“Ho sempre saputo di poter contribuire a fare la differenza”

Nella seconda metà degli anni ’30 del secolo scorso,  Alan Cranston  poteva capire e temere quanto ancora sfuggiva a buona parte dei suoi concittadini americani. Come corrispondente dell‘International News Service per l’Italia, la Germania e l’Etiopia conosceva il fascismo di prima mano.  Nel 1934,  faccia a faccia con Hitler,  aveva visto da vicino il suo sguardo vetrificato dal potere.

La sua America era ripiegata su se stessa, isolazionista. Era vitale farle sapere che il fascismo era molto più di un fenomeno locale. Ma esisteva una sola traduzione inglese di Mein Kampf, autorizzata dal detentore del copyright, al quale venivano versati regolarmente i proventi dovuti, ed espurgata dei passi più antisemitici e militaristi.

Cranston, in otto settimane, ne compose una nuova versione annotata, con l’aiuto di una schiera di dattilografe. Una di queste, ebrea, sulle prime trovò questa operazione inquietante, perché sembrava un servizio a Hitler. Ma la fede di Cranston nell’uso pubblico della ragione convinse lei e molti altri.  Un giornalista, uno studioso, non può ragionare al posto degli altri, selezionando per loro quanto conviene sapere e ignorare, ma può – e talvolta deve – dare agli altri qualcosa su cui pensare, fosse anche il volto non edulcorato del nazismo.

La versione di Cranston, a 10 centesimi la copia, trovò mezzo milione di lettori in dieci giorni  e una causa da parte dell’editore di Hitler per violazione del copyright. Nel luglio del 1939 un tribunale della più grande democrazia del mondo di allora diede torto a Cranston, mandando al macero altre 500.000 volumi già stampati. Poco meno di due mesi dopo le truppe tedesche cominciarono l’invasione della Polonia e la seconda guerra mondiale.

Cranston, traducendo Hitler, sapeva benissimo che avrebbe perso.  Ma sapeva anche che, se avesse taciuto, non avrebbe raggiunto quel mezzo milione di lettori che furono informati su chi fosse Hitler grazie alla sua consapevole violazione della legge.

Di solito racconto questa storia – che potrebbe essere la trama di un film, se il suo contenuto non fosse così giuridicamente anti-hollywoodiano – per illustrare quanto la cosiddetta proprietà intellettuale riesca a essere nemica della libertà dell’informazione e della ricerca. In questo momento, però, la dedico agli italiani che stanno andando a votare perché, come Cranston, continuano a credere di poter  contribuire a fare la differenza.

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