Continua da Le coltri della storia

Che cos’è l’Illuminismo? Immanuel Kant rispondeva così: è imparare a pensare da sé, senza tutori. Per gli individui isolati fare questo esercizio è difficile, ma per un pubblico - se lasciato libero - è quasi inevitabile. “Poiché, perfino fra i tutori ufficiali della grande massa, ci sarà sempre qualche libero pensatore che, liberatosi dal giogo della minorità, diffonderà lo spirito di una stima razionale del proprio valore e della vocazione di ogni essere umano a pensare da sé”.

La libertà del pubblico si identifica per Kant con la libertà dell’uso pubblico della ragione: una libertà che non è per pochi, ma per chiunque voglia fare un discorso serio, rivolto a tutti. Nella sua società dei cittadini del mondo non ci sono pulpiti privilegiati: chiunque può parlare; tutti, allo stesso modo, possono informare ed essere informati, discutere ed essere discussi. I pensatori liberi servono solo da stimolo agli altri: se politici, giornalisti. ecclesiastici o professori universitari si ergessero a tutori, usciremmo dal rischiaramento e ricadremmo nel mondo dei minorenni. Di fronte a un pubblico che può essere passivamente illuminato, ma non è in grado di illuminarsi da sé, si comincerebbe inevitabilmente a discutere su che cosa i tutori possono o no dirgli. Se invece fossimo tutti pari nel dibattito, l’unico limite sarebbe la confutazione reciproca. Che funziona bene, dove c’è libertà di parola: una persona di media cultura, frequentando i gruppi di discussione tematici, riuscirà probabilmente a capire da sé se il cancro si cura meglio con la chemioterapia o col bicarbonato.

L’illuminismo non è soltanto un’idea ad uso dei pochi abitanti del mondo delle idee: c’è una bella differenza - in moneta sonante - fra chi compra o vende una casa avendo avuto la possibilità di apprendere queste cose e chi lo deve fare ignorandole. C’è una bella differenza fra un sistema di informazione in cui è facile sapere se un politico ha avuto frequentazioni criminali o comportamenti disinvolti con i soldi delle mie tasse e uno in cui queste vicende divengono note soltanto a un’élite o, nel caso, ridotte a bagatelle.

L’illuminismo, da noi, non è un progetto banale. Gli intellettuali possono storcere il naso di fronte al cyberpopulismo, o impegnarsi, proprio in questo momento, in un dibattito sui professionisti dell’indignazione, eventualmente opinando che le voces clamantium in deserto, dei Grillo o dei Travaglio, non sono perfettamente cristalline, come se il problema principale fosse il loro timbro e non il nostro deserto, il loro rumore e non il nostro silenzio.

In un paese senza debiti formativi, non occorrerebbe indossare l’aureola degli eroi per essere cronisti bravi e brillanti autori satirici.

Che oggi a riconoscere l’importanza della libertà dell’uso pubblico della ragione sia un comico - che i buffoni facciano i filosofi - potrebbe pure essere un segno confortante di progresso verso il meglio. Soprattutto se evitiamo di chiederci che cosa fanno i filosofi, invece.

Chi l’ha detto? Non l’ho detto io: l’ha dichiarato Gianni Vattimo, in difesa del collega Umberto Galimberti accusato di plagio. La copiatura, nelle cosiddette scienze umane, sarebbe normale e neppure tanto grave, a voler credere al virgolettato del Corriere della Sera:

Capisco se fossimo scienziati in corsa per il Nobel e ci rubassimo i brevetti per curare il cancro ma i nostri sono solo pensieri.

E ancora:

Il sapere umanistico è retorico. Non dico che sia aria fritta, ma è tutto argomentativo. Noi si lavora su altri testi, si commenta. Platone e Aristotele sono stati saccheggiati da tutti. Nei saperi umanistici, dal diritto e alla teologia, è tutto un glossare. C’ è chi copia dagli altri e chi da se stesso.

