«istruzione pubblica» del popolo sui suoi «doveri e diritti verso lo stato a cui appartiene». Però qui i doveri e diritti non sono quelli che stanno nei codici dei giuristi, ma quelli che stanno nella testa di chi pensa:  mentre gli avvocati e i funzionari ragionano al servizio di qualcuno, secondo leggi che sono loro date, i filosofi ragionano e basta. Il governo, per sua fortuna, non ha da spaventarsi granché, perché i loro scritti sono troppo difficili per essere capiti dalla massa. Tutt’al più vanno intesi come suggerimenti deferenti rivolti allo stato. Niente di sovversivo, nulla di preoccupante.

Kant, però, pretendeva di insegnare quello che pensava, in pubblico. Perché quanto  nasce difficile e oscuro, venendo reso pubblico e discusso e spiegato di mano in mano e di bocca in bocca, diventa più facile e più chiaro. E dunque a lungo andare sovversivo e  preoccupante.

Di nuovo, perché mai una organizzazione collettiva particolare dovrebbe pagare della gente perché possa dire quello che pensa, e non quello che gli piace sentirsi dire?

L’opinione di Kant a si trova, chiarissima, nell’articolo segreto della Pace perpetua: solo chi può permettersi di avere un punto di vista indipendente, e non deve piegare la schiena al potere e la ragione al dogma, può alzare la testa e avvisare despoti e popoli quando stanno andando sbattere contro un muro, rendendoli avvertiti che le opinioni condivise – o che ci sono state fatte condividere negli spazi angusti delle famiglie e degli oligopoli mediatici – non sono necessariamente scontate.

Bizzarro dover ricordare oggi, in Italia, quanto Kant scriveva a un monarca assoluto impaurito dalle rivoluzioni che ribollivano ai suoi confini.

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