Posts tagged ‘università’

5 maggio, 2011

Il destino di una academic star

Si parla molto di un libro eloquentemente intitolato Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale. Teoria e pratica di “copia e incolla” filosofico. L’autore, Francesco Bucci, ha avuto la pazienza di analizzare l’ampia produzione libraria di Galimberti per scoprire e denunciare – come si può già leggere in questo lungo articolo sull‘Indice dei libri del mese – che lo scrittore  avrebbe commesso dei plagi in un duplice senso:

  1. avrebbe citato brani di altri autori facendoli passare come propri
  2. avrebbe fatto una serie di copia e incolla da se stesso

Chi ha difeso Galimberti – si veda per esempio Marco Alloni su Micromega – lo ha rappresentato come vittima di una visione da “camerieri“:

Possibile che di fronte alla vastità e complessità dell’opera di Galimberti si debba assistere in Italia, invece che un vero dibattito intellettuale e fra intellettuali, a una parodistica messa all’indice da parte di chi della sua produzione filosofica conosce soltanto quel tanto che basta a rilevarne minime e marginali incongruenze? Siamo sicuri che a queste residuali “ripetizioni” debba essere concesso il disonore di ricadere sotto la pretestuale disamina di un anonimo giornalista?

Le cose che si dicono, in altri termini, sono molto più importanti del modo in cui le si dice – a meno di non essere piccoli camerieri filosofici che guardano i giganti del pensiero dal buco della serratura. Sono i camerieri e i cancellieri che si preoccupano dei testi e delle loro – talvolta imbarazzanti – concordanze, mentre le grandi menti guardano alle idee.  Ma siamo davvero certi che la ragione sia solo marginalmente e linguisticamente logos,  o discorso?

Prima di rispondere a questa domanda, mi devo autodenunciare. Io credo che l’originalità sia un mito  coltivato a vantaggio dei signori del privilegio intellettuale:  sono dunque almeno in parte d’accordo con la difesa di Galimberti  fatta da Gianni Vattimo circa tre anni fa.  L’Orestea di Eschilo è un capolavoro non perché racconta una storia originale, ma perché, usando una storia non originale, mette in scena con efficacia la differenza tra  giustizia pubblica e  vendetta privata.  E per quanto creda di avere l’abitudine di referenziare le citazioni che faccio, anch’io copio da me stessa. Per esempio questa versione  del mio ipertesto sulla Repubblica di Platone contiene molti passi già presenti nella versione precedente uscita sullo SWIF, a cui non posso più accedere perché il sito è morto e congelato.  La prima versione era un esperimento con l’ipertestualità, la seconda uno strumento analitico e didattico, la terza, se ci sarà, sarà parte di un progetto complessivo di interpretazione platonica.  In fondo la ricerca in rete  funziona così:  si lavora per anni sugli stessi temi, riciclando, emendando e ricontestualizzando lo studio passato.  Non c’è nulla di scandaloso.

Siamo tutti Galimberti, dunque? Ci sono, in realtà, delle piccole, ma non irrilevanti, differenze. Galimberti –  almeno a giudicare dalla sua home page (*), che dovrebbe contenere quanto, della sua attività, egli mette volontariamente e consapevolmente a disposizione di tutti –  non pubblica ad accesso aperto.

Chi compra un libro ad accesso aperto sa che acquista della carta rilegata per la sua comodità, perché testi e idee sono già abbondantemente, e legalmente, in giro per la rete.  Chi acquista un libro ad accesso chiuso, sigillato con i crismi del copyright, avrebbe il diritto di aspettarsi un prodotto interamente “originale”.  Non è per questo che paga? Non è così che si giustifica il monopolio  intellettuale? Se un fan di una rockstar acquista  il nuovo album del suo autore preferito, blindato da una “proprietà” intellettuale inossidabile,  non ha il diritto di sentirsi un po’ imbrogliato,  quando scopre che il suo contenuto è al 95% composto da canzoni vecchie?

Ho evitato accuratamente di pronunciarmi sul valore dell’opera di Galimberti – anche se ho delle opinioni al riguardo – perché per me il modo in cui le idee sono diffuse è parte della loro qualità. E’ arrogante, è presuntuoso credere che i propri pensieri siano talmente geniali da brillare anche quando  la loro fiaccola è tenuta sotto il moggio. Platone, che è  soltanto  il padre della filosofia occidentale, ha dedicato riflessioni importanti al problema della comunicazione del sapere, non considerandolo, evidentemente, cosa marginale: un testo riservato alla discussione di pochi privilegiati, eventualmente legati da interessi corporativi, nasce già come “meno scientifico” di un’opera offerta a un universale uso pubblico della ragione.

E’  inevitabile guardare la filosofia dal buco della serratura,  se la si tiene dietro una porta chiusa.

