Posts tagged ‘legge 133’

22 novembre, 2008

Lo scopo segreto della legge 133: i baroni portaborse

Secondo una vulgata diffusa anche fra chi si oppone alle legge 133, il progetto del governo è semplicemente quello di privatizzare il più possibile l’università, in maniera da non doverla più finanziare. Se fosse così il disegno, pur brutale, avrebbe una sua coerenza ideologica, che lo renderebbe in un certo qual modo rispettabile. Ma un gruppo di lavoro della facoltà di scienze politiche  dell’università di Firenze analizzando  con attenzione il testo, ha scoperto che il suo scopo potrebbe essere ben diverso.

Il documento fiorentino dedicato alle implicazioni giuridiche e pratiche della trasformazione delle università in fondazioni meriterebbe di essere letto con attenzione. Per chi non ha voglia di farlo, Minima academica, che è abituata al volontariato di servizio pubblico, ne riassume qui le tesi salienti.

Chi crede che una università-fondazione privata, ai sensi della legge 133, sia più libera di una pubblica si inganna. Basta leggere il comma sesto dell’articolo 16 per rendersi conto che il suo statuto e il suo regolamento di amministrazione e di contabilità sono soggetti ad approvazione da parte del ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto  col ministro dell’economia e delle finanze. Se al  ministro lo statuto non piace, l’università se lo deve riscrivere.

Di contro, nel caso dell’università pubblica (legge 168/1989, articolo 6 commi  9 e 10), se il ministro dissente su statuto e regolamenti per motivi di merito o di legittimità, può rinviarli  una volta sola, all’università che li ha approvati Se l’università li riapprova con una maggioranza qualificata, il ministro se ne deve fare una ragione, potendo  solo far ricorso al TAR, ed esclusivamente sulla legittimità. Quindi: mentre l’università pubblica si scrive da sé le sue regole, alla fondazione cosiddetta privata le scriverebbe il governo.

Chi pensa che la presunta privatizzazione dell’università gli permetta di risparmiare sulle tasse, sbaglia. Rimane il finanziamento pubblico (articolo 16, comma 9). Rimane anche la vigilanza ministeriale propria dell’università ente pubblico, il controllo della Corte dei Conti, la possibilità del commissariamento ministeriale in caso di violazione di legge. Si potranno almeno licenziare più facilmente  i baroni? Assolutamente no: lo stato giuridico della docenza,  nella fondazione, rimane lo stesso stato pubblicistico che abbiamo ora. Tutt’al più, forse, con un po’ di pazienza, si potranno licenziare i bidelli, dopo che il loro rapporto di lavoro, in seguito al primo contratto collettivo, sarà diventato privatistico (articolo 16 comma 13),

A che serve questa privatizzazione finta? Non certo a sottrarre alle oligarchie il loro potere – tanto è vero che l’ateneo pubblico (articolo 16 comma 1) può decidere di trasformarsi in fondazione, senza troppe cerimonie, con un voto a maggioranza assoluta dell’organo più baronale che si possa immaginare, il senato accademico.

Si può supporre che, a causa dei tagli al finanziamento  ordinario, questa trasformazione verrà decisa quando si dovrà far entrare qualcuno con i soldi per risanare un bilancio disastrato – per esempio una banca creditrice, qualche ente pubblico locale, o peggio, come potrebbe accadere, scrivono eufemisticamente i fiorentini, “in contesti economicamente arretrati, con élite politiche clientelari o in ambienti manifestamente mafiosi”. L’oligarchia universitaria dovrà fatalmente diventare, da autoreferenziale, collusiva verso l’esterno, entrando in un reticolo di rapporti con politici, banchieri e imprenditori locali – o peggio. Quel che ne verrà fuori sarà più simile alla Kore di Enna che alla Bocconi di Milano. Non sorprendentemente, su questo progetto è d’accordo buona parte della casta politica.

In questo momento, un professore universitario non è obbligato ad essere colluso con le oligarchie politiche ed economiche. Può dire quello che pensa dei politici, degli imprenditori e perfino, sia pure con qualche prudenza, dei colleghi. Minima academica, dietro cui non c’è un barone ma solo un modesto valvassore, in fondo può  ancora scrivere quello che vuole. Ma se la collusione diventasse inevitabile, grazie alle finte fondazioni private,  ai poteri che le controllerebbero, e magari anche grazie a un finta valutazione della ricerca, tutti noi potremmo ridurci così – così corrotti, così vili, così portaborse da non riuscire più  a dire neppure cose come queste.

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31 ottobre, 2008

Giavazzi e la “stabilizzazione per decreto”

In un articolo di cui ho già parlato, Giavazzi scrive, a proposito delle rivendicazioni dei ricercatori precari:  “Qui invece si chiede la stabilizzazione per decreto senza neppure che sia necessario aver conseguito il dottorato”.