Per Vattimo, in altre parole, sembra scontato che la ricerca scientifica seria sia protetta da una robusta proprietà intellettuale, perfino nel campo dei farmaci salvavita - con la conseguenza che, nei paesi privi di un sistema sanitario nazionale, ci sarà qualcuno che dovrà morire perché non può permettersi la cura. In ambito umanistico, di contro, il problema della proprietà intellettuale non si pone, perché esso consiste in una stratificazione di citazioni, commenti, glosse, compendi e anche franchissime copiature.

L’idea che la ricerca scientifica “dura” sia per sua natura originale e “dunque” soggetta a monopoli, mentre gli studi umanistici - tendenzialmente retorici - non lo siano è piuttosto discutibile. In generale, una tesi è scientifica quando è in grado di trasformarsi in un discorso comune: quando viene offerta alla pubblica discussione, viene verificata in esperimenti ripetibili e riesce ad essere parte di argomentazioni altrui, dimostrando di non essere soltanto originalissima aria fritta.

Ma quale dovrebbe essere il regime di testi che si intendono come copiature - o addirittura plagi - sedimentate nei millenni? Esiodo, che non si rappresentava come autore ma come esecutore non originale, non limitava la libertà di riprodurre la sua opera: se i poeti antichi si facevano pagare, si facevano pagare solo per lo spettacolo del loro canto. Similmente ci aspetteremmo che i libri dei filosofi-copisti non fossero in regime di copyright: non si remunera un retore per la novità del suo pensiero - ha copiato tutto - ma solo per la finezza del suo dire, se viene a dar spettacolo da noi. Qual è il regime delle opere di Vattimo?

Per rispondere a questa domanda, è sufficiente guardare il suo sito personale, senza fare altre ricerche. Non è importante, in questo caso, sapere quanti lavori di Vattimo si possono effettivamente trovare in rete, ma solo quale politica di distribuzione egli ha scelto di adottare. Sul sito troviamo un link Pubblicazioni dal quale si accede - liberamente - a un gran numero di recensioni e articoli di politica, di attualità e di varia umanità. Se non ci si fa distrarre dalla piccolissima rivendicazione di copyright del frame in basso, il Vattimo pubblicista è una persona abbastanza coerente. Lo è anche il Vattimo professore? Se si fa una ricerca nella sua sezione Bibliografia impostando il massimo intervallo temporale possibile (1961-2007), si scopre che neppure una delle sue opere accademiche è ad accesso aperto. E se per curiosità si guarda la home page di Galimberti, illustrata da una fotografia in bianco e nero che lo ritrae in una espressione intensamente pensosa, si rimane altrettanto delusi: niente di suo è stato reso disponibile.

Qui c’è qualcuno che tiene i piedi su due staffe.

Continua da: Over the rainbow

Il sistema accademico italiano, come ho già scritto altrove, è oligarchico. Si tratta di una oligarchia invero bizzarra, composta com’è di intellettuali per lo più di sinistra, che, salvo eccezioni, non si curano affatto di condividere le loro idee al di là dei vecchi mezzi di comunicazione di massa, anch’essi, strutturalmente, oligarchici. Ma perché mai questa cultura non si vuole - non si sa - comunicare, condannandosi a storiche, meritatissime sconfitte?

In un tempo lontano ma storicamente vicino, perché in esso affondano le radici dell’oggi, il partito egemone di questa cultura decise di venire a patti sulla questione della comunicazione televisiva, in cambio di una mancia insignificante. In luogo di combattere per la parità nella comunicazione pubblica, si scelse di vendersi per un piattino sul tavolo della comunicazione oligarchica: un piccolo canale della televisione di stato. Come fu possibile compiere una sottovalutazione così grave?

In un tempo lontano ma storiograficamente vicino, gli intellettuali di sinistra sognavano sogni rivoluzionari dormendo tranquilli tra le coltri della storia. Se, infatti, abbiamo la certezza che la struttura del mondo ci accompagnerà felicemente da sé verso il comunismo, quello che facciamo noi conta ben poco. Possiamo dunque scrivere testi allegramente incomprensibili che i soliti quattro gatti faranno finta di capire e occuparci serenamente dei nostri amati concorsi, mentre ai piani alti si negoziano princípi in cambio di reti televisive. Sarò la storia a sanare le nostre incoerenze.

La storia, in effetti, l’ha fatto, ma in un modo capriccioso e irridente, indicando che sarebbe stato meglio schiacciare altrove i nostri pisolini dogmatici.