“(*) Nell’archivio istituzionale di Ca’ Foscari ho trovato solo i metadati delle tesi di dottorato di cui G. è stato relatore. Se qualcuno rintracciasse difetti nella mia ricerca, è pregato di segnalarli nei commenti, in modo che possa prontamente aggiungere una rettifica.

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28 aprile, 2011

Una norma per l’accesso aperto nei nuovi statuti universitari

La proposta per la pubblicazione ad accesso aperto che avevo anticipato su questo blog è stata resa ufficiale dalla commissione Crui per l’open access. E’ visibile qui:

http://240inpratica.net/accesso-aperto-e-statuti-universitari/

Sta ora alle università trarre, dal male, un bene comune.

15 marzo, 2011

Lettera aperta sull’accesso aperto: i princìpi (versione 1.2)

Integro la mia Lettera aperta sull’accesso aperto, che proponeva alla commissione statuto dell’università di Pisa l’inserimento di un articolo a promozione e tutela della pubblicazione ad accesso aperto, con altri due commi, proposti in seno alla commissione Open Access della Crui dal giurista trentino Roberto Caso.

1. L’Università di Pisa fa propri i principi dell’accesso aperto e pieno alla letteratura scientifica e promuove la libera disseminazione in rete dei risultati delle ricerche prodotte in ateneo, per assicurarne la più ampia diffusione possibile.

2. L’Università, con apposito regolamento da emanare entro centottanta giorni dall’entrata in vigore del presente Statuto, pone la disciplina finalizzata a dare attuazione ai principi dell’accesso aperto e pieno ai dati e a tutti i prodotti della ricerca scientifica. Nel medesimo regolamento sono dettate le norme necessarie ad armonizzare i principi dell’accesso  aperto e pieno con la tutela della proprietà industriale, dei diritti d’autore e connessi, della riservatezza e della protezione dei dati personali.

3. L’Università promuove, mediante procedure e discipline contenute nel regolamento di cui al comma 2, il deposito dei dati e dei prodotti della ricerca scientifica nel proprio archivio istituzionale ad accesso aperto e pieno.

I due commi aggiuntivi sono stati pensati perché quanto contenuto nel primo comma, abbandonato a se stesso, potrebbe rimanere una dichiarazione di principio tanto nobile quanto astratta. Un impegno statutario ad agire anche sul regolamento dovrebbe aiutare a passare dai princìpi ai fatti.

L’università di Pisa, in questo ambito, non dovrebbe neppure partire da zero. Le basterebbe lavorare per orientare verso l’accesso aperto le politiche di pubblicazione e di archiviazione dei nostri testi e per integrare l’archivio istituzionale con l’anagrafe della ricerca e con la sua valutazione locale in modo tale che eprints.adm.unipi.it non sia più desolatamente vuoto bensì, orgogliosamente, pieno.

Sulla concretezza di scelte come queste si misura la pubblicità dell’università pubblica,  o di quel che ne resta.

1 dicembre, 2008

La “grande sanatoria” e i suoi utenti

Ho visto che qualcuno è capitato su queste pagine dai motori di ricerca, con la speranza di trovare “tutti i professori della sanatoria 1981”.  Era una curiosità che era venuta anche a me, indipendentemente dalle contraddizioni biografiche del professor Brunetta. Ci sono, infatti, un po’ di professori ordinari che, pur ostentando pubblica insensibilità per le ragioni dei ricercatori precari, sono anagraficamente in condizione di aver profittato della sanatoria stessa.  Rivelare questo eventuale aspetto della loro carriera non sarebbe un pettegolezzo, perché servirebbe a valutare la loro coerenza personale.

La memoria mi è di poco aiuto. Negli anni ’80 del secolo scorso ero studente e pensavo che l’università fosse una cosa seria. Anche la rete serve a poco, perché all’epoca le amministrazioni  lavoravano  interamente su carta.

Dai dati storici, però, possiamo ricavare dei criteri per capire se un curriculum è sospetto o no. La  “grande sanatoria” è stata determinata dal decreto del presidente della repubblica 11 luglio 1980, n. 382. Questo decreto, agli articoli 50-53 e 58-62, prevedeva che una serie di figure, precarie e no, potessero diventare rispettivamente professore associato e ricercatore tramite un semplice giudizio  di idoneità.

I giudizi di idoneità si differenziavano dai concorsi detti liberi, anch’essi previsti dal dpr 382/80, perché erano ad accesso riservato e non erano selettivi, non essendo predeterminato il numero dei “vincitori”, come si racconta in questo documento, basato, purtroppo. solo sul ricordo personale.

Sembra che i primi concorsi liberi siano stati celebrati solo nel 1983/1984. Così si evince, almeno, dalla lettura di qualche curriculum,  come questo o questo. Gli interessati precisano di essere diventati professori associati o ricercatori con “concorso libero” proprio perché, anche allora, si riteneva che superare una selezione fosse molto più onorevole che ottenere un posto di ruolo ope legis.

