24 gennaio, 2012

#RWA

Moltissimi, ormai, conoscono il senso dell’acronimo SOPA. L’acronimo RWA, di cui in Italia si parla molto meno, indica invece il  Research Works Act presentato al Congresso americano il 16 dicembre 2011 da due parlamentari la cui campagna elettorale è stata copiosamente finanziata dal mondo dell’editoria.

Gli USA e la Gran Bretagna hanno adottato una politica che impone l’accesso aperto a tutti gli articoli scientifici frutto di ricerca a finanziamento pubblico. Nel mondo dell’open access questa scelta è vista con favore, perché dà un appoggio istituzionale a una linea di condotta che può cambiare il mondo della scienza solo se diventa maggioritaria.

Il disegno di legge americano proibisce agli enti statali che si occupano del finanziamento alla ricerca di applicare il principio elementare per il quale il contribuente ha diritto ad accedere a ciò che è stato pagato con le sue tasse: l’autore rimarrebbe il detentore originario del copyright, ma l’accesso pubblico ai suoi articoli non gli sarebbe più imposto. Senza un sostegno istituzionale quanti ricercatori, schiacciati fra l’incudine delle multinazionali dell’editoria scientifica e il martello di una valutazione della ricerca costruita sul loro marketing, avrebbero la consapevolezza politica e la forza morale di ribellarsi al sistema?

Per il momento il RWA ha provocato una marea di proteste, qualche sarcasmo, e azioni affascinanti come il boicottaggio – ma forse sarebbe meglio chiamarlo sciopero – della revisione paritaria. (*)

Chi volesse seguire una vicenda il cui esito riguarda anche gli italiani, cittadini di un paese in via di impoverimento, può guardare @PublicAccessYaY su Twitter. L’accesso aperto sta diventando pericoloso, almeno altrove.

Aggiornamento

Sul “Fatto” di oggi c’è un articolo abbastanza esauriente sull’argomento. Si potrebbe fare di più, dedicando per esempio alle esperienze di accesso aperto già presenti in Italia lo spazio che meritano nelle pagine culturali – perché quello sarebbe il loro posto -; ma che una volta tanto un tema che all’estero finisce sul “Guardian” sia trattato anche da un giornale nazionale è certamente un segnale interessante.

(*) Aggiornamento 24/1/2012

Traduco/parafraso al volo la parte del manifesto Scientists occupy publishers!, che elenca le modalità della protesta. Al di là della vicenda americana, buona parte dei suoi punti potrebbe ispirare la condotta quotidiana dei ricercatori che non desiderano consegnare il proprio lavoro ai latifondisti della conoscenza.

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24 gennaio, 2012

L’accademia dei morti viventi, parte prima: la revisione paritaria

Sto pubblicando sul “Bollettino telematico di filosofia politica” una recensione del libro di Kathleen Fitzpatrick, Planned Obsolescence. Publishing, Technology and the Future of Academy. Sarò molto dettagliata, perché desidero rendere immediatamente disponibili al lettore italiano, con lo stratagemma dell’esterovestizione, tesi assai simili a quelle che da tempo si sostengono qui.

Gli argomenti della Fitzpatrick, cuciti addosso agli umanisti, rappresentano un mondo parzialmente diverso da quello delle “scienze dure”. Se siete interessati, come osservatori partecipi o no, a questa sfera della vita, potete già leggere la prima puntata della serie, dedicata alla revisione paritaria.

9 gennaio, 2012

ll deposito

Questo è un mio articolo uscito in una rivista ad accesso chiuso.  Voi lo potete leggere grazie al combinato disposto dell’articolo 42 della legge italiana sul diritto d’autore(*) e dei cinque minuti che ho dedicato al suo deposito in un archivio disciplinare.

Nel mondo dell’open access questa procedura si chiama via verde all’accesso aperto. Seriamente, è una cosa così difficile?

(*) Ma che fare se l’editore chiede di cedergli i diritti? Io ho preso l’abitudine di piazzare preliminarmente sui miei articoli una bella licenza Creative Commons by-sa. Se all’editore non sta bene, posso sempre depositare il testo in un archivio aperto, o perfino qui, ricordando che non è stato pubblicato sulla rivista X per divergenze sul copyright. Io lavoro gratis per i beni comuni, non per i profitti privati.

8 gennaio, 2012

Ricercatori di successo

Quando i genitivi soggettivi diventano oggettivi.

Continua sul “Bollettino telematico di filosofia politica”, a questo indirizzo.

