Posts tagged ‘pubblicazioni’

8 marzo, 2011

Alieni ad accesso aperto

Richard Hoover, ricercatore  presso il Marshall Space Flight Center della Nasa, annuncia di aver  rinvenuto in alcuni meteoriti dei batteri di provenienza extraterrestre, ma simili ai nostri cianobatteri e a altri procarioti filamentosi. Se questi batteri fossero effettivamente alieni, si potrebbe pensare che la vita è dappertutto nell’universo e che quella terrestre potrebbe essere venuta dallo spazio. Ma come facciamo a sapere se siamo davanti a una scoperta enorme, o a un errore altrettanto grande?

L’articolo di Hoover è visibile presso il Journal of Cosmology, una rivista ad accesso aperto  soggetta a revisione paritaria (peer review).  In questo caso, però, il direttore della rivista, come si legge nel suo preambolo, ha scelto di rendere disponibile il testo on-line come lo ha ricevuto, ha richiesto il parere di 100 esperti e ha invitato ad esprimersi altri 5000 scienziati competenti, impegnandosi a pubblicare i loro commenti, favorevoli e contrari. In una situazione simile, rendere pubblica l’opera e sottoporla a una collettività mette la rivista al riparo sia dall’errore di trattare le lucciole come se fossero lanterne, sia da quello, opposto, di censurare ingiustamente una novità significativa.

Da dove deriva la validità scientifica di una pubblicazione? Dal fatto che l’abbia accettata un editore prestigioso? Dal fatto che un paio di revisori, nel buio dell’anonimato, l’abbiamo approvata o rifiutata? La rivista ad accesso aperto ha potuto dare una risposta elementare: dal fatto che sia resa pubblica e che sia pubblicamente offerta al giudizio non di uno, non di due, ma di cinquemila. Senza nulla togliere alle altre migliaia che potranno leggerla e usarla anche in campi diversi, come sto facendo io ora. Una  seria valutazione della ricerca non può essere fatta da pochi, di nascosto, prima, ma solo da molti, pubblicamente, dopo.

Perché, in una parte rilevante della comunità accademica italiana, è tanto faticoso accettare e praticare un’idea così semplice? Aspettiamo che qualche eucariota alieno venga a dirci  “Humanists are highly illogical”?

Aggiornamento

Un paio di reazioni sui contenuti,  qui e qui.  La vicenda sembra confrontabile con la presunta – presuntissima – scoperta della memoria dell’acqua pubblicata che sulla rivista “Nature”, e prontamente falsificata proprio in virtù della pubblicazione. Anche nel caso di “Nature”, il modello seguito è stato quello della pubblicazione e della valutazione ex post, tramite una successiva sperimentazione indipendente. Questo modello, relativamente poco costoso per una rivista elettronica,  supera i limiti del peer review tradizionale perché colloca il momento della verifica in piena luce, dopo la pubblicazione, disarmando ogni accusa di censura. E’ interessante osservare che la prestigiosa rivista ad accesso chiuso si è comportata, avendo a che fare con una scoperta potenzialmente notevole ma dubbia, in modo simile alla meno quotata rivista ad accesso aperto.

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8 novembre, 2007

La crisi della monografia accademica

… ovvero: perché scriviamo cose che neppure i colleghi vogliono leggere?

Non sono la responsabile di questa domanda irriverente. Se la pone il professor R. Stephen Humphreys, in un intervento in seno a una conferenza altrettanto irriverente: The Specialized Scholarly Monograph in Crisis: Or How Can I Get Tenure If You Won’t Publish My Book?

Per monografia si intende un’opera specialistica – tipicamente frutto di una ricerca individuale – che tratta un argomento ristretto con grande dettaglio. Le monografie, negli Stati Uniti, sono apprezzate come titoli per farsi assumere da qualche università; in Italia servono per vincere i concorsi.

Se un editore sta sul mercato, le monografie, rivolgendosi a un pubblico di nicchia, non sono redditizie; le biblioteche universitarie – dice Humphreys – tendono a comprarne sempre meno, perché costano troppo. Anche a me capita di ricevere messaggi di colleghi che, annunciando orgogliosi l’uscita di un loro volume dal prezzo stratosferico, supplicano umili che si interceda affinché tanta fatica venga acquistata dalle nostre biblioteche. Io, a dire il vero, tendo a trattare il tutto come pane per i denti bayesiani del mio filtro antispam – ma è bene che questo non si sappia in giro.

