Tsunami, o della conoscenza sociale

Quando devo spiegare agli studenti perché il Platone del Fedro pensava che il testo scritto di per sé non fosse in grado di accrescere il nostro sapere propongo loro un problema: come reagireste  se, trovandovi su una spiaggia, vedeste il mare ritirarsi all’improvviso? Cerchereste di allontanarvi dalla costa o vi fermereste a fare fotografie?

Il 26 dicembre 2004 alcuni gruppi umani, di fronte a questo dilemma, scelsero di scappare, e sopravvissero; altri si fermarono a fare fotografie e morirono, perché non avevano saputo riconoscere il cavo d’onda di uno tsunami.

Gli umani che sopravvissero erano cacciatori-raccoglitori delle isole Andamane. Quelli che morirono erano progrediti turisti occidentali.

La nostra civiltà si vanta di essere una civiltà della conoscenza: ma  l’informazione che teniamo chiusa nei libri non è affatto sapere, se non siamo in grado di comprenderla, richiamarla alla mente e usarla al momento giusto. Così può capitare che una cultura a oralità primaria, in grado di conservare il sapere solo sotto forma di patrimonio collettivo,  si riveli addirittura più efficiente della nostra quando si tratta di tramandare nozioni che possono salvare la vita. Avere tante informazioni ma tenerle nascoste e inaccessibili in modo che siano in pochi a conoscerle equivale non sapere nulla.

Questa stessa vicenda ci si ripresenta oggi, di fronte a scelte non individuali, ma collettive, e molto delicate. A che serve l’accesso aperto alla letteratura scientifica?  Ad aiutarci a condividere il sapere con un’efficienza almeno paragonabile a quella dei “selvaggi” delle isole  Andamane. E, in alcuni casi fortunati, a sopravvivere.(*)

(*) Sarebbe utile che tutti confrontassero la presunta mappa delle centrali nucleari italiane con quella a pagina 11 di questo documento, tratto da un corso dell’università di Chieti, che indica le porzioni delle coste italiane storicamente colpite da maremoti.

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