Springer, la seconda multinazionale dell’editoria scientifica del mondo, ha preso posizione sul Research Works Act con argomenti che meritano di essere analizzati.
Il primo paragrafo della sua dichiarazione invita a un dibattito “ponderato, intelligente e costruttivo” senza “istrionismi ed esagerazioni”. Il richiamo alla pacatezza ricorre spesso nei discorsi degli editori sull’accesso aperto: un movimento che è – afferma per esempio un italiano – “purtroppo venato talvolta di massimalismi che fanno riferimento a contesti culturali e mercati del tutto diversi dal nostro”.
“Massimalismo” è un termine politico, nato nel dibattito interno al socialismo del secolo scorso. Fra il capitalismo estremo e la proprietà collettiva dei mezzi di produzione ci sono dei gradi, che vanno dalla limitazione dell’orario di lavoro, fino al welfare o a una normativa di favore sulle cooperative: i riformisti giocavano in questo spazio intermedio, mentre i massimalisti preferivano rischiare di non ottenere niente, per volere tutto..
Ma che cosa vuol dire essere “riformisti” o moderati sull’accesso aperto? Rendere accessibile una pagina sì e una no? Esclusivamente i sostantivi e non i più impegnativi verbi? Pretenderlo solo dalle multinazionali che hanno un margine di profitto superiore al 35% e lasciare in pace i piccoli editori italiani? Per quanto sia possibile differirne l’accessibilità nel tempo, con il cosiddetto embargo, un’opera, alla fine, o è accessibile oppure non lo è. Non c’è un grado. Chiedere moderazione sull’accesso aperto significa semplicemente non volerlo.
Springer, però, non può permettersi di essere così chiara. Nel secondo paragrafo della sua dichiarazione preferisce dire che la via all’open access da seguire è quella aurea, delle riviste nativamente ad accesso aperto, che “affronta appropriatamente la questione del finanziamento del sistema di conoscenza scientifica ordinata, stratificata e certificata attualmente messo in opera dalle riviste accademiche a revisione paritaria.” La via verde, quella del deposito, che alcune istituzioni di ricerca pubbliche nel mondo rendono obbligatorio, pone invece problemi – si spiega nel terzo paragrafo – “in termini di sostenibilità della comunicazione scientifica”.
Nessuno nega che la comunicazione scientifica debba essere “sostenibile”. Si tratta solo di capire dal punto di vista di chi.
Se un ricercatore deposita un articolo in un archivio istituzionale, con il vantaggioso effetto collaterale di renderlo leggibile – e citabile – da tutti, non fa nulla di insostenibile per la sua università. Un archivio aperto è gestito con software libero e può essere amministrato con qualche ora del tempo di un bibliotecario e di un sistemista assunti per altri motivi. Se però vuole seguire la via aurea, il ricercatore deve avere competenze informatiche meno elementari di quelle necessarie per l’auto-archiviazione, oppure richiedere i servizi di un terzo che potrebbe essere un editore commerciale, il quale si farebbe pagare da lui, come direttore della rivista, oppure dagli autori, anche fuori proporzione.
La via aurea per Springer è tale perché può ancora sperare di guadagnarci qualcosa, mentre quella verde è scivolosa perché fa accedere agli articoli scientifici senza l’obbligo di versarle un pedaggio e disarticola l’unità testuale delle sue riviste come nei processi che sto descrivendo nell’Accademia dei morti viventi.
E’ una lettura malevola? Chi ancora condivide il presupposto assunto tacitamente da Springer, che la sostenibilità della comunicazione scientifica sia identica al profitto – o alla rendita – degli editori commerciali, può rispondere di sì.