Bene. Mi piacerebbe sapere quali sono le sue fonti.

A me risulta – come si può vedere da questa ipotesi di piattaforma – che i ricercatori precari chiedano essenzialmente due cose:

– un contratto unificato di ricercatore a tempo determinato, che regoli e riconosca il lavoro occulto, ma indispensabile, attualmente svolto dai precari;

– un sistema serio di concorsi che successivamente permettano, a chi se lo merita, l’accesso al ruolo a tempo indeterminato.

Le grandi sanatorie che impongono assunzioni ope legis spostano semplicemente il problema del precariato dalla generazione precedente alla generazione successiva. La sanatoria del 1981 ha già fatto assaggiare a molti studiosi della mia età il sapore volatile della precarietà. Che sia ingiusto macellare i giovani per darli in pasto ai vecchi lo sappiamo tutti benissimo, per esperienza personale.

30 ottobre, 2008

Università e nepotismo. Perché la moneta cattiva scaccia quella buona

Tanto all’interno quanto all’esterno l’antico ordinamento universitario è divenuto fittizio. Ma è rimasto, e anzi si è accentuato, un motivo caratteristico della carriera universitaria:  che un […] libero docente, divenuto ormai un assistente, riesca finalmente a insediarsi nella posizione di ordinario o di direttore d’istituto  è un mero caso.

Queste parole sono state pronunciate da Max Weber nel 1919, a proposito dell’università tedesca. L’università tedesca, negli ultimi tre secoli, ha  fatto fiorire innumerevoli menti brillanti. Eppure il professor Max Weber parla degli atenei germanici con toni simili a quelli che oggi si usano, forse non del tutto innocentemente, a proposito dell’università italiana.

Perché?

Valutare un ricercatore è sempre difficile e venato di arbitrio. Questo è vero sia per i giudizi cosiddetti qualitativi, sia per quelli costruiti su parametri numerici, come il fattore d’impatto, che viene calcolato sulla base delle citazioni che una rivista ha ottenuto quest’anno in relazione agli articoli pubblicati nel biennio precedente – a condizione che questa stessa rivista sia inclusa nel catalogo, venduto a caro prezzo, dell’Institute for Scientific Information, ora posseduto da una multinazionale dell’editoria scientifica commerciale. Si veda che cosa ne pensa il matematico Alessandro Figà Talamanca.

Tutto il mondo è paese, dunque?

Non esattamente. Ho ritrovato, nell’archivio del “Corriere della Sera”, qui e qui, un dibattito fra due professori a proposito di un concorso controverso, risalente all’epoca in cui i concorsi erano ancora nazionali e non locali, come è avvenuto in seguito alla riforma Berlinguer-Zecchino. Il confronto ha il pregio di essere molto sincero, e dunque assai istruttivo. A Danilo Zolo, il quale riteneva che uno studioso meritevole fosse stato ingiustamente escluso dalla rosa dei vincitori, si rispose così: “Perché non hai cercato di diventare membro della commissione giudicante,  facendoti votare dai tuoi colleghi, allo scopo di sostenere quello studioso?” Zolo replicò che chi ragiona in questo modo dà per scontato che il commissario di un concorso non sia e non debba essere un giudice imparziale, bensì un giudice  pro amico. Che ciascun maestro, per usare le parole del nostro gergo segreto, “porti” al concorso il suo allievo. Che, anche nel nostro piccolo,  questo strutturale conflitto di interessi non sia un problema.

Certo, fra tutti i conflitti d’interessi che ci sono in Italia, quello tipico del commissario di concorso  universitario non è né il maggiore, né il più scandaloso. Molti professori  sono perfino persone per bene, e, sia pure per caso, meritano di avere un posto all’università. Ma perché delle persone per bene praticano e sostengono, di fatto, il principio del giudizio pro amico?

Semplicemente perché ciascuno di loro dà per scontato che tutti gli altri giudichino pro amico. Se qualcuno si allontanasse da questo principio otterrebbe soltanto di veder bocciato il “proprio” candidato a favore dell’amico di qualcun altro. La moneta cattiva ha scacciato così perfettamente la moneta buona che questa non ha più corso.

Succede, così, che Agamennone Interno si senta obbligato a portare fino all’ordinariato il suo allievo Oreste, anche qualora cominci a rendersi conto che il giovane è completamente pazzo, piuttosto ignorantello e magari pure iettatore, proprio come un genitore si sente in obbligo di prendersi cura di un figlio un po’ degenere. Oreste, proprio come un figlio, è venuto infatti al mondo (accademico)  per il suo arbitrio e se venisse abbandonato dal padre morirebbe.

Come se ne esce? Non certo con i tagli, e tanto meno con le privatizzazioni. Quello che si fa nei concorsi pubblici può  essere esposto agli occhi del pubblico – come mostra lo stesso archivio storico del “Corriere della Sera”. Quello che si fa in un ufficio privato  rimane nascosto, e soggetto ad arbitrii ben peggiori.

