Codice libero e codice schiavo – Linux Day 2011

Ho già parlato della vicenda del professor Umberto Galimberti, studioso di filosofia e academic star sorpreso a copiare da se stesso e da altri. Ho anche raccontato del richiamo da lui ricevuto da parte dell’Advisory Board di Ca’ Foscari, affinché “voglia adeguarsi nella redazione dei testi scientifici all’uso sistematico della citazione delle fonti secondo la prassi condivisa e consolidata nel campo della ricerca nazionale e internazionale” – cioè, come si raccomanda a qualsiasi studente che fa la tesi di laurea, si rammenti di mettere le citazioni fra virgolette e di riportarne le fonti nelle note.

Poco più di due anni prima, Vattimo, a difesa del collega, aveva ricordato che la ricerca in ambito umanistico non è mai originale, consistendo in una sedimentazione di glosse, commenti, interpretazioni e anche franchissime copiature.

Una licenza come la GNU-GPL – o il suo corrispettivo Creative Commons by sa – dovrebbe dunque essere popolarissima fra gli umanisti, perché delimita oggetti comuni che possono essere riutilizzati, commentati, stratificati e copiati. Sembra che non ci siano pregiudizi verso la copia, almeno quando compiuta da una stella accademica e non da uno studente alle prese con la tesi di laurea: dopo la pronuncia di luglio, a settembre, come se nulla fosse successo, una lezione intraducibilmente “magistrale” di Umberto Galimberti campeggiava nel programma del FestivalFilosofia 2011.

Umberto Galimberti, però, pubblica ad accesso chiuso. Un Umberto più famoso, Eco, sostiene che, in rete, l’accesso libero al sapere è pericoloso per gli ignoranti, che non possiedono gli strumenti culturali per distinguere, fra i risultati di Google, ciò che è seriamente scientifico da ciò che non lo è. Per questo è indispensabile il filtro di un’élite. L’idea della cooperazione a un’intrapresa comune è qualcosa da cui l’umanista rifugge, geloso com’è della propria paternità in una disciplina di cui egli stesso riconosce la scarsa originalità. Rispetto ai beni comuni del sapere il suo comportamento è quello del free rider: prende quanto  gli fa comodo, ma non contribuisce, perché il lavoro non verrebbe riconosciuto come esclusivamente suo.

Non voglio chiedermi come riescano gli ignoranti a diventare sapienti senza poter accedere liberamente al sapere e quindi senza poter imparare a selezionare e valutare fra una pluralità di fonti.  Di fatto esistono discipline – anche molto esoteriche – che funzionano in modo  diverso da come teorizza Umberto Eco. Quando i fisici delle alte energie mettono immediatamente a disposizione di tutti anche i loro risultati più controversi  e li discutono in pubblico, aiutano i “poveri” oppure li danneggiano?

I link qui sopra si riferiscono a una notizia che, se fosse stata affidata alla sola stampa “generalista”, avrebbe fatto passare il risultato di un esperimento come una conclusione e avrebbe lasciato in penombra il fatto che una parte importante del lavoro scientifico avviene dopo la pubblicazione, quando i risultati vengono valutati e discussi collettivamente. Questa consapevolezza del processo distingue il risultato scientifico dal risultato della ricerca su Google. Renderlo trasparente fa davvero male ai “poveri”?

Secondo Lawrence Lessig, l’accesso chiuso è nell’interesse esclusivo delle multinazionali dell’editoria le quali, con il combinato disposto della cessione gratuita del copyright da parte degli editori e di una valutazione della ricerca sulla base di indici bibliometrici, rendono inutilmente privato e costoso quanto nasce pubblico e, per loro, gratuito.  Non ci può essere scienza senza l’accesso  universale a testi e dati, la loro discussione non ristretta e la libertà di produrre innovazioni impreviste, non progettate e in controtendenza. Il codice schiavo dell’esclusivismo e dell’academic star system genera gerarchia, gerontocrazia e conformismo. Per uscirne bisogna avere il coraggio di adottare l’accesso aperto non solo nella pubblicazione, ma anche nella valutazione della ricerca.

