31 gennaio, 2012

Una scivolosa strada verde

Springer, la seconda multinazionale dell’editoria scientifica del mondo, ha preso posizione sul Research Works Act con argomenti che meritano di essere analizzati.

Il primo paragrafo della sua dichiarazione invita a un dibattito “ponderato, intelligente e costruttivo” senza “istrionismi ed esagerazioni”. Il richiamo alla pacatezza ricorre spesso nei discorsi degli editori sull’accesso aperto: un movimento che è  – afferma per esempio un italiano – “purtroppo venato talvolta di massimalismi che fanno riferimento a contesti culturali e mercati del tutto diversi dal nostro”.

Massimalismo” è un termine politico, nato nel dibattito interno al socialismo del secolo scorso. Fra il capitalismo estremo e la proprietà collettiva dei mezzi di produzione ci sono dei gradi, che vanno dalla limitazione dell’orario di lavoro, fino al welfare o a una normativa di favore sulle cooperative: i riformisti giocavano in questo spazio intermedio, mentre i massimalisti preferivano rischiare di non ottenere niente, per volere tutto..

Ma che cosa vuol dire essere “riformisti” o moderati sull’accesso aperto? Rendere accessibile una pagina sì e una no? Esclusivamente i sostantivi e non i più impegnativi verbi? Pretenderlo solo dalle multinazionali che hanno un margine di profitto superiore al 35% e lasciare in pace i piccoli editori italiani? Per quanto sia possibile differirne l’accessibilità nel tempo, con il cosiddetto embargo, un’opera, alla fine, o è accessibile oppure non lo è. Non c’è un grado. Chiedere moderazione sull’accesso aperto significa semplicemente non volerlo.

Springer, però, non può permettersi di essere così chiara. Nel secondo paragrafo della sua dichiarazione preferisce dire che la via all’open access da seguire è quella aurea, delle riviste nativamente ad accesso aperto, che “affronta appropriatamente la questione del finanziamento del sistema di conoscenza scientifica ordinata, stratificata e certificata attualmente messo in opera dalle riviste accademiche a revisione paritaria.” La via verde, quella del deposito, che alcune istituzioni di ricerca pubbliche nel mondo rendono obbligatorio, pone invece problemi – si spiega nel terzo paragrafo – “in termini di sostenibilità della comunicazione scientifica”.

Nessuno nega che la comunicazione scientifica debba essere “sostenibile”. Si tratta solo di capire dal punto di vista di chi.

Se un ricercatore deposita un articolo in un archivio istituzionale, con il vantaggioso effetto collaterale di renderlo leggibile – e citabile – da tutti, non fa nulla di insostenibile per la sua università. Un archivio aperto è gestito con software libero e può essere amministrato con qualche ora del tempo di un bibliotecario e di un sistemista assunti per altri motivi.   Se però vuole seguire la via aurea, il ricercatore deve avere competenze informatiche meno elementari di quelle necessarie per l’auto-archiviazione, oppure richiedere i servizi di un terzo che potrebbe essere un editore commerciale, il quale si farebbe pagare da lui, come direttore della rivista, oppure dagli autori, anche fuori proporzione.

La via aurea per Springer è tale perché può ancora sperare di guadagnarci qualcosa, mentre quella verde è scivolosa perché fa accedere agli articoli scientifici senza l’obbligo di versarle un pedaggio e disarticola l’unità testuale delle sue riviste come nei processi che sto descrivendo nell’Accademia dei morti viventi.

E’ una lettura malevola? Chi ancora condivide il presupposto assunto tacitamente da Springer, che la sostenibilità della comunicazione scientifica sia identica al profitto – o alla rendita – degli editori commerciali, può rispondere di sì.

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30 gennaio, 2012

L’accademia dei morti viventi, parte seconda: il fantasma dell’autore

E’ on line la seconda puntata dell’Accademia dei morti viventi, qui. Questa volta si raccontano storie di fantasmi, in teoria molto morti ma nella pratica sinistramente vivi.