Se invece si sciogliesse il vincolo fra il maestro e l’allievo, vietando, almeno nelle fasi iniziali, le carriere interne, le cose potrebbero cambiare. Non essendoci più amici, non ci sarebbero nemmeno  giudici pro amico.  Sarebbe molto semplice fare una legge di due righe che imponesse  un simile divieto, se si fosse effettivamente interessati a migliorare l’università pubblica, e non a svenderla ai privati.

Aggiornamento 2011: questo testo era stato scritto prima della cosiddetta riforma  Gelmini. Chi vi si imbattesse ora potrebbe chiedersi se ne nei concorsi cambierà qualcosa. La risposta è: presumibilmente no. E’ stata aggiunta più burocrazia, sono stati tagliati molti fondi, ma ci si è ben guardati dallo sciogliere il vincolo baronale. I concorsi che danno veramente “il posto” – quelli locali – sono  locali. Appunto.

26 ottobre, 2008

Questo non è il ’68. Questo è il 2008

Insegno a Pisa, una delle città da cui è partita la rivolta degli studenti. Ho fatto regolarmente lezione, entro i limiti stabiliti dalla legge, tranne nei giorni in cui la didattica era stata dichiarata ufficialmente sospesa. Come si può vedere dal newswire della mia facoltà, anche i miei colleghi stanno facendo regolarmente lezione. Gli spostamenti d’aula che vengono comunicati sono dovuti solo al fatto che il polo Carmignani è attualmente occupato. Ma, per quanto mi risulta, a nessun professore è stato impedito di fare lezione e a nessuno studente è stato impedito di parteciparvi. Vedo gli studenti che seguono il mio corso sia a lezione sia alle manifestazioni contro (Gelmini)-Tremonti. Di “facinorosi” per ora non ce ne sono: questi sono studenti che vogliono studiare.

Il rafforzamento “identitario” sarebbe – si dice –  il vero e unico senso di queste “rituali” proteste giovanili. Sarà. A me sembra che questo arzigogolo non sia l’unico senso che queste proteste hanno, bensì l’unico che si è disposti a concedergli.  Qui ci sono delle oligarchie senili  e  ossessive, senilmente e voracemente arroccate sui loro privilegi, che vogliono  negare a tutti questi giovani il diritto di dire la loro sul loro futuro; il diritto di potersi elevare socialmente tramite una istruzione pubblica di qualità offerta a prezzi ragionevoli; il diritto di non essere gli unici a pagare per una crisi economica dovuta non a loro, ma alla loro stessa avidità dissennata. Qui si stanno negando ai giovani dei diritti di cui i vecchi hanno abusato senza ritegno, senza che nessuno dei gerontocrati abbia mai fatto nulla per porre a se stesso un freno. E’ una questione di identità? A me sembra un serio, serissimo problema di giustizia.

17 ottobre, 2008

Un paese di tagliagole

L’editoriale di “Nature” Cut-throat savings è dedicato ai tagli alla ricerca italiana e alle proteste che stanno suscitando. Ecco la traduzione della sua parte conclusiva.

Il governo Berlusconi  può credere che siano necessarie draconiane misure di bilancio, ma i suoi attacchi  alle fondamenta della ricerca italiana sono insensati. e miopi  Il governo ha trattato la ricerca come una delle tante spese da tagliare, quando in effetti  è piuttosto da considerarsi come un  investimento per costruire un’economia della conoscenza del XXI secolo. In realtà l’Italia ha già fatto proprio  questo concetto sottoscrivendo gli obiettivi UE fissati a Lisbona nel 2000, per i quali gli stati membri si sono impegnati ad alzare il loro investimento in ricerca e sviluppo al  3% del loro prodotto interno lordo. L’Italia, un paese del G8, ha una delle spese più basse in questo settore – appena l’1.1%,  meno della metà di quello di paesi paragonabili come la Francia e la Germania.

Bisogna che il governo prenda in considerazione qualcosa di più dei guadagni a breve termine prodotti con un sistema di decreti  reso facile da ministri compiacenti  Se vuole preparare un futuro realistico per l’italia, come dovrebbe, non dovrebbe riferirsi oziosamente al passato remoto, ma capire come funziona la ricerca in Europa, nel presente.

Nell’articolo c’è pure una nota di colore  su Renato Brunetta,  il quale ha dichiarato che i ricercatori sono come i capitani di ventura del Rinascimento: dar loro un posto fisso significherebbe ucciderli. Chi è in Italia sa che il ministro sta parlando degli altri e non di sé. Lui, infatti  –  divenuto associato con la grande sanatoria del 1981 e ormai inamovibile professore ordinario dell’università italiana – è già morto da un pezzo.