Posts tagged ‘Gelmini’

13 novembre, 2008

Ipotesi di concorso universitario post-gelminiano

Il professor Agamennone Interno vorrebbe che il suo diletto allievo Oreste diventasse associato. Che fa? Innanzitutto si va a leggere il decreto-legge Disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca fresco fresco di gazzetta.

Dal decreto apprende che le università le quali non hanno superato nel 2007 il limite massimo, fissato per legge, del 90% del finanziamento ordinario, possono spendere il 50% del budget lasciato libero dai colleghi che vanno in pensione.  Le decurtazioni del finanziamento ordinario sono invece rimaste: questo significa che le università oggi  entro il limite del 90% non lo saranno più domani. Che il taglio alla gola per le università pubbliche è ancora in fondo all’orizzonte.

Ma ad Agamennone Interno tutto questo non interessa: l’esigenza del giorno è piazzare l’allievo.  Una volta fatto valere il suo potere per far bandire il suo concorso locale e ottenere la nomina a commissario interno da parte della sua facoltà, egli si imbatte però nell’articolo 4 del decreto gelminiano,  secondo il quale sarà affiancato, nel suo giudizio, da quattro commissari sorteggiati entro una rosa di eletti, di numero triplo rispetto a quello dei commissari complessivamente necessari nella sessione.

Perché Oreste possa vincere Agamennone ha bisogno solo di due commissari “amici”.  Dovrà dunque mettersi d’accordo con i colleghi perché in questa rosa siano eletti il maggior numero possibile di amici. lasciando ai nemici un numero ridotto di posti, in modo tale che, se anche venissero sorteggiati, rimarrebbero in minoranza.  Nell’ordinaria amministrazione, dunque, il decreto ha, come d’uso, cambiato tutto per non cambiare nulla.

Immaginiamo che qualcosa vada storto: per esempio, che ad Agamennone Interno si opponga Achille Rivale, un professore influente che riesca a far eleggere nella rosa un certo numero di potenziali commissari a lui fedeli. Il gioco della sorte, in questo caso, potrebbe formare una commissione composta da Agamennone Interno, il suo amico Menelao Prossimo, Tersite Esterno, Achille Rivale e il suo maestro Chirone Centauro. Una commissione siffatta – composta dai membri di due cordate e da un outsider – potrebbe finalmente celebrare un concorso vero?

Vediamo.

Agamennone e Menelao sono per Oreste Interno; Chirone e Achille per Patroclo Amico; Tersite Esterno, che vorrebbe tanto far vincere la sua allieva Medusa Impresentabile, è l’ago della bilancia.

Proviamo a immaginare Tersite nel modo peggiore possibile: in un gruppo disciplinare piccolo, potrebbe anche essere uno che è entrato nella rosa dei sorteggiabili  solo perché ha votato per se stesso. Che senza il decreto gelminiano non avrebbe mai potuto sperare di diventare commissario, perché i colleghi – a partire di quelli della facoltà, che lo conoscono bene – lo considerano un autentico cretino.

Tersite, dunque,  non batte chiodo da anni. Ora, che la sorte gli ha sorriso, si trova davanti l‘occasione della vita, irripetibile, qualora la contesa fra Achille e Agamennone fosse così  aspra  da impedire ai due di accordarsi per distribuire le idoneità a Oreste e Patroclo. In questa situazione, Tersite può offrire il suo voto a Achille o a Agamennone in cambio del loro appoggio a Medusa Impresentabile.

Medusa, però, è davvero impresentabile, tanto che Achille, per senso dell’onore, rifiuta lo scambio. Agamennone, che ha più pelo sullo stomaco, lo accetta.  I vincitori saranno quindi Oreste interno – come al solito – e Medusa Impresentabile.

Ordinariamente, dunque, i concorsi gelminiani per le due fasce superiori verranno decisi dai gruppi più organizzati; straordinariamente, nel caso di scherzi della sorte, sarà facilissimo comprare il voto di eventuali outsider.

La  commissione per un concorso di ricercatore sarà composta dal commissario nominato dalla facoltà e da due professori ordinari sorteggiati dalla solita rosa di eletti.  Il vincitore è soltanto uno: non si possono dunque fare scambi. Però i due commissari che volessero votare  contro il  candidato interno dovrebbero essere consapevoli che, se bandissero un concorso per ricercatore a casa loro, verrebbero ripagati con la stessa moneta. Sfavorire il candidato interno sarebbe per loro conveniente solo in un caso: che siano immuni da vendetta in quanto nessuno dei due è in grado di far bandire concorsi per ricercatore nella propria facoltà.

