Archive for ‘concorsi’

12 dicembre, 2008

Un salto mortale della ragione

Sul detto comune: “questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica” è un saggio  che Kant pubblicò nel 1793. E’ un testo filosofico, ma anche politico, che si interroga sulla legittimità della Rivoluzione Francese. Qui c’è la mia versione integrale, con una licenza Creative Commons che permette a chi vuole di riprodurla e migliorarla senza dover tradurre tutto ogni volta da capo, come  sarebbe inevitabile se l’avessi sottoposta a un copyright più rigido.

Il vecchio e metodico Kant si era talmente entusiasmato degli ideali della Rivoluzione Francese da venir meno alla sua leggendaria, maniacale puntualità per comprare le gazzette con le ultime notizie. Però, se leggiamo questa parte del testo, sembra che per lui la rivoluzione non si possa proprio fare. Perché? Perché se ognuno di noi cominciasse a rispettare solo le leggi e le sentenze che ritiene giuste, subito dopo sparirebbe lo stato di diritto, e ciascuno farebbe un po’ come gli pare, imponendo le sue ragioni agli altri con la forza.

In termini più tecnici, l’esercizio del diritto di resistenza è per Kant sempre illegittimo perché la condizione civile implica la delega del potere di dirimere le controversie  a un giudice terzo fra le parti, il quale sentenzia secondo leggi pubbliche coercitive: chi volesse decidere di testa sua disconoscendo il potere del giudice ricadrebbe in una condizione incivile detta stato di natura. Lo stato di natura, come lo intende Kant, è una situazione in cui la gente ha un’idea di che cosa sia giusto e ingiusto, ma in cui tutti sono giudici in causa propria, perché nessuno ammette un giudice terzo. Così, quando qualcuno litiga con qualcun altro, ciascuno dei due litiganti, che è anche giudice, tende a dar ragione a se stesso, cioè giudica la propria causa in conflitto di interessi. Alla fine i due litiganti ricorreranno alla forza, poiché nessuno dei due riconosce l’autorità dell’altro, e il più forte prevarrà. Perché l’esito di un conflitto di interessi strutturale non può che essere la legge del più forte.

Ma come poteva uno come Kant entusiasmarsi tanto per la Rivoluzione Francese, che era un supremo esercizio del diritto di resistenza? La risposta è nascosta nell’ultimo paragrafo di questo corollario: se chi è al potere andasse proclamando che la sua autorità non si fonda sul diritto, ma sulla forza – sulla forza di un esercito, di una maggioranza o anche più sottilmente di un monopolio della comunicazione  che nega la libertà della penna – chi gli si oppone potrebbe essere tentato di andare a vedere se questa forza è davvero schiacciante, confrontandola con la sua. Potrebbe, cioè, essere tentato di fare la rivoluzione, proprio perché il potere non si fonda più sulle ragioni della ragione, ma su quelle della forza. E questa rivoluzione, in un paese in cui non regna il diritto, non sarebbe neppure illegittima. Perché ci fosse illegittimità ci dovrebbe, intanto, essere il diritto.

Kant chiama il ricorso alle ragioni della forza “salto mortale” della ragione. “Salto mortale” è una espressione italiana che spicca nel testo tedesco. Anche allora, a quanto pare, gli italiani si facevano riconoscere come saltimbanchi.

I salti mortali sono pericolosi perché se si riduce la legittimità alla forza, se si disconosce l’autorità dei giudici, se si nega l’autorità del diritto – se si rappresentano importanti questioni giudiziarie come conflitti fra politici e giudici, o fra giudici e giudici – si rischia di venir ripagati con la stessa moneta.

A Kant, ogni tanto, venivano in mente delle idee strane. E a me ogni tanto viene voglia di spiegarle. Deve essere un vizio professionale.

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1 dicembre, 2008

La “grande sanatoria” e i suoi utenti

Ho visto che qualcuno è capitato su queste pagine dai motori di ricerca, con la speranza di trovare “tutti i professori della sanatoria 1981”.  Era una curiosità che era venuta anche a me, indipendentemente dalle contraddizioni biografiche del professor Brunetta. Ci sono, infatti, un po’ di professori ordinari che, pur ostentando pubblica insensibilità per le ragioni dei ricercatori precari, sono anagraficamente in condizione di aver profittato della sanatoria stessa.  Rivelare questo eventuale aspetto della loro carriera non sarebbe un pettegolezzo, perché servirebbe a valutare la loro coerenza personale.

