Effetto Fedro

Sembra che i computer, la rete e i motori di ricerca abbiano effetti sulla memoria: ci dimentichiamo più facilmente di quanto crediamo di poter ritrovare e, se dotati di sistemi di memorizzazione esterni, tendiamo a ricordare le procedure per recuperare i dati, piuttosto che i dati stessi.

Questa scoperta è stata raccontata e venduta come una novità in una rivista ad accesso chiuso. Ma è qualcosa che la cultura occidentale conosce da almeno due millenni e mezzo. Si ritrova in un dialogo di Platone, il Fedro, in un famoso mito con il quale Socrate illustra gli effetti della scrittura sul nostro sapere: quando – per conservare l’informazione – ci affidiamo a uno strumento alieno rispetto alle nostre menti e alle nostre comunità, diventiamo più smemorati, o, meglio, la nostra memoria diventa più dipendente da qualcosa di esterno.

E’ interessante notare che Platone, pur essendo consapevole di questo, non smise affatto di scrivere. Cercò, piuttosto, di elaborare una strategia di comunicazione e di ricerca che tenesse insieme la potenza mnemonica del nuovo mezzo con la consapevolezza che né i libri – né Google –  devono ragionare al nostro posto.  Che l’informazione è parte essenziale del sapere, ma non è, da sé e di per sé, sapere.

La sua soluzione – libertà dei testi, per l’informazione, e comunità di conoscenza, per il sapere – fu praticata da tutte le civiltà del manoscritto fino all’età della stampa. Né deve stupire che, in un momento in cui testi possono essere riprodotti con una tecnologia diffusa quanto la scrittura e più veloce della stampa, la strategia  platonica sia ancora una delle possibilità in gioco.

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