L’uso anonimo della ragione

A me non disturba l’anonimato in rete. Non mi disturba neppure l’anonimato di questo signore.

Teoricamente, se un’idea è buona, riesce a superare l’individualità e a farsi collettiva. Merita apprezzamento anche se viene da un uomo senza faccia. Ludwig Edelstein, in un articolo del 1961, purtroppo offerto ad accesso chiuso e a un prezzo sproporzionato da una sedicente organizzazione non a scopo di lucro, spiegava l’anonimato di Platone – il suo nascondersi dietro i personaggi dei dialoghi  – con la volontà di far emergere le idee al posto dell’uomo e la comunità di conoscenza con il suo auctor al posto del singolo.

Julie Zhou, usando il mito dell’anello di Gige del secondo libro della Repubblica, ha attribuito a Platone una tesi molto lontana dal suo testo: che quando si è spinti ad andare in rete con nome e cognome, come su Facebook, ci comportiamo in modo più etico, grazie al controllo sociale. Questo argomento  – per il quale sembra irrilevante che le chiavi del controllo siano in mano a un’azienda privata che può sapere di noi molto più di quanto noi possiamo sapere di lei –  è presente nella Repubblica solo come limite da superare: è possibile una giustizia che ci faccia diventare custodi di noi stessi, anziché dipendenti dallo sguardo altrui? E’ possibile una coscienza che abiti nella nostra anima, e non negli occhi della gente?

Se però non si parla di teoria e di coscienza, ma di politica – nel suo senso moderno  – bisogna valutare gli effetti dell’anonimato non su noi stessi, ma sugli altri. Più di due secoli fa, in uno scritto molto famoso, sotto una monarchia assoluta, Kant invocava la libertà dell’uso pubblico della ragione – la libertà per chiunque di spogliarsi della sua veste di funzionario di uno stato o di un partito, di membro di una chiesa, di dipendente di una azienda, per dire quanto pensava come essere razionale nella comunità senza confini di tutti gli esseri razionali.

Questa libertà, per Kant, aveva due scopi, uno prossimo, culturale, e l’altro remoto, politico.

Lo scopo culturale era rendere la gente capace di ragionare autonomamente. Se in un mondo di conformismo, pigrizia e paura qualcuno si alza in piedi e dice quello che pensa,  a qualcun altro può venire in mente che il pensiero unico non è necessariamente l’unico pensiero.

Lo scopo politico era rendere i sudditi capaci di essere cittadini  Se la gente non ha imparato a ragionare da sé, ogni rivoluzione, ogni mutamento di regime si risolve in un mero avvicendamento fra manipolatori.

E’ possibile un uso pubblico della ragione che sia anche anonimo?

Il mugugno, il libello, la scritta sul muro o anche tor  servono a sopravvivere in regimi autoritari e informativamente asimmetrici. Sanno però ottenere gli scopi che giustificano la libertà dell’uso pubblico della ragione?

A me sembra di no. Chi, in un discorso politico, parla da anonimo parla da minorenne e non aiuta gli altri a crescere, perché suggerisce che presentarsi come maggiorenni che osano essere franchi sia pericoloso – che, dunque, non esista uno spazio per l’uso pubblico della ragione  e sia impossibile. diventare, da sudditi, cittadini. I libelli possono preparare le rivoluzioni, ma le rivoluzioni si fanno altrimenti.  Dal mio punto di vista, questa critica all’anonimo italiano più celebre del momento è ben fondata.

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