24 gennaio, 2012

#RWA

Moltissimi, ormai, conoscono il senso dell’acronimo SOPA. L’acronimo RWA, di cui in Italia si parla molto meno, indica invece il  Research Works Act presentato al Congresso americano il 16 dicembre 2011 da due parlamentari la cui campagna elettorale è stata copiosamente finanziata dal mondo dell’editoria.

Gli USA e la Gran Bretagna hanno adottato una politica che impone l’accesso aperto a tutti gli articoli scientifici frutto di ricerca a finanziamento pubblico. Nel mondo dell’open access questa scelta è vista con favore, perché dà un appoggio istituzionale a una linea di condotta che può cambiare il mondo della scienza solo se diventa maggioritaria.

Il disegno di legge americano proibisce agli enti statali che si occupano del finanziamento alla ricerca di applicare il principio elementare per il quale il contribuente ha diritto ad accedere a ciò che è stato pagato con le sue tasse: l’autore rimarrebbe il detentore originario del copyright, ma l’accesso pubblico ai suoi articoli non gli sarebbe più imposto. Senza un sostegno istituzionale quanti ricercatori, schiacciati fra l’incudine delle multinazionali dell’editoria scientifica e il martello di una valutazione della ricerca costruita sul loro marketing, avrebbero la consapevolezza politica e la forza morale di ribellarsi al sistema?

Per il momento il RWA ha provocato una marea di proteste, qualche sarcasmo, e azioni affascinanti come il boicottaggio – ma forse sarebbe meglio chiamarlo sciopero – della revisione paritaria. (*)

Chi volesse seguire una vicenda il cui esito riguarda anche gli italiani, cittadini di un paese in via di impoverimento, può guardare @PublicAccessYaY su Twitter. L’accesso aperto sta diventando pericoloso, almeno altrove.

Aggiornamento

Sul “Fatto” di oggi c’è un articolo abbastanza esauriente sull’argomento. Si potrebbe fare di più, dedicando per esempio alle esperienze di accesso aperto già presenti in Italia lo spazio che meritano nelle pagine culturali – perché quello sarebbe il loro posto -; ma che una volta tanto un tema che all’estero finisce sul “Guardian” sia trattato anche da un giornale nazionale è certamente un segnale interessante.

(*) Aggiornamento 24/1/2012

Traduco/parafraso al volo la parte del manifesto Scientists occupy publishers!, che elenca le modalità della protesta. Al di là della vicenda americana, buona parte dei suoi punti potrebbe ispirare la condotta quotidiana dei ricercatori che non desiderano consegnare il proprio lavoro ai latifondisti della conoscenza.

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24 gennaio, 2012

L’accademia dei morti viventi, parte prima: la revisione paritaria

Sto pubblicando sul “Bollettino telematico di filosofia politica” una recensione del libro di Kathleen Fitzpatrick, Planned Obsolescence. Publishing, Technology and the Future of Academy. Sarò molto dettagliata, perché desidero rendere immediatamente disponibili al lettore italiano, con lo stratagemma dell’esterovestizione, tesi assai simili a quelle che da tempo si sostengono qui.

Gli argomenti della Fitzpatrick, cuciti addosso agli umanisti, rappresentano un mondo parzialmente diverso da quello delle “scienze dure”. Se siete interessati, come osservatori partecipi o no, a questa sfera della vita, potete già leggere la prima puntata della serie, dedicata alla revisione paritaria.

9 gennaio, 2012

ll deposito

Questo è un mio articolo uscito in una rivista ad accesso chiuso.  Voi lo potete leggere grazie al combinato disposto dell’articolo 42 della legge italiana sul diritto d’autore(*) e dei cinque minuti che ho dedicato al suo deposito in un archivio disciplinare.

Nel mondo dell’open access questa procedura si chiama via verde all’accesso aperto. Seriamente, è una cosa così difficile?

(*) Ma che fare se l’editore chiede di cedergli i diritti? Io ho preso l’abitudine di piazzare preliminarmente sui miei articoli una bella licenza Creative Commons by-sa. Se all’editore non sta bene, posso sempre depositare il testo in un archivio aperto, o perfino qui, ricordando che non è stato pubblicato sulla rivista X per divergenze sul copyright. Io lavoro gratis per i beni comuni, non per i profitti privati.

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