Il destino di una academic star

Si parla molto di un libro eloquentemente intitolato Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale. Teoria e pratica di “copia e incolla” filosofico. L’autore, Francesco Bucci, ha avuto la pazienza di analizzare l’ampia produzione libraria di Galimberti per scoprire e denunciare – come si può già leggere in questo lungo articolo sull‘Indice dei libri del mese – che lo scrittore  avrebbe commesso dei plagi in un duplice senso:

  1. avrebbe citato brani di altri autori facendoli passare come propri
  2. avrebbe fatto una serie di copia e incolla da se stesso

Chi ha difeso Galimberti – si veda per esempio Marco Alloni su Micromega – lo ha rappresentato come vittima di una visione da “camerieri“:

Possibile che di fronte alla vastità e complessità dell’opera di Galimberti si debba assistere in Italia, invece che un vero dibattito intellettuale e fra intellettuali, a una parodistica messa all’indice da parte di chi della sua produzione filosofica conosce soltanto quel tanto che basta a rilevarne minime e marginali incongruenze? Siamo sicuri che a queste residuali “ripetizioni” debba essere concesso il disonore di ricadere sotto la pretestuale disamina di un anonimo giornalista?

Le cose che si dicono, in altri termini, sono molto più importanti del modo in cui le si dice – a meno di non essere piccoli camerieri filosofici che guardano i giganti del pensiero dal buco della serratura. Sono i camerieri e i cancellieri che si preoccupano dei testi e delle loro – talvolta imbarazzanti – concordanze, mentre le grandi menti guardano alle idee.  Ma siamo davvero certi che la ragione sia solo marginalmente e linguisticamente logos,  o discorso?

Prima di rispondere a questa domanda, mi devo autodenunciare. Io credo che l’originalità sia un mito  coltivato a vantaggio dei signori del privilegio intellettuale:  sono dunque almeno in parte d’accordo con la difesa di Galimberti  fatta da Gianni Vattimo circa tre anni fa.  L’Orestea di Eschilo è un capolavoro non perché racconta una storia originale, ma perché, usando una storia non originale, mette in scena con efficacia la differenza tra  giustizia pubblica e  vendetta privata.  E per quanto creda di avere l’abitudine di referenziare le citazioni che faccio, anch’io copio da me stessa. Per esempio questa versione  del mio ipertesto sulla Repubblica di Platone contiene molti passi già presenti nella versione precedente uscita sullo SWIF, a cui non posso più accedere perché il sito è morto e congelato.  La prima versione era un esperimento con l’ipertestualità, la seconda uno strumento analitico e didattico, la terza, se ci sarà, sarà parte di un progetto complessivo di interpretazione platonica.  In fondo la ricerca in rete  funziona così:  si lavora per anni sugli stessi temi, riciclando, emendando e ricontestualizzando lo studio passato.  Non c’è nulla di scandaloso.

Siamo tutti Galimberti, dunque? Ci sono, in realtà, delle piccole, ma non irrilevanti, differenze. Galimberti –  almeno a giudicare dalla sua home page (*), che dovrebbe contenere quanto, della sua attività, egli mette volontariamente e consapevolmente a disposizione di tutti –  non pubblica ad accesso aperto.

Chi compra un libro ad accesso aperto sa che acquista della carta rilegata per la sua comodità, perché testi e idee sono già abbondantemente, e legalmente, in giro per la rete.  Chi acquista un libro ad accesso chiuso, sigillato con i crismi del copyright, avrebbe il diritto di aspettarsi un prodotto interamente “originale”.  Non è per questo che paga? Non è così che si giustifica il monopolio  intellettuale? Se un fan di una rockstar acquista  il nuovo album del suo autore preferito, blindato da una “proprietà” intellettuale inossidabile,  non ha il diritto di sentirsi un po’ imbrogliato,  quando scopre che il suo contenuto è al 95% composto da canzoni vecchie?

Ho evitato accuratamente di pronunciarmi sul valore dell’opera di Galimberti – anche se ho delle opinioni al riguardo – perché per me il modo in cui le idee sono diffuse è parte della loro qualità. E’ arrogante, è presuntuoso credere che i propri pensieri siano talmente geniali da brillare anche quando  la loro fiaccola è tenuta sotto il moggio. Platone, che è  soltanto  il padre della filosofia occidentale, ha dedicato riflessioni importanti al problema della comunicazione del sapere, non considerandolo, evidentemente, cosa marginale: un testo riservato alla discussione di pochi privilegiati, eventualmente legati da interessi corporativi, nasce già come “meno scientifico” di un’opera offerta a un universale uso pubblico della ragione.

E’  inevitabile guardare la filosofia dal buco della serratura,  se la si tiene dietro una porta chiusa.

“(*) Nell’archivio istituzionale di Ca’ Foscari ho trovato solo i metadati delle tesi di dottorato di cui G. è stato relatore. Se qualcuno rintracciasse difetti nella mia ricerca, è pregato di segnalarli nei commenti, in modo che possa prontamente aggiungere una rettifica.

4 Responses to “Il destino di una academic star”

  1. Sto leggendo il libro di Bucci nella sua interezza. Segnalo alcuni aspetti di interesse generale:

    1. Bucci ha scoperto i plagi grazie al suo paziente collezionare ritagli di giornale. Se Galimberti avesse pubblicato ad accesso aperto, avrebbe potuto farlo chiunque fosse stato in grado di usare un motore di ricerca. Avremmo avuto, così, una stella accademica in meno e un professore serio in più.

    2. Le esegesi riciclabili galimbertiane, nelle quali le stesse parole vengono usate indifferentemente per Heidegger e per Jung cambiando i nomi e poco altro (pp. 21 ss), sono facilitate dal fatto che i testi interpretati sono ad accesso chiuso, e quindi sottratti al pubblico confronto.

    3. Bucci denuncia – e a ragione – la vacuità iniziatica dell’impostazione filosofica post-moderna. Ma dove prospera lo stile iniziatico? Nelle conventicole i cui testi vengono tenuti in cassapanche chiuse.

    4. Bucci non si limita a indicare cut-and-paste, ma li fa precedere da accurate analisi testuali le quali indicano incongruenze argomentative gravi. Queste incongruenze solo successivamente sono spiegate dai taglia-e-incolla di G., che non solo riciclano i periodi, ma spesso li trasformano da affermazioni in negazioni e viceversa.

    [continua]

  2. [continua dal commento precedente]
    La mia valutazione complessiva: nell’attuale sistema di pubblicazione i libri sono cassapanche chiuse, da cui divulgatori, studiosi e plagiari traggono l’uno o l’altro foglietto. Così buona parte del pubblico non accede alle fonti primarie, ma s’ingozza di estratti di seconda e terza mano. Questo è un terreno fertile sia per le posizioni iniziatiche sia per le ipotesi “complottiste”, che vedo fiorire anche in questo caso.

    Se le composizioni di Galimberti e il libro di Bucci fossero accessibili a tutti in rete, e reciprocamente linkabili, in modo tale da dare l’occasione a chi vuole di farsi un’idea di prima mano, almeno una parte di questa tenebra potrebbe essere dissipata.

  3. Chi volesse sapere com’è finita la vicenda può leggere questo articolo. Aggiungo soltanto che il richiamo ricevuto dal professore è quello che farebbe un qualsiasi relatore a uno studente ignaro dello stile scientifico il quale incorporasse nella sua tesi testi altrui senza virgolettarli e senza indicarne la fonte.

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