Il carattere locale dei concorsi, la povertà di cui il sistema baronale costituisce, cinicamente, una soluzione, l’inevitabilità del giudizio pro amico, non sono stati minimamente toccati dal decreto Gelmini. Hanno ragione gli studenti  a continuare a  protestare.

Annunci
31 ottobre, 2008

Giavazzi e la “stabilizzazione per decreto”

In un articolo di cui ho già parlato, Giavazzi scrive, a proposito delle rivendicazioni dei ricercatori precari:  “Qui invece si chiede la stabilizzazione per decreto senza neppure che sia necessario aver conseguito il dottorato”.

Bene. Mi piacerebbe sapere quali sono le sue fonti.

A me risulta – come si può vedere da questa ipotesi di piattaforma – che i ricercatori precari chiedano essenzialmente due cose:

– un contratto unificato di ricercatore a tempo determinato, che regoli e riconosca il lavoro occulto, ma indispensabile, attualmente svolto dai precari;

– un sistema serio di concorsi che successivamente permettano, a chi se lo merita, l’accesso al ruolo a tempo indeterminato.

Le grandi sanatorie che impongono assunzioni ope legis spostano semplicemente il problema del precariato dalla generazione precedente alla generazione successiva. La sanatoria del 1981 ha già fatto assaggiare a molti studiosi della mia età il sapore volatile della precarietà. Che sia ingiusto macellare i giovani per darli in pasto ai vecchi lo sappiamo tutti benissimo, per esperienza personale.

31 ottobre, 2008

L’Italia e il Cile

E’ vero che l’Italia produce meno laureati del Cile? Pare di sì, a voler credere a questo comunicato stampa ministeriale. E a non volerci credere? Be’, gli ingegneri pisani hanno fatto un po’ di conti su questa e altre rivelazioni, qui.

Non occorre, del resto, essere ingegneri per  scaricarsi dal sito del ministero  un utile libretto il quale racconta che nel 2007 i laureati italiani sono stati 301.298. Il Cile, come si può vedere qui, nel 2006 ha prodotto 87.405 laureati.

Come può il ministero raccontare una cosa la cui falsità è così facilmente verificabile? Molto probabilmente l’ente governativo deputato alla nostra istruzione ha usato come fonte il titolo di  questa notizia, a proposito dell’ultimo rapporto OECD Education at a glance.  Se il ministero avesse avuto una cultura letteraria  tale da permettergli di affrontare la lettura non solo del titolo, ma anche del testo della notizia e la cultura matematica necessaria a interpretarlo, si sarebbe reso conto che il rapporto non si riferiva a valori numerici assoluti, bensì a percentuali.

Nella fascia di età tra i 24 e i 34 anni solo il 17%  degli italiani, ha ottenuto una laurea – percentuale, questa, leggermente inferiore a quella cilena, come si vede alla  tavola A1.3a del rapporto Oecd. L’OECD, a dire il vero, aggiunge anche che dopo la riforma del 2002 la percentuale delle ultime generazioni di laureati è rapidamente aumentata e si sta approssimando alla media dei paesi OECD. Ma queste sono sottigliezze che un ministero dell’istruzione non può certo cogliere.

La tavola A1.3a del rapporto Oecd riserva però delle sorprese.  Il 17% è la percentuale di popolazione italiana tra i 24 i 34 anni che ha ottenuto una laurea detta dall’OECD di tipo A; ma i cileni della stessa fascia d’età che hanno ottenuto questo genere di laurea sono, per l’OECD, solo il 14%.  I laureati cileni diventano  in percentuale, più dei laureati italiani solo se al 14% si somma. promiscuamente, il 4% di coloro che hanno ottenuto una laurea di tipo B – qualcosa di simile a un diploma universitario ad orientamento tecnico. E se alla percentuale di laureati italiani di tipo A (17%) si somma quella di tipo B (1%) otteniamo addirittura una percentuale pari a quella dei laureati cileni.

