Alieni ad accesso aperto

Richard Hoover, ricercatore  presso il Marshall Space Flight Center della Nasa, annuncia di aver  rinvenuto in alcuni meteoriti dei batteri di provenienza extraterrestre, ma simili ai nostri cianobatteri e a altri procarioti filamentosi. Se questi batteri fossero effettivamente alieni, si potrebbe pensare che la vita è dappertutto nell’universo e che quella terrestre potrebbe essere venuta dallo spazio. Ma come facciamo a sapere se siamo davanti a una scoperta enorme, o a un errore altrettanto grande?

L’articolo di Hoover è visibile presso il Journal of Cosmology, una rivista ad accesso aperto  soggetta a revisione paritaria (peer review).  In questo caso, però, il direttore della rivista, come si legge nel suo preambolo, ha scelto di rendere disponibile il testo on-line come lo ha ricevuto, ha richiesto il parere di 100 esperti e ha invitato ad esprimersi altri 5000 scienziati competenti, impegnandosi a pubblicare i loro commenti, favorevoli e contrari. In una situazione simile, rendere pubblica l’opera e sottoporla a una collettività mette la rivista al riparo sia dall’errore di trattare le lucciole come se fossero lanterne, sia da quello, opposto, di censurare ingiustamente una novità significativa.

Da dove deriva la validità scientifica di una pubblicazione? Dal fatto che l’abbia accettata un editore prestigioso? Dal fatto che un paio di revisori, nel buio dell’anonimato, l’abbiamo approvata o rifiutata? La rivista ad accesso aperto ha potuto dare una risposta elementare: dal fatto che sia resa pubblica e che sia pubblicamente offerta al giudizio non di uno, non di due, ma di cinquemila. Senza nulla togliere alle altre migliaia che potranno leggerla e usarla anche in campi diversi, come sto facendo io ora. Una  seria valutazione della ricerca non può essere fatta da pochi, di nascosto, prima, ma solo da molti, pubblicamente, dopo.

Perché, in una parte rilevante della comunità accademica italiana, è tanto faticoso accettare e praticare un’idea così semplice? Aspettiamo che qualche eucariota alieno venga a dirci  “Humanists are highly illogical”?

Aggiornamento

Un paio di reazioni sui contenuti,  qui e qui.  La vicenda sembra confrontabile con la presunta – presuntissima – scoperta della memoria dell’acqua pubblicata che sulla rivista “Nature”, e prontamente falsificata proprio in virtù della pubblicazione. Anche nel caso di “Nature”, il modello seguito è stato quello della pubblicazione e della valutazione ex post, tramite una successiva sperimentazione indipendente. Questo modello, relativamente poco costoso per una rivista elettronica,  supera i limiti del peer review tradizionale perché colloca il momento della verifica in piena luce, dopo la pubblicazione, disarmando ogni accusa di censura. E’ interessante osservare che la prestigiosa rivista ad accesso chiuso si è comportata, avendo a che fare con una scoperta potenzialmente notevole ma dubbia, in modo simile alla meno quotata rivista ad accesso aperto.

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