Posts tagged ‘censura’

1 luglio, 2011

Copyright, censura, AgCom: che cosa fare

Il 6 luglio l’AgCom approverà una delibera che le permetterà di rimuovere contenuti dai siti italiani e rendere inaccessibili siti stranieri per presunte violazioni del copyright, senza il controllo del giudice. Ecco che cosa si può fare per opporsi.

Qui segnalo solo la pagina di Agorà digitale che raccoglie tutte le iniziative in rete e fuori, e il sito di Avaax.org  che consente di scrivere ai commissari AgCom.

Quanto a me, mi limito a ricordare che il privilegio librario – il censorio antenato del copyright -  in Gran Bretagna fu soppresso in seguito alla seconda rivoluzione inglese e nell’Europa continentale in seguito alla rivoluzione francese, quando toccò ai monarchi censori di essere a loro volta variamente censurati dai loro sudditi. Un breve ripasso di storia moderna potrebbe essere salutare, se non altro per evitare inutili ripetizioni. Di monarchie assolute senza separazione dei poteri abbiamo già avuto esperienza, grazie.

Sito Non raggiungibile

29 giugno, 2011

Copyright, censura, AgCom: dalla teoria alla pratica

Della parentela storica del copyright con la censura ho già parlato più di una volta.  Della pratica riscoperta di questa parentela nel regolamento AgCom di prossima emanazione, per dare a un organo non giudiziario la facoltà di eliminare senza processo i contenuti Internet che ritiene violino il diritto d’autore, si racconta diffusamente qui.  Ripeto la domanda di Gilioli: vogliamo fare qualcosa?

12 giugno, 2011

“Ho sempre saputo di poter contribuire a fare la differenza”

Nella seconda metà degli anni ’30 del secolo scorso,  Alan Cranston  poteva capire e temere quanto ancora sfuggiva a buona parte dei suoi concittadini americani. Come corrispondente dell‘International News Service per l’Italia, la Germania e l’Etiopia conosceva il fascismo di prima mano.  Nel 1934,  faccia a faccia con Hitler,  aveva visto da vicino il suo sguardo vetrificato dal potere.

La sua America era ripiegata su se stessa, isolazionista. Era vitale farle sapere che il fascismo era molto più di un fenomeno locale. Ma esisteva una sola traduzione inglese di Mein Kampf, autorizzata dal detentore del copyright, al quale venivano versati regolarmente i proventi dovuti, ed espurgata dei passi più antisemitici e militaristi.

Cranston, in otto settimane, ne compose una nuova versione annotata, con l’aiuto di una schiera di dattilografe. Una di queste, ebrea, sulle prime trovò questa operazione inquietante, perché sembrava un servizio a Hitler. Ma la fede di Cranston nell’uso pubblico della ragione convinse lei e molti altri.  Un giornalista, uno studioso, non può ragionare al posto degli altri, selezionando per loro quanto conviene sapere e ignorare, ma può – e talvolta deve – dare agli altri qualcosa su cui pensare, fosse anche il volto non edulcorato del nazismo.

La versione di Cranston, a 10 centesimi la copia, trovò mezzo milione di lettori in dieci giorni  e una causa da parte dell’editore di Hitler per violazione del copyright. Nel luglio del 1939 un tribunale della più grande democrazia del mondo di allora diede torto a Cranston, mandando al macero altre 500.000 volumi già stampati. Poco meno di due mesi dopo le truppe tedesche cominciarono l’invasione della Polonia e la seconda guerra mondiale.

Cranston, traducendo Hitler, sapeva benissimo che avrebbe perso.  Ma sapeva anche che, se avesse taciuto, non avrebbe raggiunto quel mezzo milione di lettori che furono informati su chi fosse Hitler grazie alla sua consapevole violazione della legge.

Di solito racconto questa storia – che potrebbe essere la trama di un film, se il suo contenuto non fosse così giuridicamente anti-hollywoodiano – per illustrare quanto la cosiddetta proprietà intellettuale riesca a essere nemica della libertà dell’informazione e della ricerca. In questo momento, però, la dedico agli italiani che stanno andando a votare perché, come Cranston, continuano a credere di poter  contribuire a fare la differenza.

