Posts tagged ‘università pubblica’

28 aprile, 2011

Una norma per l’accesso aperto nei nuovi statuti universitari

La proposta per la pubblicazione ad accesso aperto che avevo anticipato su questo blog è stata resa ufficiale dalla commissione Crui per l’open access. E’ visibile qui:

http://240inpratica.net/accesso-aperto-e-statuti-universitari/

Sta ora alle università trarre, dal male, un bene comune.

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15 marzo, 2011

Lettera aperta sull’accesso aperto: i princìpi (versione 1.2)

Integro la mia Lettera aperta sull’accesso aperto, che proponeva alla commissione statuto dell’università di Pisa l’inserimento di un articolo a promozione e tutela della pubblicazione ad accesso aperto, con altri due commi, proposti in seno alla commissione Open Access della Crui dal giurista trentino Roberto Caso.

1. L’Università di Pisa fa propri i principi dell’accesso aperto e pieno alla letteratura scientifica e promuove la libera disseminazione in rete dei risultati delle ricerche prodotte in ateneo, per assicurarne la più ampia diffusione possibile.

2. L’Università, con apposito regolamento da emanare entro centottanta giorni dall’entrata in vigore del presente Statuto, pone la disciplina finalizzata a dare attuazione ai principi dell’accesso aperto e pieno ai dati e a tutti i prodotti della ricerca scientifica. Nel medesimo regolamento sono dettate le norme necessarie ad armonizzare i principi dell’accesso  aperto e pieno con la tutela della proprietà industriale, dei diritti d’autore e connessi, della riservatezza e della protezione dei dati personali.

3. L’Università promuove, mediante procedure e discipline contenute nel regolamento di cui al comma 2, il deposito dei dati e dei prodotti della ricerca scientifica nel proprio archivio istituzionale ad accesso aperto e pieno.

I due commi aggiuntivi sono stati pensati perché quanto contenuto nel primo comma, abbandonato a se stesso, potrebbe rimanere una dichiarazione di principio tanto nobile quanto astratta. Un impegno statutario ad agire anche sul regolamento dovrebbe aiutare a passare dai princìpi ai fatti.

L’università di Pisa, in questo ambito, non dovrebbe neppure partire da zero. Le basterebbe lavorare per orientare verso l’accesso aperto le politiche di pubblicazione e di archiviazione dei nostri testi e per integrare l’archivio istituzionale con l’anagrafe della ricerca e con la sua valutazione locale in modo tale che eprints.adm.unipi.it non sia più desolatamente vuoto bensì, orgogliosamente, pieno.

Sulla concretezza di scelte come queste si misura la pubblicità dell’università pubblica,  o di quel che ne resta.

10 ottobre, 2008

Agli antipodi

Traduco qui sotto la Dichiarazione di Brisbane sull’accesso aperto appena firmata da una sessantina di istituzioni di ricerca in Australia.

Preambolo:  I partecipanti riconoscono l’Accesso Aperto come una attività strategica da cui la ricerca dipenderà a livello internazionale, nazionale, universitario, di gruppo e individuale.

Strategie: Perciò i partecipanti  decidono quanto segue, come ricapitolazione delle strategie fondamentali che l’ Australia deve adottare:

1. Ogni cittadino deve avere un accesso libero e aperto alla ricerca, ai dati e alla conoscenza pubblicamente finanziata. [grassetto mio]

2. Ogni  università australiana deve aver accesso a un archivio digitale che raccolga, a questo scopo, i suoi risultati di ricerca.

3. Questo archivio deve contenere come minimo tutti i materiali  segnalati nell’Higher Education Research Data Collection (HERDC).

4. Il deposito dei materiali deve aver luogo al più presto possibile, e nel caso di articoli di ricerca editi  deve essere la versione finale dell’autore al momento dell’accettazione, in modo da massimizzare l’accesso aperto ad essi.

Per dirlo all’australiana, uno degli argomenti più forti a favore della pubblicazione ad accesso aperto è quello secondo cui chi finanzia la ricerca con le sue imposte ha ben diritto a ricevere qualcosa in cambio senza doverlo pagare di nuovo, perché si è messo in mezzo un editore commerciale.

Se le università italiane diventassero fondazioni finanziate privatamente, questo argomento cadrebbe d’incanto. Chi “mette i soldi” potrebbe trovare vantaggioso ottenere un lucro collaterale associandosi a un editore che preferisce l’accesso chiuso.  Come si potrebbe esigere quanto pretendiamo collettivamente da un sistema pubblico, nei confronti del quale siamo cittadini, da un privato di cui siamo soltanto clienti?

Il cittadino che vuole che l’università pubblica renda accessibili i suoi testi pretende quello che,  come contribuente, ha già collettivamente pagato  – anche quando, come singolo, non ha pagato  affatto. Il cliente di un ente privato, che è solo,  non  può chiedere  nulla più di quanto è in grado di pagare.

8 ottobre, 2008

Piazza dei Cavalieri, oggi

Ieri scrivevo “vedremo domani”. E oggi ho visto.

