Copyright e censura

Che il copyright sia un discendente del monopolio e della censura è cosa che interessa per lo più   i giuristi e gli storici della cosiddetta proprietà intellettuale. Anche le vicende contemporanee che contribuiscono a rivelarne l’imbarazzante parentela, e che ho raccontato qui, sono usualmente note solo a pochi specialisti, perfino quando contrappongono al copyright la libertà dell’informazione, come nel caso di Alan Cranston contro l’editore americano di Adolf Hitler, o quella della ricerca, come nel caso delle traduzioni inglesi di Simone de Beauvoir.

Noi italiani, però, abbiamo la fortuna di godere di un’illustrazione facile ed evidente dell’archeologia del copyright. In una trasmissione Mediaset, una sedicente aquilana terremotata racconta che la sua città è ormai felicemente ricostruita.  Nulla di quanto riferisce è vero.  La cosa, scoperta in rete,  grazie alla rete si diffonde, tanto da costringere chi conduce il programma a replicare.

Siamo di fronte a un caso di disinformazione degno della Corea del Nord? Oppure stiamo interpretando malevolmente qualcosa noto fin dall’inizio come una messinscena televisiva? Per rendersene conto sarebbe necessario  vedere personalmente la parte della trasmissione di cui si discute.  E’ possibile farlo?

In questo momento, il video è ancora presente su Youtube solo grazie all’elaborazione di un partito, cioè di una fonte dichiaratamente di parte. Quanto è stato caricato da persone comuni è stato rimosso per violazione del copyright. E’ censura, questa? Assolutamente no. Come direbbe Shakespeare, fa la stessa cosa, ma con un altro nome.

 

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