Non che queste percentuali siano confortanti: a quanto pare, lo stesso ministero italiano incontra difficoltà a decifrare testi e a soppesare numeri. Ma che, fra tutti i paesi del mondo, si sia  eretto a termine di confronto  proprio il Cile, è – come dire? – leggermente inquietante.

26 ottobre, 2008

Questo non è il ’68. Questo è il 2008

Insegno a Pisa, una delle città da cui è partita la rivolta degli studenti. Ho fatto regolarmente lezione, entro i limiti stabiliti dalla legge, tranne nei giorni in cui la didattica era stata dichiarata ufficialmente sospesa. Come si può vedere dal newswire della mia facoltà, anche i miei colleghi stanno facendo regolarmente lezione. Gli spostamenti d’aula che vengono comunicati sono dovuti solo al fatto che il polo Carmignani è attualmente occupato. Ma, per quanto mi risulta, a nessun professore è stato impedito di fare lezione e a nessuno studente è stato impedito di parteciparvi. Vedo gli studenti che seguono il mio corso sia a lezione sia alle manifestazioni contro (Gelmini)-Tremonti. Di “facinorosi” per ora non ce ne sono: questi sono studenti che vogliono studiare.

Il rafforzamento “identitario” sarebbe – si dice –  il vero e unico senso di queste “rituali” proteste giovanili. Sarà. A me sembra che questo arzigogolo non sia l’unico senso che queste proteste hanno, bensì l’unico che si è disposti a concedergli.  Qui ci sono delle oligarchie senili  e  ossessive, senilmente e voracemente arroccate sui loro privilegi, che vogliono  negare a tutti questi giovani il diritto di dire la loro sul loro futuro; il diritto di potersi elevare socialmente tramite una istruzione pubblica di qualità offerta a prezzi ragionevoli; il diritto di non essere gli unici a pagare per una crisi economica dovuta non a loro, ma alla loro stessa avidità dissennata. Qui si stanno negando ai giovani dei diritti di cui i vecchi hanno abusato senza ritegno, senza che nessuno dei gerontocrati abbia mai fatto nulla per porre a se stesso un freno. E’ una questione di identità? A me sembra un serio, serissimo problema di giustizia.

10 ottobre, 2008

Agli antipodi

Traduco qui sotto la Dichiarazione di Brisbane sull’accesso aperto appena firmata da una sessantina di istituzioni di ricerca in Australia.

Preambolo:  I partecipanti riconoscono l’Accesso Aperto come una attività strategica da cui la ricerca dipenderà a livello internazionale, nazionale, universitario, di gruppo e individuale.

Strategie: Perciò i partecipanti  decidono quanto segue, come ricapitolazione delle strategie fondamentali che l’ Australia deve adottare:

1. Ogni cittadino deve avere un accesso libero e aperto alla ricerca, ai dati e alla conoscenza pubblicamente finanziata. [grassetto mio]

2. Ogni  università australiana deve aver accesso a un archivio digitale che raccolga, a questo scopo, i suoi risultati di ricerca.

3. Questo archivio deve contenere come minimo tutti i materiali  segnalati nell’Higher Education Research Data Collection (HERDC).

4. Il deposito dei materiali deve aver luogo al più presto possibile, e nel caso di articoli di ricerca editi  deve essere la versione finale dell’autore al momento dell’accettazione, in modo da massimizzare l’accesso aperto ad essi.

Per dirlo all’australiana, uno degli argomenti più forti a favore della pubblicazione ad accesso aperto è quello secondo cui chi finanzia la ricerca con le sue imposte ha ben diritto a ricevere qualcosa in cambio senza doverlo pagare di nuovo, perché si è messo in mezzo un editore commerciale.

Se le università italiane diventassero fondazioni finanziate privatamente, questo argomento cadrebbe d’incanto. Chi “mette i soldi” potrebbe trovare vantaggioso ottenere un lucro collaterale associandosi a un editore che preferisce l’accesso chiuso.  Come si potrebbe esigere quanto pretendiamo collettivamente da un sistema pubblico, nei confronti del quale siamo cittadini, da un privato di cui siamo soltanto clienti?

Il cittadino che vuole che l’università pubblica renda accessibili i suoi testi pretende quello che,  come contribuente, ha già collettivamente pagato  – anche quando, come singolo, non ha pagato  affatto. Il cliente di un ente privato, che è solo,  non  può chiedere  nulla più di quanto è in grado di pagare.