Si stanno muovendo – dum Romae consulitur – gli studenti.  L’assemblea che i ricercatori precari dell’università di Pisa avevano convocato, per chiedere ai docenti quello di cui dicevo ieri,  ha avuto un tale concorso di folla che non si è potuta tenere in quest’aula qui. Si è dovuta spostare in Piazza dei Cavalieri. Su Indymedia ci sono alcune fotografie che fanno capire quanto la piazza fosse piena. Altre immagini, ancor più impressionanti, sono a questo indirizzo e su YouTube. Qui ci si può fare un’idea di quanto sia grande la piazza, vuota.  Secondo i più anziani – io non ho esperienza di quell’epoca –  a Pisa non si vedeva una cosa del genere dagli anni ’70.

Io faccio centinaia di esami l’anno, ma di voti alti, per principio, ne do pochi; fra i partecipanti, però, ho visto le facce di alcuni di quei pochi che avevano ricevuto, al mio esame, un voto dal 28 in su. Posso dunque testimoniare che in quella piazza c’erano studenti che studiano.

E’ la seconda volta in pochi mesi che vedo folle strabocchevoli di giovani partecipare ad eventi completamente ignorati dai tradizionali mezzi di comunicazione autoritari, nei quali uno solo  parla a un pubblico condannato al silenzio. C’è da pensarci.

Non è stata una manifestazione di partito. Gli oratori che si dicevano insoddisfatti dell’opposizione ricevevano applausi calorosi. Le richieste sono state molto, molto chiare:  studiare senza doversi ipotecare la casa, lavorare seriamente e non da schiavi, poter pensare e parlare liberamente.  Per questo si vuole che l’istruzione non sia una questione privata. Come ai tempi di Felice Le Monnier, le rivendicazioni culturali, politiche ed economiche sono tutt’uno. Non a caso i primi ricercatori pisani ad astenersi da una didattica che finora avevano fornito al di là del loro dovere sono stati i meno ideologizzati che si possa immaginare: quelli di ingegneria.

Che cosa succederà ora? Nella rivendicazione di una università pubblica c’è una richiesta di trasparenza, molto difficile da ottenere in un paese di oligarchie frattali. Ma quello che ho visto in piazza dei Cavalieri, oggi, aveva in sé il germe di qualcosa di molto diverso.

8 ottobre, 2008

Il professore va all’assemblea

Oggi sono stata a un’assemblea convocata dai rappresentanti degli studenti allo scopo di informare i rappresentati sulla riforma (Gelmini)-Tremonti di cui ho già parlato qui e qui. Contro le mie aspettative, l’ampia aula del polo didattico Carmignani era completamente piena. C’è, evidentemente, interesse.

Di tutto quello che si è detto, voglio raccontare quanto hanno richiesto i cosiddetti ricercatori precari.  I “precari” quelli che gli studenti chiamano “assistenti”, cioè, in realtà, borsisti, assegnisti e contrattisti. Sono giovani che sacrificano gli anni migliori della loro vita per salari bassissimi, incerti e intermittenti, svolgendo compiti a cui non sarebbero tenuti, ma che sono indispensabili per l’università. Per esempio,  almeno finché l’università resterà pubblica, gli esami – a garanzia dello studente – devono essere svolti da una commissione e non da un professore monocratico. Se non avessi il precario che sta con me a farsi centinaia di esami gratis, io non potrei – legalmente – esaminare nessuno. Perché queste persone, che guadagnerebbero di più se andassero, come si diceva una volta, “a servizio” si sottopongono a tutto questo? Perché sopportano un sistema che è spesso simile alla schiavitù? Soltanto per passione.  Se avessero interessi più terreni  preferirebbero fare gli elettricisti.

Cosa chiedono i “precari”? Che docenti e ricercatori siano solidali con loro, astenendosi da tutta la didattica che non è loro imposta per legge. Per legge, attualmente, un professore non dovrebbe fare più di 60 ore di lezione all’anno, perché per un docente universitario l’attività didattica è qualcosa di collaterale rispetto alla ricerca; quanto ai ricercatori, si chiamano così perché dovrebbero  ricercare e non insegnare. Se  ciascuno di noi svolgesse solo i compiti assegnatigli dalla legge, si vedrebbe che le risorse umane dell’università pubblica sono già tese al limite estremo. I cinquantamila precari della ricerca, che non verranno mai assunti, mentre Geronte Cariatide potrà fare, come insegna il collega, il bello e il cattivo tempo finché non andrà in pensione, sono – in termini di capitale umano – i nostri mutui subprime.

Vogliamo o no una università accessibile a tutti quelli che hanno voglia di studiare? Vogliamo o no un sistema di istruzione e di ricerca trasparente? E’ davvero così ovvio che il denaro delle nostre tasse  debba servire solo a “salvare” l’Alitalia?

I professori amano fustigarsi – come si sa, la situazione dell’università è sempre colpa di tutti gli altri – e rassegnarsi. Col risultato che ciascuno di loro può essere bastonato impunemente – sempre, beninteso, per  colpa di tutti gli altri.

I professori amano lamentarsi perché non godono di buona stampa.  Abituati a considerarsi classe dirigente – come non sono più  – si scoraggiano perché sentono la mancanza di appositi giornalisti che parlino per loro, quando potrebbero benissimo parlare da sé.

Riusciranno, almeno questa volta, a difendere le loro ragioni?

Vedremo domani.

Io ovviamente scrivo tutto questo solo a scarico di coscienza. Perché è sempre, beninteso,  colpa di tutti gli altri.