Dalla teoria alla pratica: un Nobel per il senso comune

Incontri sui beni comuni, Pisa 7 aprile 2011

L’incontro del 7 aprile era dedicato a questo libro, curato da Charlotte Hesse e dal premio Nobel per l’economia del 2009, Elinor Ostrom. Le slide del mio intervento, che riassumo qui di seguito, sono depositate nell’archivio Giuliano Marini.

Nel corso di una conferenza dello stesso ciclo, Ugo Mattei, autore di un libro come questo, aveva sospirato: – In fondo ci lasciano parlare semplicemente perché quanto diciamo non conta  … it doesn’t matter. –

Nel caso della conoscenza, o, meglio dell’espressione delle idee sotto forma di comunicazione,  non è così.  Le cose che diciamo, e soprattutto il modo in cui le diciamo, conterebbero parecchio, se solo ne diventassimo consapevoli.

Quando ci imbattiamo, come in questo caso, – oppure in questo, ancor più interessante –  nella rimozione di un’opera dell’ingegno dal dibattito pubblico per ragioni di copyright,  avvertiamo una  sensazione di censura. Una sensazione che  aumenta quando vediamo la cosiddetta proprietà intellettuale prevalere giuridicamente sulla libertà dell’informazione e  della ricerca scientifica, come è avvenuto nella vicenda delle traduzioni inglesi di Hitler e Simone de Beauvoir, di cui racconto diffusamente qui.  Chi detiene il copyright – in un sistema di pubblicazione mediata, tipicamente, l’editore – costruisce un’ecologia dell’informazione a suo proprio, privato, vantaggio. E’ lui che stabilisce che cosa si può dire, e in che modo si può dirlo (slide 6).

Uno studioso convinto che il valore del suo testo dipenda dal prestigio dei tipi di chi glielo stampa che cede i suoi diritti all’editore lavora per la sua proletarizzazione. Un ricercatore che non possiede la sua biblioteca – il suo strumento di produzione – è alienato  come un operaio di uno sweatshop:  il senso del suo lavoro non viene stabilito da lui, ma da altri.  Così scriveva Max Weber nella sua conferenza del 1919 dedicata alla scienza come professione (slide 7).

La conoscenza è un privilegio riservato ad alcuni, oppure un diritto di tutti? Dalla risposta a questa domanda dipendono, in un sistema di rete, due ecologie dell’informazione ben diverse, come ha spiegato benissimo Julian Assange:

  • se la conoscenza è un privilegio, avremo una trasparenza verso l’alto, con i ricchi e i potenti che conoscono tutto su chi è senza potere e che determinano che cosa tutti gli altri possono sapere, e che cosa no;
  • se la conoscenza è un diritto, potremmo avere una trasparenza verso il basso, con una autorità costruita sull’apertura.

In questo secondo regime uno scienziato – o anche un politico – sarebbe autorevole non perché nasconde il suo lavoro, mettendolo a disposizione esclusiva della sua loggia, ma se e perché lo rende pubblico e sa stare in una pubblica discussione.

Contro questa idea semplice, militano una serie di circostanze:

  • storicamente, le nostre leggi sulla cosiddetta proprietà intellettuale discendono da un matrimonio fra l’interesse dei re alla censura e quello delle corporazioni degli stampatori al monopolio (slide 9);
  • le riviste scientifiche, a partire dalla prima, pur progettate per la comunicazione e di discussione, dovettero piegarsi ai vincoli tecnici e politici del sistema della stampa, selezionando i testi prima di pubblicarli, e dunque apponendogli  un marchio di scientificità che trasformò la scienza in un bene di club.

Se quello che mi fa ricercatore valido è la rivista “prestigiosa”, il suo editore viene posto in una condizione di monopolio che gli permette di alzare i prezzi a piacere (slide 11: crisi dei prezzi dei periodici), ben sapendo che le biblioteche universitarie continueranno a riacquistare a caso prezzo delle raccolte di articoli che i ricercatori hanno ceduto gratis.