E’ vero che – lo riconosce Clay Shirky – la pubblicazione senza filtro determina un abbassamento della qualità; ma significa anche aprirsi alle energie intellettuali e creative di un gran numero di amatori, sia nel senso che sono dilettanti, sia nel senso che fanno ricerca per amore e non per mestiere, e possono dunque essere più liberi – specialmente nell’università italiana – di qualunque professore.  E’  questo, davvero, un male così grande da farci preferire il codice schiavo? O siamo indotti a vederlo più grande dal timore di perdere le nostre posizioni di privilegio e di potere – o ciò che gli oligopolisti dell’editoria scientifica ci abituano a pensare come tale?

Come avevo già scritto altrove, questo è un ambito in cui noi, ricercatori indipendenti e no, potremmo cambiare le cose, se facessimo anche per amore quello che facciamo per mestiere.

Nella prima metà del XVII secolo, all’alba della scienza moderna, i primi scienziati con i loro collegi invisibili non erano tanto diversi da alchimisti e astrologi. Fece la differenza non che pubblicassero in riviste fregiate dai loro editori del titolo di “scientifiche”, bensì che usassero la stampa per la pubblicità, la chiarificazione, la condivisione e la discussione di risultati e procedure. Gli alchimisti, che tramandavano il loro sapere esoterico da maestro ad allievo, furono soppiantati in una ventina d’anni. La scienza moderna – proprio come il kernel di Linux – non nacque dall’esclusivismo e dalla gerarchia, ma dalla condivisione a dall’uso consapevole di un mezzo di comunicazione allora relativamente democratizzante.

Applicando le teorie di Elinor Ostrom, che ricordo di aver menzionato in un Linux Day ben prima che vincesse il Nobel per l’economia, i primi scienziati – proprio come gli sviluppatori di Linux – costruirono un bene comune del sapere perché scelsero di amministrarlo in modo plurale, comunicando fra loro, animati da un interesse ulteriore rispetto al loro utile immediato. Che cosa impedisce di rifarlo oggi, con un medium potenzialmente assai più democratico della rete?


Questo post è la versione testuale del mio intervento pisano al Linux Day 2011. Chi ha assistito alla conferenza ricorderà che l’ultima slide, con l’elenco delle fonti, si intitolava “Ho copiato da”, a indicare che le mie tesi non nascevano armate dalla mia testa, ma erano rielaborazioni e combinazioni di contributi di altri, anch’essi prodotti, a loro volta, nel medesimo modo. I miei lavori recenti sono in rete ad accesso aperto e si basano su fonti altrettanto aperte: se mi venisse in mente di attribuire a me stessa un testo altrui, per smascherarmi basterebbe un motore di ricerca.

Il rifiuto della mistificazione intellettuale e l’apertura a una discussione virtualmente universale sono il grado zero, il minimo sindacale di qualsiasi ricerca scientifica. Il caso Galimberti avrebbe potuto essere l’occasione di un dibattito sull'(in)accessibilità del sapere umanistico in Italia e sulle sue conseguenze, e sull’autodisciplina delle élites che giustificano se stesse come filtri a uso degli ignoranti. Invece si è preferito buttarlo in politica e lasciarlo cadere nell’oblio.

4 commenti to “Codice libero e codice schiavo – Linux Day 2011”

