Fahrenheit 451: altre dieci risposte alla Siae

Le dieci domande della Siae sulla tutela della cosiddetta proprietà intellettuale hanno già ottenuto dieci risposte qui e qui, e altre, più tecniche, qui.

Diecimila risposte diverse in luoghi diversi della  rete a dieci domande stampate tutte uguali su centinaia di migliaia di pagine del “Corriere della Sera” renderebbero chiara la differenza fra il passato e il presente. Aggiungo le mie dieci risposte perché si moltiplichino.

1.  Perché il diritto d’autore, che fuori dalla rete è riconosciuto, in rete non deve essere remunerato?

In rete per leggere un testo bisogna copiarlo. Bisogna copiarlo sul proprio hard disk per fare qualcosa di paragonabile a sfogliare un volume  in libreria prima di acquistarlo, o a consultarlo in una biblioteca pubblica; bisogna lasciarlo copiare per fare qualcosa di simile a prestarlo, regalarlo o rivenderlo usato a un amico.

La legge sul diritto d’autore è stata concepita per la stampa, contro il “pirata” che riproduceva senza autorizzazione i libri in tipografia traendone del lucro. Usare in rete gli stessi mezzi e gli stessi concetti equivale a strappare i libri di mano ai  clienti in libreria,  perquisire le case private alla ricerca di opere prestate e chiudere le biblioteche pubbliche. Vogliamo veramente un mondo come questo?

2. Perché coloro che criticano il provvedimento AGCOM non criticano anzitutto il furto della proprietà intellettuale? Perché impedire la messa in rete di proprietà intellettuale acquisita illegalmente dovrebbe essere considerata una forma di censura?

Perché la proprietà intellettuale non esiste e quindi non si può rubare. Il copyright non è proprietà, perché  ha una scadenza. E’ piuttosto un privilegio concesso dallo stato su qualcosa di pubblico. Queste frasi  – «La scienza e l’istruzione sono per loro natura publici iuris e dovrebbero essere tanto libere e universali quanto l’aria e l’acqua»; «La conoscenza non ha valore o utilità per il possessore solitario: per essere goduta deve essere comunicata» –  sono state pronunciate da Lord Camden nel 1774, quando la Camera dei Lord decise che il copyright non dovesse essere perpetuo, perché non era una vera proprietà.

La violazione del diritto d’autore è una violazione della legge, ma non è un furto. Non può  dunque essere criticata come tale, neppure metaforicamente.

3. Perché dovrebbe risultare ingiusto colpire chi illegalmente sfrutta il lavoro degli altri?

Non ho nulla da aggiungere a quanto hanno scritto Mantellini e DDay. Se incollassi le loro risposte qui sotto senza chiedere la loro autorizzazione, “sfrutterei” il loro lavoro, avendolo citato, senza che me ne venga nulla in tasca,  nell’esercizio dell’uso pubblico della ragione?

E vero: evitiamo di stracciarci le vesti per la violazione del privilegio intellettuale, tradizionalmente giustificato come strumento di remunerazione per l’autore. Ma lo facciamo con un motivo: se dobbiamo scegliere fra il privilegio di pochi e il diritto di tutti alla libertà di parola,  preferiamo difendere il diritto.

4. Perché si ritiene giusto pagare la connessione della rete, che non è mai gratis, ed ingiusto pagare i contenuti? E perché non ci si chiede cosa sarebbe la rete senza i contenuti?

La connessione in rete è un servizio e viene pagata come tale. Anch’io per fare lezione mi faccio pagare, ma preferisco mettere in rete – come moltissimi altri – contenuti ad accesso aperto.  Il servizio è una cosa e i contenuti, specialmente quando il loro impiego ha a che vedere con la libertà dell’uso pubblico della ragione, un’altra.  Pensate che la società debba remunerare le opere dell’ingegno? Trovate un modo che non sia così pericolosamente simile alla censura. Seguite per esempio i suggerimenti di Lessig o quelli di Baker.