La crisi dei prezzi dei periodici è un’illustrazione chiara delle tesi dei Elinor Ostrom: i beni comuni sono “tragici” solo quando

  1. non sono amministrati
  2. da una comunità
  3. di persone che comunicano fra loro
  4. e che hanno interessi ulteriori rispetto al proprio utile immediato

In un mondo in cui i ricercatori lasciano la pubblicazione e, perversamente, la valutazione del proprio lavoro a degli editori privati, questi ultimi saranno incoraggiati a comportarsi da free riders, accaparrando per se stessi quanto erano nato ed era stato condiviso gratuitamente, per l’uso della comunità.

Molto prima di Ostrom,  l’aveva già capito Platone, quando, nel Fedro,  si chiedeva in che modo evitare che la scrittura, trasformando l’informazione in un oggetto, ispirasse comportamenti talmente predatori da mettere a repentaglio la discussione pubblica e dunque la scienza stessa.

Le due gambe della soluzione platonica – libertà dei testi e comunità di conoscenza – gli avrebbero fatto meritare, se fossero state proposte 2500 anni dopo, un Nobel per l’economia.  L’espressione del sapere rappresentata dai testi può rimanere un bene comune a condizione che ci siano, a conservare e interpretare i testi, delle comunità di conoscenza il cui utile percepito superi il mero interesse alla carriera dei singoli ricercatori.  La slide 13  mostra alcuni esempi contemporanei di comunità di conoscenza di successo.

Oggi (slide 14) abbiamo la possibilità di praticare la via platonica alla ricerca perché i vincoli tecnici dell’età della stampa sono venuti meno. Internet è una gigantesca – ed economica – fotocopiatrice, che rende possibile la formazione di comunità di conoscenza aperte, composte da scrittori/lettori attivi. Soprattutto, rende possibile praticare, in luogo della censura preliminare alla pubblicazione, la più trasparente selezione attraverso l’uso, ex post. I nostri limiti (slide 15)  non sono più  tecnici, ma culturali e politici, come spiega  questa fonte non sospetta.

Il movimento per la pubblicazione ad accesso aperto (slide 16 e 17) lavora per superarli. Perché la conoscenza sia un bene comune, perché quanto è pagato con denaro pubblico e ceduto gratis ritorni al pubblico, invece di ingrassare i monopolisti del privilegio intellettuale.

In questo senso,  quanto, come ricercatori, diciamo e facciamo does matter. Lavoriamo per gli editori commerciali e un prestigio mortale entro una conventicola, o per una comunità di conoscenza virtualmente illimitata nello spazio e nel tempo?

***

Uno dei partecipanti all’incontro era un economista membro della commissione nazionale dell’Anvur. Nel corso della discussione il pubblico ha radicalizzato le mie tesi, così: la revisione paritaria è un mero esercizio di potere.  Su questo, prevedibilmente, un valutatore della ricerca deve essere in disaccordo: il peer review, nella sua prospettiva, è un metodo efficiente per verificare la correttezza procedurale di un’opera, prima di scaricarla addosso alla collettività.

Convengo che questo è vero quando la comunità scientifica è coesa e condivide solidi paradigmi di ricerca – cioè quando si realizzano le condizioni che, secondo la Ostrom, permettono di evitare la tragedia dei commons.  Ma quando mancano paradigmi comuni e un ethos condiviso, il rituale strutturalmente poco trasparente della  revisione paritaria diventa uno – sregolato – esercizio di potere.

Qui si racconta la procedura per vagliare una presunta scoperta nel campo della fisica delle particelle: buona parte della revisione paritaria avviene entro la comunità scientifica di riferimento e non presso gli editori commerciali. L’autore è un fisico che lavora al Cern e che  pratica la pubblicazione ad accesso aperto.

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