17 maggio, 2011

Il filtro e la censura: la via dell’overlay journal

Nel mondo della stampa, la pubblicazione scientifica doveva essere preceduta da una selezione chiamata peer review (revisione paritaria) perché sarebbe stato tecnicamente ed economicamente impossibile stampare tutto.  Uno degli effetti collaterali di questa necessità era – ed è – un sistema la cui trasparenza lascia a desiderare. La selezione avviene prima della pubblicazione, e quindi lontano dagli occhi del pubblico, in un tribunale notturno esposto al rischio di trasformarsi nel tribunale di Kafka. Questo rischio è tanto più probabile quanto più una comunità scientifica si allontana dalle condizioni ottimali del funzionamento dei commons, riscoperte da  Elinor Ostrom.

La stampa cartacea, per i suoi limiti tecnologici ed economici, obbligava a unire a un atto di selezione (“penso che questo testo sia scientificamente valido”) a un atto di censura (“e quindi non lo pubblico”). La rete non ha più questi limiti tecnologici ed economici: perché, in rete, dobbiamo fare delle riviste che si comportano come se li avessero?

L‘overlay journal è una rivista- copertina che recensisce  e  segnala,  sulla base di una revisione paritaria, articoli ad accesso aperto depositati altrove.  Che filtra, cioè, senza censurare, perché filtro e censura non sono la stessa cosa. Non lo sono mai stati concettualmente, come ha ben spiegato Giovanni Cerri leggendo Platone, e non lo sono più neppure tecnicamente. Anzi, è anche possibile rendere trasparente l’intera procedura della selezione: se tutto è già pubblicato, chiunque può rendersi conto di come opera una rivista-copertina, andando a controllare che cosa viene trascelto dall‘archivio aperto di riferimento.

Questa via è la via che il “Bollettino telematico di filosofia politica” ha scelto di imboccare. Le cosiddette scienze umane sono generalmente prive di rigorosi paradigmi disciplinari comuni, e mancano, come mostrano benissimo certi casi di cronaca,  di comunità scientifiche vigili e aperte in grado di controllare informalmente la fase oscura della revisione paritaria.  Per questo è qui assolutamente vitale che il filtro e la censura siano rigorosamente distinti, così da non trasformare la funzione editoriale in un puro esercizio di potere.  Queste sono le nostre procedure di pubblicazione,  questo è il loro senso, e  questo – contenuto nella mia prima segnalazione – è il loro valore. Uscire dalle cristallizzazioni oligarchiche è possibile, perfino ora, perfino qui. Basterebbe soltanto volerlo fare.

30 marzo, 2011

Copyright e censura

Che il copyright sia un discendente del monopolio e della censura è cosa che interessa per lo più   i giuristi e gli storici della cosiddetta proprietà intellettuale. Anche le vicende contemporanee che contribuiscono a rivelarne l’imbarazzante parentela, e che ho raccontato qui, sono usualmente note solo a pochi specialisti, perfino quando contrappongono al copyright la libertà dell’informazione, come nel caso di Alan Cranston contro l’editore americano di Adolf Hitler, o quella della ricerca, come nel caso delle traduzioni inglesi di Simone de Beauvoir.

Noi italiani, però, abbiamo la fortuna di godere di un’illustrazione facile ed evidente dell’archeologia del copyright. In una trasmissione Mediaset, una sedicente aquilana terremotata racconta che la sua città è ormai felicemente ricostruita.  Nulla di quanto riferisce è vero.  La cosa, scoperta in rete,  grazie alla rete si diffonde, tanto da costringere chi conduce il programma a replicare.

Siamo di fronte a un caso di disinformazione degno della Corea del Nord? Oppure stiamo interpretando malevolmente qualcosa noto fin dall’inizio come una messinscena televisiva? Per rendersene conto sarebbe necessario  vedere personalmente la parte della trasmissione di cui si discute.  E’ possibile farlo?

In questo momento, il video è ancora presente su Youtube solo grazie all’elaborazione di un partito, cioè di una fonte dichiaratamente di parte. Quanto è stato caricato da persone comuni è stato rimosso per violazione del copyright. E’ censura, questa? Assolutamente no. Come direbbe Shakespeare, fa la stessa cosa, ma con un altro nome.

 

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 82 follower