Che bisogno c’è di scrivere monografie? Servono per fare carriera. E siccome si deve aver l’aria di produrre qualcosa di originale, molte monografie propongono nientemeno che nuove teorie, o sedicenti tali. E come si fa a sapere quali teorie sono frutto di mode intellettuali e di ambizioni contingenti, e quali sono quelle che rimarranno? Humphreys stesso racconta di leggere poco e in fretta i lavori dei colleghi, e di preferire, essendo un islamista, investire il suo budget limitato in testi arabi medioevali, cioè in fonti primarie.

Mi sono resa conto che anch’io mi comporto in modo simile. Leggo volentieri i miei auctores – cioè coloro che per me meritano la mia attenzione nella sua interezza – ma considero buona parte della letteratura accademica alla moda come scritta nell’acqua. Però se trovo in internet qualche buona idea, di qualcuno che la sa mettere in rete in tutti i sensi del termine, non esito a valorizzarla all’interno del mio personale percorso di ricerca.

Secondo Humphreys, “la crisi della monografia specialistica è in realtà la crisi della professione accademica”. Il sistema che governa le nostre carriere ci costringe, contraddittoriamente, a scrivere cose che nessuno legge. La monografia non è più un raro tassello nel mosaico prezioso di una ricerca specialistica, bensì un inflazionatissimo volantino propagandistico destinato a finire rapidamente – e giustamente – al macero.

C’è una via d’uscita da questa situazione? Secondo Humphreys, pur nella crisi, non abbiamo ancora trovato niente che sia in grado di sostituire la monografia. Anche perché solo la monografia è in grado di contenere in maniera organica e conchiusa un corpus di ricerche stratificato nel tempo – il lavoro di una vita reso in un microcosmo librario.  Questo tipo di produzione richiederebbe, però,  molta autodisciplina.

La conclusione di Humphreys, che invita a contenersi e a pazientare, è  simile allo sguardo dell’angelo della storia, lucido sul passato, ma cieco sul futuro.

Le monografie potrebbero – come la scrittura per Platone – essere riservate agli studiosi anziani, perché, finalmente liberi da ambizioni di carriera, possano diventare auctores sulla base del lavoro di una vita. Ai giovani si potrebbe chiedere qualcosa di diverso: di costruire nuovi percorsi di ricerca, di renderli comuni in rete, di imparare, finalmente, a discutere: di farsi misurare, insomma, dalla social scholarship. Perché un bellissimo blog deve continuare a valere meno di una pessima monografia?

18 settembre, 2007

“Ma tu quante monografie hai scritto?”

La monografia accademica è un volume dedicato a un solo argomento, che si immagina ponderosamente e concettosamente meditato. Nelle discipline umanistiche è il titolo principe per vincere un concorso, soprattutto se reca in copertina il nome di un editore di prestigio.

Chi non fa ricerca solo per vincere i concorsi potrebbe però chiedersi se, in questo momento, la monografia è ancora il modo più efficace di rendere pubblico il proprio lavoro.

Per rendere concreto un concetto astratto, si consideri questo esempio:

questo è un normale saggio accademico – una piccola monografia, pensata per la pubblicazione a stampa fra gli atti di un convegno e non in primo luogo per la rete;

questo, invece. è un ipertesto leggermente più lungo, costruito sullo stesso saggio.

L’ipertesto ha molti link a un ipertesto più esteso, che è nato per aiutare i miei studenti a muoversi dentro la Repubblica di Platone; questo secondo ipertesto, a sua volta, è ricco di link al testo primario che si propone di spiegare, disponibile on-line grazie al Perseus Project. Su questo tema avevo scritto anche una monografia a stampa, che considero superata, e che non posso più modificare.

Il saggio ipertestuale, teorico, è lo strato superiore di una costruzione a più livelli, che ha in basso il testo primario, e in mezzo l’ipertesto didattico. Chi conosce già la materia dei due strati inferiori può leggere solo l’ipertesto teorico – con la sicurezza che, se ha dei dubbi, li può chiarire con uno o due click. Questo permette all’ipertesto teorico di essere molto breve e sentenzioso: di essere assai più efficace e meno noioso di una monografia accademica, che deve sempre spiegare tutto – anche quando il lettore sa già – perché non può contare sui link esterni.

Per il profano, questa stratificazione rivela il lavoro delle studioso: prendere un testo, cercare di spiegarlo, costruirci una teoria sopra, e rivederla continuamente, in un processo stratificato anche nel tempo. Tutte le operazioni che nella monografia accademica restano accuratamente nascoste – tanto da far credere che si tratti, per definizionei di un’opera “originale” – qui sono rese trasparenti. Se è il caso, la stratificazione offre anche – a qualsiasi lettore – gli strumenti della critica: con una spiegazione diffusa di Platone a distanza di un click, e Platone stesso a distanza di due click.

Imparare a dire le stesse cose in modo diverso potrebbe aiutarci a cambiare poco per cambiare tutto.