Così, gli intellettuali di sinistra sono rimasti con tanta voglia di occuparsi dell’attualità e di denunciare le ingiustizie del mondo - hanno infatti il terrore di essere “accademici” - senza più una storia in cui credere, e, soprattutto, senza aver chiaro il senso del proprio lavoro. Se si continua a pensare - non diversamente dai disprezzati neoliberali - che il mondo cammina sulle gambe dell’economia, a che cosa servono tutte le nostre teste?

Alcuni, per darsi un tono, hanno continuato a fare a cronisti dell’attualità con le sue parole alla moda - postfordismo, globalizzazione, cognitariato, post-secolarismo - mentre altri, o gli stessi, hanno scoperto in America le filosofie di corporazione.

Per produrre una buona filosofia di corporazione bisogna in primo luogo disporre - come succedaneo del proletariato - di una classe oppressa: le donne, per esempio, che sono sessualmente differenti, oppure gli omosessuali, oppure gli stranieri, o, per i più raffinati, il cognitariato. Bisogna quindi affermare che detta minoranza, se teoreticamente agitata, secerne una sua filosofia, del tutto aliena rispetto al discorso dominante, e produrre, infine, rivendicazioni ad hoc.

Questa ricetta culturale, se convertita in politica, è ottima per perdere alle elezioni, per almeno due motivi.

In primo luogo, le filosofie corporative sono strutturalmente minoritarie, perché non sono in grado di produrre discorsi comuni a tutti. Se la nostra classe oppressa preferita viene raccontata come essenzialmente diversa, i suoi problemi rimarranno soltanto i problemi suoi e difficilmente verranno intesi come problemi di tutti. Perché mai - per esempio - agli uomini dovrebbe importare che le donne raggiungano una effettiva parità , se le donne sono così diverse?

In secondo luogo, le filosofie corporative sono strutturalmente di destra. Sono di destra non solo antropologicamente, ma teoreticamente. Se incominciamo a dire che il discorso delle donne, degli omosessuali, degli stranieri e via categorizzando è intrinsecamente diverso, non importa quanto questa diversità ci piaccia: noi stiamo producendo, avrebbe detto il vecchio Marx, una zoologia dell’umanità. La destra del secolo scorso usava parole grevi, come sangue, razza e suolo. Ora si usano parole più sfumate come identità, differenza e cultura. Ma, operativamente, la sostanza è sempre la stessa: ci sono categorie umane che sono determinate indipendentemente dalle loro scelte, ci sono scelte che non possono essere ridotte a discorso, Noi siamo noi e loro sono loro. L’egoismo corporativo che viene rinfacciato alla destra, il suo sostanziale razzismo è presente anche qui. Una sinistra che ragiona così - una sinistra che rinuncia a comunicare, perché non sa più parlare a tutti - è una sinistra che ha già perso.

[continua]

Essendo donna di poca sostanza e di molte idee, ho frequentato gli ambienti culturali più svariati,

Ho conosciuto la destra accademica liberista, ideologica e greve, anche se i professori che ne sono parte non sono certo nati armati dal Libero Mercato, ma hanno costruito la carriera propria e preteso di costruire le altrui come tutti, così, Per questo il loro astratto amore per il Libero Mercato si è potuto sposare senza impedimenti con la sottomissione agli interessi di un monopolista.

Ho frequentato, da intellettuale marginale e disorganica, anche la sinistra che una volta veniva detta radicale, a causa delle mie convinzioni sul diritto d’autore, immaginando un comunismo della conoscenza o dei mezzi di produzione immateriali.

Ma la sinistra che ho conosciuto amava parlare fra sé. Finché si sta fra professori questo è un difetto solo in un senso limitato, anche perché non sappiamo - né dobbiamo - far altro. La forza di un discorso teorico - almeno dove l’uso pubblico della ragione è libero - si misura sulla sua capacità di affermarsi senza dover cercare appoggi politici. Di professori che nascono - e rimangono - funzionarietti e funzionariette di partito ce ne sono fin troppi.

