VQR: la mia obiezione di coscienza

La comunicazione della scienza non è un suo elemento accessorio: è parte della scienza stessa. Lo sapeva Platone, che discusse per un intero dialogo della possibilità di una retorica – di una scienza della comunicazione – che sia a sua volta parte della scienza; lo sapevano i membri della Royal Society, che fondarono – da scienziati, non da editori – la prima rivista scientifica moderna; e lo sa anche chi diffida di pubblicità del tipo “Vuoi dimagrire? Chiedimi come” perché offrono – a scatola chiusa – un prodotto alla vendita e non una procedura alla discussione.

Per questo motivo sono convinta che una valutazione della ricerca – come quella italiana delle scienze umane e sociali – che fa largo uso di liste di riviste stilate da funzionari governativi violi la libertà dell’arte, della scienza e del loro insegnamento, protette dall’articolo 33 della costituzione. Mentre la rivoluzione digitale ci invita, proprio come all’inizio dell’età della stampa,  a sperimentare nuove forme di pubblicazione e di comunicazione, la valutazione italiana della ricerca, burocraticamente nota come VQR, ci incatena a un modello, quello dei core journals della seconda metà del XX secolo, il cui esito oligopolistico è noto da tempo. Come ho diritto, in quanto cittadina, alla libertà d’espressione, così, in quanto ricercatrice, devo poter fare uso pubblico della ragione nel modo che preferisco.

Non voglio, dunque, essere valutata? No: non voglio essere valutata così. Voglio essere valutata dai miei pari, in un dibattito libero e aperto, e non da funzionari governativi, ossia da pari che non sono più tali, perché la loro autorevolezza non dipende più dalla bilancia della loro acribia, ma dalla spada di una nomina statale. Nel XX secolo ci sono stati periodi in cui lo stato ha preteso di distinguere la scienza buona da quella cattiva: tedeschi, italiani e russi dovrebbero averne memoria. Il sistema attuale usa mezzi più morbidi, ma il suo scopo è il medesimo: costringere la ricerca entro un modello ideologico che non merita neppure di essere chiamato aziendalistico. Contro questo modello, contro la scienza di stato, faccio obiezione di coscienza.

Nel caso mio, l’obiezione è particolarmente semplice. Tutte le mie pubblicazioni recenti sono ad accesso aperto: chiunque usi la rete può valutare se danneggio o no il mio ente con la mia inoperosità. Le mie pubblicazioni sono anche depositate nell’archivio di ateneo. Per sottoporle alla valutazione della ricerca mi basterebbero un paio di click, che però non verranno dal mio mouse.

È una posizione ipocrita? Non so: se non fossi isolata, sarei disposta a fare molto di più. Nella situazione in cui mi trovo, però, i miei mancati click fanno la differenza fra un’obiezione di coscienza che mi espone a qualche – sopportabile – rischio e il collaborazionismo. Dopo aver subito e criticato pubblicamente la VQR una prima volta, senza ottenere nessuna modifica di sostanza, dopo che si è reso evidente che l’operazione ha poco a che vedere con l’eccellenza scientifica e molto, invece, con l’esercizio del potere,  il mio click segnerebbe la mia accettazione, o la mia rassegnazione, al principio che lo stato ha titolo a stabilire – come nella Germania nazista, come nell’Italia fascista, come nella Russia stalinista –  che cosa è scientifico e che cosa no.  L’amministrazione della mia università, per necessità o per virtù, può pensarla diversamente da me:  se è così, può fare quei due click al mio posto, assumendosene la responsabilità.

L’obiezione “Che senso ha astenersi? Se non lo fai tu lo farà qualcun altro” è un argomento da collaborazionisti.  In primo luogo, chi lo dice rifiuta perfino la responsabilità su se stesso, cioè su quella porzione di mondo che, come agente morale, è formalmente sotto il suo controllo, per farsi trascinare da una necessità soltanto presunta. In secondo luogo il suo comportamento, aggregato, offre al regime esattamente quello che cerca: la diluizione della sua responsabilità nella miriade dei piccoli click di tanti piccoli collaborazionisti. A chi mi dice “Se non lo fai tu lo farà qualcun altro” rispondo: “Intanto io non lo faccio”.

Nell’Apologia si racconta che, quando i Trenta Tiranni, per coinvolgerli nei loro crimini, ordinarono a Socrate e ad altri cittadini di arrestare Leonte di Salamina, Socrate ignorò l’ordine e se ne andò a casa. Il suo gesto isolato non ebbe nessun effetto politico. Filosoficamente, però, non fu senza significato: di fronte a un potere che pretende di dominare le coscienze,  è la  coscienza che deve opporre la sua obiezione. Non importa qui – ancora –  quello che farebbe o farà qualcun altro.

Un professore ordinario, facendo obiezione di coscienza alla VQR, rischia infinitamente di meno di quanto rischiasse Socrate di fronte ai tiranni. A maggior ragione, dunque, in un momento in cui opporsi alla scienza di stato non è ancora divenuto difficile, ubbidire sarebbe viltà. Mi vergognerei, non meritando di essere ricordata come Socrate, di essere ricordata come un Carlo Anti o un Sabato Visco.

4 commenti to “VQR: la mia obiezione di coscienza”

  1. Manca in questa argomentazione un piccolo dettaglio e cioè che la sua tanto difesa “libertà di ricerca” è pagata dai contribuenti a cui lei dovrebbe dare conto. Purtroppo la cosiddetta “accountability” non è una caratteristica degli spiriti liberi come lei che spendono risorse pubbliche e pretendono di scriversi da sole le regole a cui devono sotto stare

    • Gentile signore, io pubblico ad accesso aperto. Il che significa che il contribuente – se ha accesso alla rete – può leggere quello che scrivo senza pagare un editore. O, con un esempio più concreto: i miei ipertesti su Platone, ad accesso aperto, usati nei licei, fanno risparmiare a molte famiglie dei soldi che altrimenti dovrebbero sborsare.

      Il sistema VQR è costruito su database proprietari e su editori che pubblicano per lo più ad accesso chiuso, cioè a pagamento: il che significa che se lei vuole leggere quello che scrive buona parte dei miei colleghi, deve pagare di nuovo, oltre ad aver già pagato una volta il loro stipendio. Preferisce così?

      Quanto alle “regole” – ammesso che ci siano – per stabilire qual è la scienza buona o cattiva: a chi tocca scriverle? Alla comunità scientifica o a qualcun altro? Quando Germania e Italia hanno pensato di farle scrivere allo stato, si sono fatte scappare i fisici che hanno aiutato i loro nemici a vincere la II guerra mondiale. O forse preferisce farle scrivere alla chiesa, come ai tempi di Galileo Galilei? O è seriamente convinto che persone come queste siano in grado di giudicare la ricerca altrui per la magia una nomina ministeriale?

  2. Anch’io partecipo alla protesta contro la VQR. Quello che in molti non capiscono o non vogliono capire è che si tratta di una giustificazione per un taglio ulteriore dei finanziamenti all’universit à, per il meccanismo dell’innalzamento della quota premiale a scapito del fondo di finanziamento ordinario.

    • O, detto in termini politici, questa VQR è un modo per rendere l’università angusta, chiusa e controllata da poteri burocratici e oligopoli editoriali che non rendono conto a nessuno, proprio mentre la rivoluzione digitale ci offrirebbe gli strumenti per renderla aperta, libera e trasparente – cioè controllata e valutata, come direbbe Kant, tramite l’uso pubblico della ragione.

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