La leggenda della rivista fantasma

Qualche mese fa avevo ricevuto una richiesta di revisione paritaria da parte di una rivista ad accesso chiuso appartenente a una multinazionale dell’editoria scientifica così bizzarra da farmi sospettare che la sua origine fosse solo indirettamente umana. Avevo rifiutato, spiegando che non lavoro gratis per riviste ad accesso chiuso.

Come se non avessi scritto nulla, ora mi è arrivata una seconda richiesta di revisione paritaria, firmata non da nomi umani bensì dalle variabili “Editor In Chief1” e “Editor in Chief2”. A bordo, a quanto pare, non c’è nessuno – se non un bot convinto che nel codice della coscienza certe istruzioni vadano trattate alla stregua di commenti. Ho mandato al  bot un altro rifiuto, aggiungendo che non lavoro gratis per editori che sostengono il RWA.  Gentilmente, il bot mi ha ringraziato per la celerità della risposta e si è augurato di potersi valere della mia expertise in altra occasione.

Se le nostre biblioteche non si svenassero per pagare a queste entità abbonamenti dal prezzo esorbitante e i valutatori non trattassero la pubblicazione su simili vascelli fantasma come un titolo di merito la vicenda sarebbe pure straordinariamente dadaista. Oppure no?

5 Responses to “La leggenda della rivista fantasma”

  1. Arriverà un giorno non lontano in cui il rapporto bot/utenti umani sarà 1.000.000/1… paura!

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