Servi, signori e revisori

Ti chiedono di lavorare gratis, sicuri che considererai un onore la tua prestazione per loro, e vendono il frutto della tua fatica a carissimo prezzo, con margini di profitto fino al 40%.

E’ una delle tante storie di sfruttamento e di lavoro indecente? Sì, ma in luoghi inaspettati, e nei confronti di persone che avrebbero gli strumenti per non esserne vittima.

Di recente ho ricevuto qualcuna di queste proposte. Una multinazionale dell’editoria scientifica mi ha chiesto di fare da peer reviewer per una rivista ad accesso chiuso. La procedura appariva standardizzata, tramite un sito riservato e una corrispondenza che sembrava basata su form preconfezionati. Ho sospettato che anche il mio nome fosse stato selezionato a caso, tramite un bot  per individuare gli studiosi dotati di un rank più alto sui motori di ricerca in relazione a parole chiave pertinenti, con la mediazione umana ridotta al minimo. Un essere umano attento, infatti, si sarebbe reso conto che chiedere collaborazione a chi critica la sua industria è come chiedere a un anarchico di fare il secondino.

Se è almeno in parte come ho immaginato, i prezzi astronomici che i latifondisti della conoscenza impongono alle riviste in nome dei costi del peer review sono difficilmente giustificabili. Una volta installato il sistema, la multinazionale non ha che da succhiare la nostra competenza per rivenderla. Non è capitalismo, perché non siamo pagati. Ma non è neppure schiavismo, perché agli schiavi i padroni davano vitto e alloggio. Noi, che ci nutriamo del fumo della reputazione come gli dei di Aristofane, non riceviamo niente.

Per coerenza personale – ho spiegato – accetto di cooperare esclusivamente con riviste ad accesso aperto, che mantengono pubblico quanto è nato  pubblico. Non sono una mangiatrice di fumo: il mio onore non sta nel salire su un palco ad annunciare che io, la sera, sto a leggere Kant, ma nel fatto che Kant possa essere letto anche grazie al mio lavoro.

Ho raccontato questa storia – omettendo i particolari che potrebbero far rintracciare le riviste e gli autori – perché so che il mio gesto, compiuto soltanto da me, non ha valore. Fatto da tanti, sostenuto da istituzioni, potrebbe diffondere la consapevolezza che è nobile lavorare gratis per i beni comuni, perché arricchisce noi stessi e gli altri, ma  è abietto farlo per chi privatizza il sapere di tutti.

Ciascuno di noi è responsabile del mondo che, con le sue azioni, contribuisce a produrre: quando ci comportiamo da schiavi, in nome di una reputazione definita dall’interesse per la propria carriera e dal marketing altrui, e ci diciamo che la nostra piccola scelta non conta nulla, stiamo tuttavia regalando potere ai signori e al loro mondo di servi e di poveri.  E’ di questa banalità aggregata, di questa grettezza, che sono fatti i Ventenni.

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