Da questi lavori parlamentari risulta che le due tornate di giudizi di idoneità furono indette il 12 gennaio 1981 e il 10 agosto 1983; una terza tornata di recupero fu indetta il 4 luglio 1989.

Stando così le cose, i curricula massimamente sospetti dovrebbero essere quelli di chi dichiara di essere diventato ricercatore o associato fra il 1981 e il 1983, specialmente se omette di precisare che il  suo scatto di carriera è avvenuto per concorso libero. Possiamo, invece, essere abbastanza sicuri che, salvo eccezioni, chi ha avuto un avanzamento negli anni ’90 del secolo scorso è al di fuori del raggio d’azione della grande sanatoria.

Per passare dal sospetto alla certezza occorrerebbe una ricerca fra le carte degli archivi ministeriali e universitari. Io, però, non vado oltre: non voglio rubare il mestiere ai giornalisti.

30 novembre, 2008

Pubblicazioni scientifiche, per decreto

Il parlamento sta convertendo in legge il decreto 180 sull’università. Ci sono delle aggiunte: i “professori fannulloni”, scrive la stampa, verranno puniti con un dimezzamento degli scatti biennali di anzianità sullo stipendio e con l’esclusione da fondi di ricerca e commissioni di concorso.

I “professori fannulloni” sarebbero quelli che non hanno prodotto “pubblicazioni scientifiche” nell’ultimo biennio.  Ma che cosa si intende per pubblicazioni scientifiche?  Il secondo comma dell’articolo 3-ter del decreto 180, nella versione provvisoria approvata dal senato,  risponde così:

I criteri identificanti il carattere scientifico delle pubblicazioni sono stabiliti con apposito decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, su proposta del Consiglio universitario nazionale e sentito il Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca.

In altre parole: a stabilire se una pubblicazione è scientifica o no non saranno gli scienziati, ma il ministro, per decreto.

Nel 1610 Galileo Galilei, con un gesto di rottura, pubblicò il suo Sidereus Nuncius presso una piccola tipografia veneziana. In questo modo riuscì a spostare il foro della discussione scientifica al pubblico istruito, fuori dalla cerchia clericale.  Nessun  ministro aveva  pensato di decretare che quel tipo di pubblicazione non era da considerarsi scientifico: così, per stroncargli la carriera si dovette scomodare il Sant’Uffizio, trasformandolo in un martire, per non essere stati capaci di bollarlo come un fannullone.

La domanda  “Ma mi vale come pubblicazione?” è  un interrogativo meschino, che angoscia  i ricercatori  alla ricerca di  avanzamenti di carriera. In una prospettiva più ampia, però,  essa suggerisce  un’altra, più inquietante, questione: in che genere di regime il potere politico avoca a se il diritto di stabilire che cosa è scientifico e che cosa non lo è?

Immanuel Kant lodava Federico II di Prussia perché lasciava libero l’uso pubblico della ragione, sia nelle questioni religiose, sia sulle scienze e sulle arti: la sua monarchia, pur dispotica, assicurava la libertà d’informazione e di discussione che è  essenziale per una repubblica. Altri despoti, in tempi più recenti, si sono comportati diversamente. Caesar est supra grammaticos.

Una comunità scientifica che funziona dovrebbe essere in grado di stabilire da sé, discutendo liberamente, che cos’è scientifico e che cosa no. Un potere politico illuminato dovrebbe limitarsi ad assicurare le condizioni della libertà della discussione e della trasparenza nei concorsi – sempre che voglia avere scienziati e non portaborse. In questo sistema, una pubblicazione per essere scientifica dovrebbe essere liberamente accessibile, liberamente discutibile e tale da ottenere il riconoscimento della comunità scientifica di riferimento.  Un professore, per provare che lavora, dovrebbe semplicemente depositare i propri testi in un archivio elettronico aperto, istituzionale e disciplinare, e lasciarsi, apertamente. giudicare. Sapere che i colleghi, apertamente, lo giudicheranno dovrebbe bastare a trattenerlo dallo scrivere sciocchezze.

Il decreto, però  – però? -, potrebbe anche limitarsi a fotografare i criteri di valutazione più in uso, come il “prestigio” dell’editore per le monografie umanistiche o il fattore d’impatto per gli articoli scientifici, mettendo fuori gioco il movimento per la pubblicazione ad accesso aperto. In questo caso,  il potere oligopolistico degli editori scientifici si consoliderebbe, ricevendo una consacrazione governativa con un pizzico di conflitto d’interessi.

C’è da preoccuparsi? Evidentemente sì. Ma perché chi non si è preoccupato finora dovrebbe cominciare a preoccuparsi adesso?