6 gennaio, 2012

Valori di non uso

Quando pubblico un testo ad accesso aperto, approfittando dei servizi offerti dal mio ateneo, di un archivio istituzionale o disciplinare, o di una più ampia iniziativa interuniversitaria, non lo faccio gratis. Delle istituzioni pagano per me. Pagano meno che se continuassero a privatizzare il frutto del mio lavoro a favore dei latifondisti della conoscenza, ma pagano, con denaro pubblico.

Alla gente, però, non importa accedere a testi per lo più incomprensibili. E anzi, in generale, finanziare la cultura con i soldi dei contribuenti significa togliere ai poveri per dare ai ricchi. Ai poveri non interessa leggere Kant: interessa ai ricchi, che l’avrebbero letto comunque, anche se protetto da barriere economiche, e sono ben contenti di farlo a spese degli altri. Ai poveri poi – insegna Umberto Eco – fa male trovare troppe cose in rete perché non dispongono delle tecniche con le quali gli studiosi di professione discriminano il grano dal loglio.

Se fossi un’economista, risponderei a queste obiezioni ricordando che esistono anche i valori di non uso. Ma siccome non lo sono, preferisco mostrare che esse dipendono da un presupposto implicito piuttosto imbarazzante, questo: i poveri – di denaro e quindi di sapere – sono ignoranti e devono rimanere tali.

Molti anni fa ebbi dei problemi di sicurezza con Windows ’95. Per capire come fosse stato possibile, cominciai a leggere i gruppi di discussione dedicati sulla gerarchia it. di Usenet. Appresi così che il mio software era insicuro per una ragione strutturale: la sua  natura proprietaria  Niente però m’incatenava a Windows: c’era un’alternativa aperta e gratuita, Linux. Mi sarebbe bastato imparare a usarlo.

Con una laurea in scienze politiche e un dottorato di ricerca in filosofia politica, sono una persona informaticamente povera. Che gli Appunti di informatica libera  grazie ai quali ho mosso i miei primi passi con Linux siano liberamente disponibili in rete mi sarebbe dovuto essere indifferente. Ma le discussioni sulla sicurezza nella gerarchia .it, aperte a tutti,  mi hanno aiutato a trovare una risposta più filosofica di quella che cercavo. Non solo mi sono arricchita culturalmente, ma ho anche  risparmiato a me e alla mia facoltà i costi connessi alle licenze e al lock in; e ho offerto ai miei studenti l’occasione di apprendere che la schiavitù onerosa del software proprietario non è né naturale, né inevitabile. I “poveri” sono in grado di arricchirsi, se gliene viene data la possibilità.

Che ai poveri di sapere sia impossibile uscire dalla loro condizione è uno dei due lati di un paradosso reso famoso da un dialogo platonico: il paradosso di Menone. Chi non sa, dice Menone, non può né imparare né fare ricerca da sé, perché la sua povertà lo rende inconsapevole dell’oggetto stesso della sua indagine o della sua istruzione.

Socrate dimostra, con un argomento sviluppato da un mito, che il paradosso di Menone si fonda su un presupposto ingannevole: che gli esseri umani, dotati di sapienza o di ignoranza assoluta, siano o  assolutamente “ricchi” o assolutamente “poveri” e dunque assolutamente incapaci di imparare. Ma noi siamo soggetti conoscenti e non tronchi d’albero solo perché la nostra mente non è né una tabula rasa, né una totalità in sé compiuta:  essendo viva e immersa in una lingua e in una cultura, sa sempre qualcosa a partire dalla quale può apprendere o scoprire qualcos’altro.

Opportunamente interrogato, uno schiavo di Menone mostra al suo padrone come sia possibile l’apprendimento risolvendo, senza una conoscenza formale della geometria, il problema della duplicazione del quadrato. Forse non ci sarebbe mai riuscito, se non si fosse imbattuto in un Socrate che non proteggeva il suo sapere dietro barriere proprietarie, ma è proprio questo il punto: per creare un ambiente favorevole all’arricchimento dei poveri basta lasciare qualche Socrate in giro. Gratis.

Per credere che i poveri di denaro siano per definizione anche poveri di cultura incapaci di espandere il proprio sapere e i propri interessi bisogna essere classisti come e peggio di Menone. Menone, però, era un aristocratico schiavista che non faceva partecipare i suoi servi ignoranti alle decisioni politiche, per non trovarsi a pagare il prezzo delle loro scelte sbagliate. Chi sostiene l’irrilevanza della pubblicazione ad accesso aperto in nome dell’ignoranza irrimediabile dei “poveri” dovrebbe imitare la sua coerenza, e lasciar perdere la democrazia.

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