Questo gusto esclusivo per le parole - per parole inutilmente gergali come “post-fordismo”, “globalizzazione” o “cognitariato” - impressiona però quando si ritrova in un politico. Un politico deve, soprattutto, fare. E’ pagato per questo.

So bene quanto questo sia difficile, in un paese di oligarchie e corporazioni. Ma difficile non vuol dire impossibile. Si sarebbe potuto fare un po’ di più, almeno nel campo che conosco meglio. Invece, quando andavo a Roma, avevo spesso l’impressione di essere io il politico e loro i professori. Come se molti di loro vivessero in un mondo magico in cui non ci fosse differenza fra le cose dette e le cose fatte. Composti ormai della vaga sostanza dei sogni, è stato facile farli sparire, per chi controlla i sogni dei più.

(continua)

Sei un giovane ricercatore precario? Desideri guadagnare qualcosa in più?

Ti proponiamo un lavoro FACILE, che puoi svolgere anche da casa e che ti occuperà solo poche ore al giorno. Ti basta avere un computer e una connessione internet.

Il lavoro consiste nell’inserire nei database d’ateneo e ministeriali i titoli delle pubblicazioni per un professore che non ha imparato a farlo da sé.

Quale SALARIO è previsto? Assolutamente NESSUNO. Però, FORSE, col tempo, puoi sperare di DIVENTARE RICERCATORE.

N.B. Questo non è spam. E’ tutto vero. Se poi sei davvero bravo col computer, puoi pure raccontare la cosa sul tuo blog anche prima di essere professore associato confermato. Non se ne accorgeranno mai.

Ho già parlato della lista ERIH - un catalogo di riviste d’eccellenza che dovrebbe servire, a regime, a valutare l’attività scientifica degli umanisti.

Come si fa a capire se un umanista è bravo oppure no? Innanzitutto - recita una risposta tanto arcaica quanto ingenua - bisogna provare a leggere quello che scrive. Gli umanisti, però, hanno il vizio di disseminare le loro composizioni un po’ dovunque, ma preferibilmente in luoghi accessibili con difficoltà. E come può un valutatore, da solo o in piccolissima compagnia, leggere quello che sono in tanti a scrivere, con tutto quello che avrebbe da fare?

ERIH ambisce a fornire una soluzione alternativa, producendo una lista di riviste, sul modello di quella dell’ISI, che permetta anche a noi di valutare la nostre ricerche senza perdere tempo a leggerle. Nell’ambito delle scienze “dure” l’esperienza delle riviste ISI ha portato a fenomeni di oligopolio e all’aumento spropositato dei prezzi dei periodici - fenomeni contro i quali gli scienziati stanno reagendo. E qualche umanista si sta anche interrogando di fronte al progetto ERIH, che sembra venire incontro a chi vorrebbe valutare la nostra ricerca sulla base di qualcosa di più quantitativo e di meno vago della reputazione fra i pari.

E’ antropologicamente interessante che l’archeologo autore di questo post si sia intanto adoperato a far includere la sua rivista nella lista ERIH - per quanto senza perdere il suo senso critico:

  • le riviste sono raggruppate entro rigide categorie disciplinari, mentre buona parte delle scienze umane è variamente interdisciplinare;
  • i criteri di inclusione, qualitativi e quantitativi a un tempo, sono oscuri: per esempio, per essere posti in lista, viene valutata la “qualità” del comitato scientifico - e quindi avranno un ruolo, inevitabilmente, i gusti e le amicizie dei selettori
  • le liste sono incomplete
  • per quanto le liste si dicano sperimentali, questo esperimento è stato compiuto non con una pubblica discussione, ma con un catalogo compilato nel chiuso di un comitato ristretto
  • le amministrazioni, così affamate di dati più quantitativi, tenderanno a usare la lista sperimentale per la valutazione e il finanziamento della ricerca, rendendo possibile un nuovo effetto oligopolistico.

Infatti se una lista di riviste creata ad arbitrio riesce a imporsi come lista dell’eccellenza, tutte le altre - specialmente quelle innovative, interdisciplinari, ad accesso aperto - verranno soffocate nella culla. Se una lista siffatta fosse esistita in passato, molte delle testate attualmente prestigiose non sarebbero neppure nate. Non è solo una questione di prezzo: un elenco chiuso di eccellenze è, inevitabilmente. un fattore di isterilimento accademico e culturale.

