Posts tagged ‘istruzione pubblica’

3 marzo, 2011

L’istruzione pubblica: un punto di vista indipendente

Il filosofo prussiano Immanuel Kant lavorava in un’università di stato. Nell’università di una monarchia assoluta che pretendeva da lui fedeltà, e che, in un’occasione, lo aveva addirittura censurato, perché, nella sua funzione di professore, tradiva il suo compito di “maestro della gioventù”.  Non è forse doveroso – nelle scuole, nelle aziende o nei partiti – vendere l’anima a chi ci paga lo stipendio?

Questo è un problema che ci tocca da vicino.  Che tocca da vicino non solo chi lavora nella scuola, ma anche chi ha il sempre più meschino privilegio di essere docente universitario.

Kant faceva, di mestiere, il professore di filosofia. Insegnava una materia che oggi si direbbe “non professionalizzante”, a differenza della giurisprudenza e della teologia, che formavano utili servitori dello stato e della chiesa. Perché mai un governo dovrebbe pagare delle gente che insegna cose del tutto inutili e che si permette pure di criticarlo?

Nell’Ottavo paragrafo della seconda parte del Conflitto delle facoltà Kant risponde a questa domanda in modo obliquo. Come professori delle università di stato, i filosofi si occupano dell’«istruzione pubblica» del popolo sui suoi «doveri e diritti verso lo stato a cui appartiene». Però qui i doveri e diritti non sono quelli che stanno nei codici dei giuristi, ma quelli che stanno nella testa di chi pensa:  mentre gli avvocati e i funzionari ragionano al servizio di qualcuno, secondo leggi che sono loro date, i filosofi ragionano e basta. Il governo, per sua fortuna, non ha da spaventarsi granché, perché i loro scritti sono troppo difficili per essere capiti dalla massa. Tutt’al più vanno intesi come suggerimenti deferenti rivolti allo stato. Niente di sovversivo, nulla di preoccupante.

Kant, però, pretendeva di insegnare quello che pensava, in pubblico. Perché quanto  nasce difficile e oscuro, venendo reso pubblico e discusso e spiegato di mano in mano e di bocca in bocca, diventa più facile e più chiaro. E dunque a lungo andare sovversivo e  preoccupante.

Di nuovo, perché mai una organizzazione collettiva particolare dovrebbe pagare della gente perché possa dire quello che pensa, e non quello che gli piace sentirsi dire?

L’opinione di Kant a si trova, chiarissima, nell’articolo segreto della Pace perpetua: solo chi può permettersi di avere un punto di vista indipendente, e non deve piegare la schiena al potere e la ragione al dogma, può alzare la testa e avvisare despoti e popoli quando stanno andando sbattere contro un muro, rendendoli avvertiti che le opinioni condivise – o che ci sono state fatte condividere negli spazi angusti delle famiglie e degli oligopoli mediatici – non sono necessariamente scontate.

Bizzarro dover ricordare oggi, in Italia, quanto Kant scriveva a un monarca assoluto impaurito dalle rivoluzioni che ribollivano ai suoi confini.

4 ottobre, 2008

Sending our kids to college

Componenti del debito totale americano

Componenti del debito totale americano

Se andiamo a leggere la trascrizione del faccia-a-faccia dei due candidati vice-presidenti degli Stati Uniti d’America, ci accorgiamo che la preoccupazione di potersi permettere di mandare i figli all’università viene menzionata, con toni solidali, due volte dalla repubblicana Palin, e ben quattro volte dal democratico Biden. Questa preoccupazione sembra talmente condivisa dalla classe media  americana da dover essere presa sul serio anche dalla parte repubblicana. Come mai?

Per capirlo basta guardare il grafico qui sopra.  La linea blu del debito delle famiglie, già alta, si è impennata accompagnando il volo folle del debito finanziario, fino ad arrivare allo spaventoso crack di cui oggi siamo testimoni.

Per che cosa si sono indebitate queste famiglie spendaccione? Per la casa, a quanto pare, per la macchina, per la carta da credito e per l’istruzione dei figli. Sono cose che possono capitare, quando il reddito è basso e manca una istruzione pubblica di qualità a prezzi accessibili. Nel 2003, peraltro, chi ora ispira la riforma dell’istruzione considerava meritevole di imitazione il modello che ha portato l’America alla catastrofe.

I professori possono discettare dottamente  su quello che c’era una volta in America. Ma  il contribuente – quello che “mette i soldi” – ha bisogno di farsi una domanda sola: mi piacerebbe ipotecarmi la casa per mandare mio figlio all’università?

16 luglio, 2008

La distruzione dell’università pubblica

Linko qui, per chi ha voglia di leggerlo,  l’articolo del professor Fulvio Tessitore uscito sulla “Repubblica” di Napoli del 14 luglio 2008.

Fulvio Tessitore è un academicus maximus. Io, che sono una accademica minima, sarò un po’ più breve.

Il decreto di cui l’articolo discute vorrebbe incoraggiare le università, con la leva di una drastica riduzione del finanziamento pubblico, a trasformarsi in fondazioni di diritto privato. Questo passo è appetibile per le università capaci di autofinanziarsi, attirando studenti ricchi in grado di pagare ricche rette; non è praticabile per le università che non sono in grado di farlo, per esempio perché si trovano in zone povere del paese. Questi atenei si ridurranno a state universities all’americana, per svendere agli studenti più poveri una istruzione di serie B.

Il principale vizio dell’università italiana, sul quale mi diverto a fare letteratura in questo blog, è la sua gestione privatistica: chi ha una carica accademica, anche piccola, tende a trattarla come una sua proprietà che usa per i suoi interessi. Perché mai dovrebbe cambiare qualcosa, se le università venissero privatizzate?

Un sistema di istruzione pubblica si dovrebbe legittimare per gli stessi motivi per i quali si giustifica un sistema sanitario pubblico. La sua missione dovrebbe essere assicurare la conservazione e la disseminazione del sapere in maniera equa e universale – per garantire, politicamente, la salute della repubblica, e, economicamente, la prosperità di una società industriale avanzata. Possiamo davvero permetterci il lusso di avere dei poveri che sono anche ignoranti?

Un sistema di istruzione pubblico dipende principalmente dalle tasse dei cittadini, di fronte ai quali dovrebbe giustificarsi, mostrando loro gli esiti della sua attività e assicurando procedure di selezione trasparenti. Impossibile, in Italia?

Non direi. Basterebbe cambiare poco per cambiare tutto. La pubblicazione ad accesso aperto – a cui favore ha firmato la quasi totalità dei rettori delle università italiane – renderebbe possibile a chiunque leggere quello che scriviamo e ci farebbe risparmiare buona parte del denaro che diamo agli editori. E basterebbe vietare le carriere interne per rendere i concorsi più trasparenti, scardinando sul nascere il rapporto feudale fra “maestro” e “allievo”. Sempre che non si preferisca evitare ogni confronto serio con il contribuente e privatizzare il privatizzabile, in modo da rendere estesi e senza controllo quei grumi di potere privatistici che tutti noi, a parole,  deploriamo.

Amo sostenere che l’università deve essere difficile. Il professore buono deve essere “cattivo”: i suoi esami devono essere una prova che si prepara con fatica e si ricorda – una volta superata – con orgoglio.  Io posso  permettermi  il lusso di compiere il mio dovere perché sono e mi sento una funzionaria pubblica, che risponde alla legge prima che agli studenti. Ma se avessi di fronte a me i clienti, più o meno danarosi, di un più o meno esclusivo laureificio, sarei ancora in grado di compiere seriamente il mio lavoro di insegnante?

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