La memoria mi è di poco aiuto. Negli anni ’80 del secolo scorso ero studente e pensavo che l’università fosse una cosa seria. Anche la rete serve a poco, perché all’epoca le amministrazioni  lavoravano  interamente su carta.

Dai dati storici, però, possiamo ricavare dei criteri per capire se un curriculum è sospetto o no. La  “grande sanatoria” è stata determinata dal decreto del presidente della repubblica 11 luglio 1980, n. 382. Questo decreto, agli articoli 50-53 e 58-62, prevedeva che una serie di figure, precarie e no, potessero diventare rispettivamente professore associato e ricercatore tramite un semplice giudizio  di idoneità.

I giudizi di idoneità si differenziavano dai concorsi detti liberi, anch’essi previsti dal dpr 382/80, perché erano ad accesso riservato e non erano selettivi, non essendo predeterminato il numero dei “vincitori”, come si racconta in questo documento, basato, purtroppo. solo sul ricordo personale.

Sembra che i primi concorsi liberi siano stati celebrati solo nel 1983/1984. Così si evince, almeno, dalla lettura di qualche curriculum,  come questo o questo. Gli interessati precisano di essere diventati professori associati o ricercatori con “concorso libero” proprio perché, anche allora, si riteneva che superare una selezione fosse molto più onorevole che ottenere un posto di ruolo ope legis.

Da questi lavori parlamentari risulta che le due tornate di giudizi di idoneità furono indette il 12 gennaio 1981 e il 10 agosto 1983; una terza tornata di recupero fu indetta il 4 luglio 1989.

Stando così le cose, i curricula massimamente sospetti dovrebbero essere quelli di chi dichiara di essere diventato ricercatore o associato fra il 1981 e il 1983, specialmente se omette di precisare che il  suo scatto di carriera è avvenuto per concorso libero. Possiamo, invece, essere abbastanza sicuri che, salvo eccezioni, chi ha avuto un avanzamento negli anni ’90 del secolo scorso è al di fuori del raggio d’azione della grande sanatoria.

Per passare dal sospetto alla certezza occorrerebbe una ricerca fra le carte degli archivi ministeriali e universitari. Io, però, non vado oltre: non voglio rubare il mestiere ai giornalisti.

13 novembre, 2008

Ipotesi di concorso universitario post-gelminiano

Il professor Agamennone Interno vorrebbe che il suo diletto allievo Oreste diventasse associato. Che fa? Innanzitutto si va a leggere il decreto-legge Disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca fresco fresco di gazzetta.

Dal decreto apprende che le università le quali non hanno superato nel 2007 il limite massimo, fissato per legge, del 90% del finanziamento ordinario, possono spendere il 50% del budget lasciato libero dai colleghi che vanno in pensione.  Le decurtazioni del finanziamento ordinario sono invece rimaste: questo significa che le università oggi  entro il limite del 90% non lo saranno più domani. Che il taglio alla gola per le università pubbliche è ancora in fondo all’orizzonte.

Ma ad Agamennone Interno tutto questo non interessa: l’esigenza del giorno è piazzare l’allievo.  Una volta fatto valere il suo potere per far bandire il suo concorso locale e ottenere la nomina a commissario interno da parte della sua facoltà, egli si imbatte però nell’articolo 4 del decreto gelminiano,  secondo il quale sarà affiancato, nel suo giudizio, da quattro commissari sorteggiati entro una rosa di eletti, di numero triplo rispetto a quello dei commissari complessivamente necessari nella sessione.

Perché Oreste possa vincere Agamennone ha bisogno solo di due commissari “amici”.  Dovrà dunque mettersi d’accordo con i colleghi perché in questa rosa siano eletti il maggior numero possibile di amici. lasciando ai nemici un numero ridotto di posti, in modo tale che, se anche venissero sorteggiati, rimarrebbero in minoranza.  Nell’ordinaria amministrazione, dunque, il decreto ha, come d’uso, cambiato tutto per non cambiare nulla.

Immaginiamo che qualcosa vada storto: per esempio, che ad Agamennone Interno si opponga Achille Rivale, un professore influente che riesca a far eleggere nella rosa un certo numero di potenziali commissari a lui fedeli. Il gioco della sorte, in questo caso, potrebbe formare una commissione composta da Agamennone Interno, il suo amico Menelao Prossimo, Tersite Esterno, Achille Rivale e il suo maestro Chirone Centauro. Una commissione siffatta – composta dai membri di due cordate e da un outsider – potrebbe finalmente celebrare un concorso vero?

