La VQR mia, l’altrui

Seguendo su “Roars” la discussione sui verdetti imperscrutabili dell’Anvur, mi rendo conto che quelli ricevuti da me sono piuttosto strani. Risulta “eccellente” questo ipertesto per nulla convenzionale uscito su una rivista da loro ritenuta indegna di classificazione: questo sembra implicare che i referee lo abbiano addirittura letto e si siano concessi un filo di eccentricità.  Risulta “buono” un saggio il cui argomento ho poi sviluppato altrove, uscito negli atti di un convegno internazionale. Ma risulta “limitata” la mia opera di maggior impatto, la traduzione e la cura del libro di J.-C. Guédon dedicato alla crisi dei prezzi dei periodici e alle sue radici storiche e filosofiche – ossia alla critica di buona parte dei pregiudizi professati dall’Anvur.

Sono consapevole che per molti dei miei colleghi la pubblicazione e la valutazione della ricerca non sono un tema della ricerca, ma materia per commercianti e burocrati, come se le idee volassero sul mondo e non camminassero con gambe tecniche, economiche e politiche meritevoli di critica e di indagine – almeno se non vogliamo trasformare le ricerca in materia di commercianti e di burocrati. È dunque non improbabile imbattersi in referee  refrattari: sono stata semplicemente molto fortunata in un caso e mediamente sfortunata nell’altro? Non è dato saperlo.

Però, se in questa follia ci fosse del metodo, in questa mia valutazione si leggerebbe un messaggio: ragazza, noi ti giudicheremmo eccellente o quasi, se solo ti limitassi a scrivere di Platone e di Kant e lasciassi in pace i commercianti e i burocrati.

È un vero peccato che non riesca a fare l’una cosa senza l’altra.

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