  1. Dunque, se posso esprimere il mio punto di vista, eludendo forse un po’ la trattazione; vorrei sottolineare la necessità di distinguere i diversi livelli
    1) il plagio, il copia e incolla, è un reato perseguibile per legge: quindi non è neanche una questione morale o intellettuale. Se Galimberti ha copiato materiale dai suoi allievi per i suoi libri – senza citare la fonte -allora ha commesso un reato; ed è compito del magistrato valutare l’entità di tale reato.
    2) Purtroppo invece di difendere i maestri, più semplicemente dobbiamo costatare che la classe intellettuale dei filosofi è scadente, e spesso infatti – negli stessi festival della filosofia- si preferisce più spettacolarizzare o commercializzare il termine “filosofia” che invece stimolare le persone alla pratica stessa dell’attività filosofica: cioè insegnare a criticare, porre il dubbio a fondamento del reale . Oggi ci sono solo rockstar filosofiche, ma non c’è una volontà pedagogica o culturale dietro ciò. E quindi anche nel mondo dell’editoria, si preferisce pubblicare opere che rispondono più a logiche di mercato che a logiche culturale (Si veda come la Bompiani , utilizzi l’immagine del giovane filosofo di turno).
    3) Per questo la rete può essere un ottimo strumento di divulgazione del materiale o quantomeno, uno spazio che stimoli la discussione anche “dal basso”, rispettando chiaramente i copyright . Quindi libertà d’informazione e di divulgazione, ma anche rispetto dei diritti d’autore.
    Grazie per l’articolo e per il Blog,
    Vincenzo

    • Il reato di plagio, se non erro, è perseguibile solo su querela di parte. In un sistema corporativo e oligarchico di solito non riesce neppure ad arrivare in tribunale. Ecco, per esempio, un altro caso italiano in cui le copie sono rimaste impunite socialmente e politicamente, prima che giuridicamente quello del ministro Brunetta, denunciato dall’Espresso.
      Il pari suo grado tedesco Guttenberg, per una vicenda simile, si è dimesso ben prima della pronuncia dell’università che gli aveva conferito il titolo: http://www.universita.it/dimissioni-ministro-guttemberg-tesi-dottorato-copiata/

      Il diritto d’autore è simile alla teologia di una chiesa stabilita: chi ha fatto la scelta di non crederci o la critica in qualche sua parte la conosce benissimo e pretende, dagli ortodossi, la coerenza, mentre chi la professa non la conosce e ne trasgredisce spensieratamente i principi🙂

      Grazie per il commento, buonanotte.

  2. Grazie a te per l’articolo e per la risposta.
    In effetti, non credo che il reato di plagio sia perseguibile d’ufficio; ed è vero che non esiste una legislazione adeguata a riguardo per salvaguardare lo scrittore. E certo, in Italia – sia per gli intellettuali che per i politici – non possiamo fare certo leva sul loro senso di responsabilità , come nell’analogo caso tedesco (Berlusconi non si dimette neanche se è accusato di corruzione o prostituzione minorile, figuriamoci se un ministro si dimette per plagio!).
    Ma credo oggi, quello dei copyright, è un tema molto attuale e concordo con la tua lettura. Penso che la colpa di questa chiusura, di dialogo, dipende soprattutto dalle azienda editrice . Lo scopo della maggior parte di chi pubblica libri è quello di marketing, non certo quello di aprire una discussione corale e collettiva.
    In realtà, soltanto con la discussione e dialogando possiamo apportare sapere. E Vattimo sbaglia: perché una cosa è plagio (copia e incolla), l’altra è la rielaborazione. Chi direbbe mai che Picasso “copiava” dai suoi colleghi?In realtà prendeva spunto creativo. E nessuno direbbe che San Tommaso D’aquino ha copiato da Aristotele. Oggi manca questo dialogo, perché appunto spesso si scrive solo per vendere. Non c’è dialogo.

    Grazie e complimenti per il blog!

  3. Sì, l’argomenti di Vattimo è piuttosto strumentale. Credo che se uno studente gli portasse una tesi fatta col copia e incolla da Wikipedia (succede) si comporterebbe come farebbe qualsiasi professore, e come farei anch’io.

    Però può essere utile e divertente prenderlo in parola. Un regime diverso della tutela e delle remunerazione degli autori, infatti, potrebbe aiutare a distinguere le questioni scientifiche da quelle di marketing.

    Per rendere giustizia a Galimberti, gli articoli di giornale su di lui, che ho commentato, non riferivano sue eventuali copie da tesi di allievi, ma da se stesso e da altri autori.

    La copia dalle tesi di laurea è purtroppo una prassi abbastanza comune, anche perché molti credono erroneamente che sulle tesi non ci sia un diritto d’autore. Ma, nel caso di G., non si parla di questo.

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