5. Perché il diritto all’equo compenso viene strumentalmente, da alcuni, chiamato tassa? Perché non sono chiamate tasse i compensi di medici, ingegneri, avvocati, meccanici, idraulici, ecc.?

Io, come gli avvocati e gli idraulici, per una prestazione vengo pagata una volta sola, da chi effettivamente e volontariamente se ne vale. Voi quante volte vi fate pagare? E, soprattutto, perché  farsi  pagare anche da chi usa l’hard disk o il cd-rom per copiare cose sue?

6. Perché Internet, che per molte imprese rappresenta una opportunità di lavoro, per gli autori e gli editori deve rappresentare un pericolo?

Forse perché in un ambiente in cui chiunque è tecnicamente in grado di riprodurre le opere, pretendere di continuare a vivere del monopolio della copia è un po’ anacronistico?

7. Perché nessuno si chiede a tutela di quali interessi si vuole creare questa contrapposizione (che semplicemente non esiste) tra autori e produttori di contenuti e utenti?

Attualmente il copyright si prolunga ben oltre l’esistenza fisica dell’autore, fino a settant’anni dopo la sua morte, come se si pensasse che la gente produca opere dell’ingegno solo se ha la prospettiva di ingrassare sconosciuti pronipoti. E’ dunque vero che la contrapposizione fra lettori e autori è per lo più inesistente, perché dall’altra parte i lettori trovano molto più spesso editori e altri monopolisti del copyright.  Io, come autrice di opere scientifiche, vado d’accordo con i lettori, anche perché so bene che, se non mettessi in rete i miei testi o mi affidassi a editori ad accesso chiuso, ne avrei molti di  meno, o per nulla.

8. Perché dovremmo essere contro la libertà dei consumatori? Ma quale libertà? Quella di scegliere cosa acquistare ad un prezzo equo o quella di usufruirne gratis (free syndrome) solo perché qualcuno che l’ha “rubata” te la mette a disposizione?

Il  copyright del testo qui sopra appartiene alla Siae, che è interamente responsabile della sua sintassi.

La libertà dell’uso pubblico della ragione non è identica alla facoltà del consumatore di comprare pere e mele sul mercato. La Siae vuole lettori passivi, mentre  in rete ci sono “scrilettori”, che commentano, traducono, rielaborano e modificano. Le idee vivono grazie alla condivisione. Se però la  Siae  pensa che le opere siano come le pere e le mele e ricevano valore soltanto dallo smercio materiale e non dalla condivisione immateriale, dovrebbe anche riconoscere che chi copia uno dei suoi prodotti non le porta via materialmente nulla.

9. Perché nessuno dice che l’industria della cultura occupa in Italia quasi mezzo milione di lavoratori e le società “over the top” al massimo qualche decina? E perché chi accusa l’industria culturale di essere in grave ritardo sulla offerta legale di contenuti, poi vuole sottrarci quelle risorse necessarie per continuare a lavorare e dare lavoro e per investire sulle nuove tecnologie e sul futuro?

Questa domanda presuppone che sia possibile trarre reddito solo dallo sfruttamento dei monopoli intellettuali, quando i cosiddetti over the top (Google, Facebook e simili) sono diventati tali in altro modo, traendo profitto da un ambiente in cui è facile collegare, connettersi e copiare.  Chiedere monopoli ancora più aspri per adattarsi a un mercato in cui i migliori sono emersi usando altri metodi suona leggermente contraddittorio.

10. Perché, secondo alcuni, non abbiamo il diritto di difendere il frutto del nostro lavoro, non possiamo avere pari dignità e dobbiamo continuare a essere “figli di un Dio minore”?

Per “difendere il frutto del proprio lavoro” ci sono modi meno vessatori della censura e del monopolio. Eccone per esempio uno, pensato da Lessing  più di due secoli fa, e oggi puntualmente applicato.

Avendo dato delle risposte, mi permetto anch’io una domanda: se in questo famoso caso la Siae si fosse trovata a dover scegliere fra Hitler e Cranston,  chi avrebbe preferito?

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