Vediamo.

Agamennone e Menelao sono per Oreste Interno; Chirone e Achille per Patroclo Amico; Tersite Esterno, che vorrebbe tanto far vincere la sua allieva Medusa Impresentabile, è l’ago della bilancia.

Proviamo a immaginare Tersite nel modo peggiore possibile: in un gruppo disciplinare piccolo, potrebbe anche essere uno che è entrato nella rosa dei sorteggiabili  solo perché ha votato per se stesso. Che senza il decreto gelminiano non avrebbe mai potuto sperare di diventare commissario, perché i colleghi – a partire di quelli della facoltà, che lo conoscono bene – lo considerano un autentico cretino.

Tersite, dunque,  non batte chiodo da anni. Ora, che la sorte gli ha sorriso, si trova davanti l‘occasione della vita, irripetibile, qualora la contesa fra Achille e Agamennone fosse così  aspra  da impedire ai due di accordarsi per distribuire le idoneità a Oreste e Patroclo. In questa situazione, Tersite può offrire il suo voto a Achille o a Agamennone in cambio del loro appoggio a Medusa Impresentabile.

Medusa, però, è davvero impresentabile, tanto che Achille, per senso dell’onore, rifiuta lo scambio. Agamennone, che ha più pelo sullo stomaco, lo accetta.  I vincitori saranno quindi Oreste interno – come al solito – e Medusa Impresentabile.

Ordinariamente, dunque, i concorsi gelminiani per le due fasce superiori verranno decisi dai gruppi più organizzati; straordinariamente, nel caso di scherzi della sorte, sarà facilissimo comprare il voto di eventuali outsider.

La  commissione per un concorso di ricercatore sarà composta dal commissario nominato dalla facoltà e da due professori ordinari sorteggiati dalla solita rosa di eletti.  Il vincitore è soltanto uno: non si possono dunque fare scambi. Però i due commissari che volessero votare  contro il  candidato interno dovrebbero essere consapevoli che, se bandissero un concorso per ricercatore a casa loro, verrebbero ripagati con la stessa moneta. Sfavorire il candidato interno sarebbe per loro conveniente solo in un caso: che siano immuni da vendetta in quanto nessuno dei due è in grado di far bandire concorsi per ricercatore nella propria facoltà.

Il carattere locale dei concorsi, la povertà di cui il sistema baronale costituisce, cinicamente, una soluzione, l’inevitabilità del giudizio pro amico, non sono stati minimamente toccati dal decreto Gelmini. Hanno ragione gli studenti  a continuare a  protestare.

30 ottobre, 2008

Università e nepotismo. Perché la moneta cattiva scaccia quella buona

Tanto all’interno quanto all’esterno l’antico ordinamento universitario è divenuto fittizio. Ma è rimasto, e anzi si è accentuato, un motivo caratteristico della carriera universitaria:  che un […] libero docente, divenuto ormai un assistente, riesca finalmente a insediarsi nella posizione di ordinario o di direttore d’istituto  è un mero caso.

Queste parole sono state pronunciate da Max Weber nel 1919, a proposito dell’università tedesca. L’università tedesca, negli ultimi tre secoli, ha  fatto fiorire innumerevoli menti brillanti. Eppure il professor Max Weber parla degli atenei germanici con toni simili a quelli che oggi si usano, forse non del tutto innocentemente, a proposito dell’università italiana.

Perché?

Valutare un ricercatore è sempre difficile e venato di arbitrio. Questo è vero sia per i giudizi cosiddetti qualitativi, sia per quelli costruiti su parametri numerici, come il fattore d’impatto, che viene calcolato sulla base delle citazioni che una rivista ha ottenuto quest’anno in relazione agli articoli pubblicati nel biennio precedente – a condizione che questa stessa rivista sia inclusa nel catalogo, venduto a caro prezzo, dell’Institute for Scientific Information, ora posseduto da una multinazionale dell’editoria scientifica commerciale. Si veda che cosa ne pensa il matematico Alessandro Figà Talamanca.

Tutto il mondo è paese, dunque?

