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6 giugno, 2007

Gli scienziati pazzi

Dicevo, nel mio post precedente, che, quando si tratta di fare ricerca, perfino i professori delle istituzioni accademiche più illustri ignorano le norme vigenti sulla proprietà intellettuale. Nel caso di molti miei colleghi umanisti, questa trascuratezza è del tutto inconsapevole, perché le loro menti sono troppo assorte in pensieri elevati per occuparsi delle leggi prosaiche che regolano – e limitano – la diffusione dei loro scritti.

Ma non sempre succede così: i fisici, dal 1991, mettono i testi che vogliono condividere in un archivio elettronico ad accesso aperto, il celebre ArXiv, attualmente ospitato dalla Cornell University. E tengono tanto alla libertà del loro testi, da ribellarsi anche alle più potenti multinazionali dell’editoria accademica.

Perché i fisici si comportano così? Sono seguaci di una forma letterale di socialismo scientifico?

Niente affatto.

Kant, nell’introduzione alla Critica della ragion pura, diceva che una disciplina segue la via sicura di una scienza quando i suoi risultati sono cumulativi, e c’è un accordo fra coloro che la praticano. Di che cosa c’è bisogno perché questo avvenga? Semplicemente, che ci siano – e si sappiano usare – strumenti per rendere pubblici i risultati e per conservarne la memoria, e che sia possibile praticare la discussione per raggiungere un accordo. Oggi basta avere la rete, un bell’archivio centralizzato accessibile a tutti, e tanta voglia di discutere.

Per questo i fisici -perfino in Italia – praticano il comunismo della conoscenza senza essere socialisti. E’ una scelta ovvia, quando c’è una comunità scientifica che funziona.

Ma perché, allora, i miei colleghi umanisti, per lo più, non lo fanno?

Potrei dare una risposta veloce e cattiva a questo quesito: perché non fanno parte una comunità scientifica, o, per lo meno, appartengono a una comunità scientifica che non funziona.

E’ davvero così? Io posso basarmi solo  sulla mia esperienza, che vale pochissimo, perché è quella di una accademica minima. E raccontare qualche storia.

(continua)

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