La reputazione fra i pari, che dipende dalla discussione in atto entro una comunità scientifica che funziona, sarebbe un criterio di valutazione molto più vitale. Certo, sarebbe vago e poco quantitativo se la stima si dovesse fare raccogliendo le chiacchiere dei colleghi al bar. Ma questo criterio potrebbe diventare quantitativo - avendo a disposizione statistiche di download, ranking sui motori di ricerca specializzati e simili - in un ambiente di pubblicazione ad accesso aperto. Col vantaggio che questo tipo di valutazione sarebbe creata in pubblico da persone che leggono effettivamente le nostre opere. E’ uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.

Chi avesse seguito le elezioni politiche su questo exit poll in tempo reale, a cui partecipavano gli iscritti al forum di Politicaonline, si sarebbe fatto delle illusioni. Il suo risultato non rispecchia affatto quello della consultazione nazionale. I frequentatori di Politicaonline sono per lo più giovani, appassionati di politica, con un certo grado di istruzione. E, soprattutto, hanno accesso alla rete e hanno imparato ad informarsi da sé. Ma sono, in questo paese, una minoranza.

Di chi è la colpa? Anche nostra, di noi accademici minimi, medi e massimi.

Più di due secoli fa, in un saggio molto citato ma poco letto, Immanuel Kant scriveva che la libertà dell’uso pubblico della ragione è il mezzo più efficace per indurre ciascuno a pensare da sé. Per uso pubblico della ragione Kant intendeva “l’uso che uno ne fa, in quanto studioso, davanti all’intero pubblico dei lettori“. L’uso, cioè, che noi addirittura dovremmo compiere per professione e non - come altri - per diletto.

Nessuno di noi mette teoricamente in discussione queste belle parole. Ma buona parte di noi nasconde i suoi testi in volumi protetti da copyright e spesso nemmeno distribuiti o in riviste proprietarie. E quando si parla loro della pubblicazione ad accesso aperto, si viene educatamente ignorati. Così, nel paese dei monopoli televisivi illegali e delle concentrazioni editoriali, non esiste una opinione pubblica maggiorenne e capace di pensare da sé, perché molti, per pigrizia o per viltà, non fanno affatto un uso pubblico della ragione. A noi, in fondo, va bene così.

In cambio del silenzio otteniamo una piccolissima mancia: il privilegio di cooptarci nella nostra miserabile casta senza che il pubblico ci controlli. Anche altre corporazioni, altre oligarchie, ottengono simili mance, in cambio della loro acquiescenza. E’ così comodo avere a che fare con una opinione pubblica minorenne!

Kant, quando scriveva il suo saggio, aveva di fronte a sé il rischiaramento tedesco e Federico il Grande. Noi abbiamo - e avremo - di fronte altro. E, decisamente, ce lo meritiamo.

Io sono una accademica minima. So quanto sia difficile lavorare per costruire una qualche forma di bene comune e - ancor prima - una qualche forma di discorso comune, in una oligarchia di corporazioni abbarbicate ai propri particulari. Per questo, penso che il risanamento del bilancio compiuto dal professor Prodi abbia qualcosa di miracoloso.

Come, però, non si è fatto nulla per guarire l’università dalla sua paralisi oligarchica con i suoi eventuali corollari banditeschi, così non si potuto far nulla per guarire l’Italia dalle sue paralisi oligarchiche, mentre all’orizzonte si addensano le nuvole della crisi economica, energetica e climatica.

Abbiamo bisogno di un rinnovamento della cultura e della classe dirigente. Ma di che materiale umano disponiamo? Da noi, anche i più accaniti filosofi da competizione, anche - soprattutto - i più accalorati fan del liberalismo e della meritocrazia se hanno alle spalle una carriera accademica, l’hanno fatta così, oppure così, ovvero, come racconta più specificamente Giovanni Sartori, così. Da noi, anche chi vorrebbe cambiare - e non vuole rinchiudersi in un dannunzianesimo esteticamente esaltante ma politicamente sterile, o vagheggiare catarsi apocalittiche - deve fare i conti col peso dell’esistente. Io, sia come accademica minima, sia come elettrice. posso fare pochissimo. La tentazione di non fare - la tentazione di non votare - è molto forte.

