Vivere senza respirare

Kant, in un famoso progetto filosofico del 1795, proponeva di eliminare la guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali istituendo un’associazione fra stati che le avrebbe fatte decidere da un tribunale imparziale,  secondo il diritto, e non dalle parti in causa, in conflitto d’interessi e  con la forza. Il suo testo, però, è talmente tormentato da non rendere immediatamente evidente la natura di questa associazione: è una federazione, indissolubile, o una confederazione, dalla quale gli stati possono uscire in ogni momento?

La questione non è oziosa: quando una corte suprema federale dà ragione a una parte e torto all’altra,  entrambe devono sottomettersi, se vogliono rimanere nel diritto. Invece qualora il verdetto venisse dalla corte suprema di una confederazione, gli stati soccombenti potrebbero uscirne ed eventualmente far valere le proprie pretese tramite una guerra.  Ma se i componenti di un’organizzazione hanno la facoltà di rispettare le sentenze dei tribunali solo quando fa loro comodo, siamo nel regno della forza e non in quello del diritto. Per molti pensatori novecenteschi noti e meno noti Kant aveva tanta paura di un possibile dispotismo mondiale che, pur riconoscendo questo principio, preferiva contraddirsi e ripiegare su una confederazione, reversibile, in luogo di una federazione, irreversibile. Giuliano Marini, in una posizione largamente minoritaria, leggeva invece Kant come un filosofo federalista. Come è coerentemente federalista questa interpretazione ottocentesca:

Forse non si è mai notato che nel commento che fa seguire al secondo Articolo definitivo del Trattato di pace perpetua, Kant sembra un istante mirare due soluzioni del problema della pace.

La soluzione ch’egli preferisce, quella che prima colpisce il suo pensiero, è la costituzione di una Federazione di popoli, Civitas gentium. Ogni membro di questa federazione continuerebbe a formare uno Stato particolare, avente la sua autonomia, la sua Costituzione, il suo Potere Legislativo, il suo Potere Giudiziario, il suo Potere Esecutivo, insomma il suo Governo. Questi Stati particolari, però, costituirebbero e manterrebbero sopra loro uno Stato federale, la cui Legislatura, il Tribunale, il Consiglio esecutivo, avvolgerebbero e reggerebbero l’insieme formato dagli Stati.

È tale la Federazione che ordinariamente si concepisce quando si parla di costituire gli Stati Uniti di Europa, e se ne cerca il modello, sia negli Stati Uniti d’America, sia nella Confederazione Elvetica.

Si comprende facilmente come la formazione di una simile Federazione farebbe sparire fin la possibilità della guerra tra i popoli da cui sarebbe composta. Questi popoli, cessando di avere ciascuno il suo esercito, ciascuno la sua flotta, non conserverebbero altra forza disponibile fuori di quella che sarebbe necessaria per il servizio della loro polizia interna, la Forza vera, esercito e flotta, prendendo il carattere federale e assicurando la pace interna e la sicurezza esterna coll’azione del governo federale.

Ma è certo che quando si pensa a far entrare nei vincoli di una tale Federazione vecchie e forti nazioni abituate da secoli a non riconoscere alcuna legge esterna, penetrate fino alle midolle di orgoglio patriotico, costituite in maggior parte ancora in monarchie, che occupano grandi territori, che estendono il loro dominio su immense e numerose colonie, ci troviamo, anche teoricamente, in faccia a grandissime difficoltà.

E forse in presenza a queste difficoltà Kant sembra aver avuto un istante il concetto della pace: “Alleanza pacifica, foedus pacificum, che differisce dal Trattato di pace in ciò, che una tale alleanza terminerebbe per sempre tutte le guerre, mentre il trattato di pace non mette fine che ad una sola”. Ma questa mente ferma e chiara non esita molto, ed egli stesso caratterizza quest’alleanza bastarda di “Supplemento negativo”. Essa potrà, egli dice, sviare la guerra ed estendersi insensibilmente in modo da arrestare il torrente delle passioni inumane che la generano, ma si sarà sempre minacciati di vedere questa diga rompersi.

L’autore di queste parole era un pubblicista di nome Charles Lemonnier. La storia lo ricorda come il promotore del Congresso internazionale per la pace,  svoltosi a Ginevra nel 1867,  e come uno dei fondatori del pacifismo moderno. Non stupisce che, nelle mani del politico francese, il testo tormentato di Kant riceva la chiarezza di chi lo legge  per capirlo e per ispirarsi all’azione.  E non stupisce neppure che buona parte dei kantisti novecenteschi lo abbia semplicemente ignorato, per quanto l’uso politico che stato fatto del progetto kantiano sia un elemento interpretativo importante. Se si lavora rinchiusi nelle proprie conventicole, nei propri settori disciplinari, nelle proprie biblioteche, allo scopo di trovare qualcosa di “originale” a vantaggio della propria carriera accademica, molte cose possono sfuggire.

Io ho avuto la fortuna di trovarlo casualmente in rete, e l’occasione di salvarlo anche altrove,  mentre non stavo lavorando per me, ma per gli studenti. La mia fortuna è  dovuta alla digitalizzazione del testo compiuta da Giuseppe Landolfi Petrone, a sua volta resa possibile dalla scadenza dei termini del diritto d’autore.  Però, per un periodo straordinariamente lungo, questo libro è rimasto nascosto a causa  dei limiti dalla stampa cartacea, del diritto d’autore e della conseguente chiusura dei settori disciplinari e delle menti.  Se la rete fosse stata inventata prima e,  soprattutto, se la pubblicazione ad accesso aperto e le licenze Creative Commons avessero preso immediatamente piede, tutti noi perderemmo meno tempo e ne faremmo perdere meno agli altri. Ci risparmieremmo, in altre parole, i costi sociali – e qui anche scientifici – dell’esclusione.

La libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.

Questa frase di Piero Calamandrei si riferisce alla libertà politica, ma si potrebbe applicare anche alla libertà della ricerca. E anche in questo caso  molti  hanno imparato così bene a vivere senza respirare da trattare l’asfissia come una cosa naturale o, addirittura, come uno strumento di selezione.

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