Dopo il crollo del muro di Berlino avremmo potuto emanciparci dalla nostra condizione di democrazia condizionata; avremmo potuto attrezzarci per affrontare la crisi energetica; avremmo potuto ridurre i poteri delle mafie piccole e grande; avremmo potuto costruire una società della conoscenza. E invece abbiamo ruotato attorno agli interessi privati di un anziano monopolista incontinente e rancoroso, in cambio di minuscole mance.

Abbiamo perso tempo.

Dal punto di vista del mio particulare, mi piacerebbe solo che all’università si trovasse la forza di cambiare poco per cambiare tutto, ma credo difficile che questa classe dirigente possa farlo. E’, tuttavia, con una classe dirigente così che dobbiamo fare i conti. Ed è certamente preferibile  avere a che fare con politici che  mangiano sul nostro voto - ma che di quello hanno bisogno - che con stanchi plutocrati che il nostro voto se lo comprano entro un più complesso piano di acquisizioni.

Meglio fare poco che non fare nulla.

Voltiamo pagina.

Sisifo, condannato a un castigo infernale che lo obbliga in eterno a trascinare e ritrascinare lo stesso masso per la stessa china, raffigura miticamente la condizione dell’umanità, se pensata come incapace di progredire. Ma potrebbe anche essere usata come metafora della condizione degli umanisti.

C’è un bellissimo libro di Gabriele Giannantoni, Dialogo socratico e nascita della dialettica nella filosofia di Platone, uscito postumo, il cui pdf è stato meritoriamente messo on-line e reso accessibile a chiunque. E’ il testamento spirituale di uno studioso insigne. Ma, leggendolo, non si può fare a meno di provare un senso di frustrazione.

Il libro ha delle lunghissime parti espositive, nel quale si riferiscono - certo con grande intelligenza - i dialoghi di Platone. Ha un ricchissimo apparato bibliografico nel quale l’autore riporta- certo con grande erudizione - le opinioni degli infiniti filologi che hanno affrontato le stesse questioni, prima di lui. In una monografia si deve fare così.

Nelle 512 pagine del testo di Giannantoni ci sono, certo, tante cose intelligenti. Ma per scovarle si devono leggere, appunto, 512 pagine, molte delle quali ripetono quello che già si sa, oppure rimandano a opere con le quali confrontarsi è difficile, perché ad accesso chiuso, oppure sepolte in qualche biblioteca cartacea. Il risultato è che non solo l’autore deve fare il lavoro sisifeo di riportare, per lo più, pietre che già altri hanno rotolato, ma che la stessa fatica viene inflitta anche al lettore.

Il nostro lavoro potrebbe invece essere organizzato meglio a più strati, così:

  1. il testo di Platone
  2. il lavoro esegetico dei filologi, riconosciuto da motori di ricerca semantici che fanno uso del tagging collaborativo
  3. le teorie filosofiche costruite a partire da Platone o in dialogo con lui, sempre riconosciute con motori di ricerca semantici che fanno uso del tagging collaborativo.

Sarebbe bello, in altre parole, avere una specie di Technorati platonico. Certamente, ci sarà molto disaccordo su che cosa collocare nello strato 2 e nello strato 3, ma tutti gli interessati avranno finalmente la possibilità di votare per stabilire se questioni molto dibattute ma risolvibili definitivamente solo con una seduta spiritica o una macchina del tempo - come per esempio qual è esattissimamente l’ordine dei dialoghi o se essi siano o no al servizio di una ipotetica dottrina non scritta - siano il cuore degli studi platonici.

Nel libro di Giannantoni c’è una cosa interessante, meritevole di essere sviluppata. Nel Protagora, Socrate e il sofista stanno discutendo su come discutere, Il primo trova poco utili all’indagine i lunghi discorsi monologici - monografici, verrebbe voglia di dire - del secondo. Protagora, da studioso affermato e poco desideroso di mettersi in gioco, risponde che non si fa certo dettare il modo di disputare dall’interlocutore. Viene proposto di eleggere un arbitro o un presidente:

 

Socrate respinge questa idea con l’argomento che un personaggio del genere, non potendo essere certo inferiore ai contendenti (perché non sarebbe all’altezza del compito), né loro pari (perché sarebbe inutile), dovrebbe essere superiore: ma chi è più “sapiente” di Protagora o a lui superiore? In realtà un arbitro non ha senso in una libera e comune indagine. (p. 66. corsivo mio)

 

Ora, su che cosa si basa la nostra valutazione della ricerca? Su arbitri e su presidenti, spesso nominati o autonominati sulla base delle loro capacità organizzative e dei loro contatti con gli editori. Un arbitro ha certo senso in una partita di calcio: ma ha senso in una libera e comune indagine? Gabriele Giannantoni, con finezza, risponde di no. Non si tratta, infatti, di vedere, chi segna più goal sulla base di regole date, ma di inventare e di renderne comuni nuove regole e nuovi giochi.

Questo cercavano di fare Socrate e Platone. Nessuno dei due ha mai pensato di dirlo con una monografia.

Come racconta questo articolo del fisico Pietro Greco, che ho scoperto grazie a una rivista fai-da-te, la scienza moderna nasce con un gesto comunicativo rivoluzionario: nel 1610 Galileo Galilei pubblica il suo Sidereus Nuncius presso una piccola tipografia veneziana, spostando così il foro competente della discussione scientifica al pubblico istruito, fuori dalla cerchia clericale.

Dopo Galileo Galilei sono successe molte cose. L’Italia si attarda tuttora sul modello ottocentesco della comunità accademica autoreferenziale e oligarchica, di cui mi diverto a raccontare qui, anche perché negli anni ‘60 del secolo scorso ha scelto - unica fra i paesi industriali - la via dello sviluppo senza ricerca. Gli Stati Uniti d’America - seguendo i consigli di Vannevar Bush - e gli altri paesi sviluppati imboccarono invece la strada del finanziamento pubblico alla ricerca scientifica.

Il risultato - dice Pietro Greco - è che oggi la ricerca scientifica si trova in una fase post-accademica, sempre più intrecciata con la società: le sue scelte dipendono sempre più dalla politica e dall’economia, ora virtuosamente ora perversamente. E, soprattutto, il modo in cui viene - o non viene - comunicato e condiviso il sapere è diventato cruciale.

Di più: se la ricerca scientifica è una scelta strategica, e se i destini della ricerca sono decisi in sede politica e economica, la comunicazione - e la selezione - del sapere diventano esse stesse una questione politica.

Una questione che può essere decisa soltanto in due modi: oligarchico o democratico. La ricerca non può essere ridotta alle leggi che ha già consolidato, perché deve scoprire cose nuove o, meglio, ricombinare in modo nuovo cose vecchie. Allora, chi deve prendere le decisioni?

Platone, che se lo chiedeva per la sua città, è stato accusato di essersi fatto la domanda sbagliata: non importa chi decide, bensì come si decide. Platone, per la politica, proponeva una soluzione aristocratica. Ma la sua regolazione della scienza era molto diversa: anche se c’è chi capisce di più e chi di meno, decidono tutti. Una soluzione oligarchica, che limitasse la discussione e la circolazione dell’informazione, metterebbe semplicemente i pregiudizi dei pochi al posto dei pregiudizi dei molti.

Pietro Greco teorizza due modelli di diffusione del sapere: quello del Rio delle Amazzoni e quello di Venezia. Nell’uno l’acqua del sapere scende dall’alto verso il basso, nell’altro, similmente a quanto teorizzato da Kant nel suo scritto sull’Illuminismo, circola allo stesso livello per una miriade di canali e canaletti, di isole e isolette, di ponti e ponticelli.

Il sistema della pubblicazione ad accesso aperto, facendo a meno delle barriere e delle mediazioni, è dunque molto veneziano. Potremmo approfittarne per diventare post-accademici perfino noi.

Archivio

Categorie


cc - by cc - commercial cc - copy

Queste pagine sono soggette a una licenza Creative Commons by-nc-sa.

Statistiche

  • 6,189 hits