Non esattamente. Ho ritrovato, nell’archivio del “Corriere della Sera”, qui e qui, un dibattito fra due professori a proposito di un concorso controverso, risalente all’epoca in cui i concorsi erano ancora nazionali e non locali, come è avvenuto in seguito alla riforma Berlinguer-Zecchino. Il confronto ha il pregio di essere molto sincero, e dunque assai istruttivo. A Danilo Zolo, il quale riteneva che uno studioso meritevole fosse stato ingiustamente escluso dalla rosa dei vincitori, si rispose così: “Perché non hai cercato di diventare membro della commissione giudicante,  facendoti votare dai tuoi colleghi, allo scopo di sostenere quello studioso?” Zolo replicò che chi ragiona in questo modo dà per scontato che il commissario di un concorso non sia e non debba essere un giudice imparziale, bensì un giudice  pro amico. Che ciascun maestro, per usare le parole del nostro gergo segreto, “porti” al concorso il suo allievo. Che, anche nel nostro piccolo,  questo strutturale conflitto di interessi non sia un problema.

Certo, fra tutti i conflitti d’interessi che ci sono in Italia, quello tipico del commissario di concorso  universitario non è né il maggiore, né il più scandaloso. Molti professori  sono perfino persone per bene, e, sia pure per caso, meritano di avere un posto all’università. Ma perché delle persone per bene praticano e sostengono, di fatto, il principio del giudizio pro amico?

Semplicemente perché ciascuno di loro dà per scontato che tutti gli altri giudichino pro amico. Se qualcuno si allontanasse da questo principio otterrebbe soltanto di veder bocciato il “proprio” candidato a favore dell’amico di qualcun altro. La moneta cattiva ha scacciato così perfettamente la moneta buona che questa non ha più corso.

Succede, così, che Agamennone Interno si senta obbligato a portare fino all’ordinariato il suo allievo Oreste, anche qualora cominci a rendersi conto che il giovane è completamente pazzo, piuttosto ignorantello e magari pure iettatore, proprio come un genitore si sente in obbligo di prendersi cura di un figlio un po’ degenere. Oreste, proprio come un figlio, è venuto infatti al mondo (accademico)  per il suo arbitrio e se venisse abbandonato dal padre morirebbe.

Come se ne esce? Non certo con i tagli, e tanto meno con le privatizzazioni. Quello che si fa nei concorsi pubblici può  essere esposto agli occhi del pubblico – come mostra lo stesso archivio storico del “Corriere della Sera”. Quello che si fa in un ufficio privato  rimane nascosto, e soggetto ad arbitrii ben peggiori.

Se invece si sciogliesse il vincolo fra il maestro e l’allievo, vietando, almeno nelle fasi iniziali, le carriere interne, le cose potrebbero cambiare. Non essendoci più amici, non ci sarebbero nemmeno  giudici pro amico.  Sarebbe molto semplice fare una legge di due righe che imponesse  un simile divieto, se si fosse effettivamente interessati a migliorare l’università pubblica, e non a svenderla ai privati.

Aggiornamento 2011: questo testo era stato scritto prima della cosiddetta riforma  Gelmini. Chi vi si imbattesse ora potrebbe chiedersi se ne nei concorsi cambierà qualcosa. La risposta è: presumibilmente no. E’ stata aggiunta più burocrazia, sono stati tagliati molti fondi, ma ci si è ben guardati dallo sciogliere il vincolo baronale. I concorsi che danno veramente “il posto” – quelli locali – sono  locali. Appunto.

27 agosto, 2008

Illuministi, elettricisti

Sono andata al funerale di mio padre.

Mio padre – io sono, a quanto pare, un caso ormai raro di mobilità sociale verso l’alto – è stato per molto tempo capo-tecnico della sede Enel in una cittadina della provincia veneta. Al suo funerale – anche se ormai era in pensione da molti anni – c’erano molti colleghi di lavoro e alcuni utenti. E ne parlavano bene, con  sincerità.

Quando muore un ricercatore universitario, i colleghi gli dedicano poche, affrettate parole, sottolineandone la grande umanità. Quando muore un professore ordinario, se ne parla un po’ di più. Non se ne menziona l’umanità – a quanto pare, i professori l’hanno già trascesa – ma, per definizione, l’eccellenza scientifica. Non ho invece idea di quel che si dica quando muore un professore associato. Immagino – non so se  al mio funerale avrò la presenza di spirito per verificarlo – che sia celebrato, un po’ di più del ricercatore e assai meno dell’ordinario, come semi-umano e semi-eccellente. Ma su tutti questi elogi aleggia qualcosa di non detto, che però in cuor suo pensa ciascuno.

Sugli esseri umani ordinari grava il memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris. I professori ordinari invece  – a meno che il governo non tagli il turnover – non ridiventano polvere. Ridiventano budget. Il budget, nell’organico, serve per bandire nuovi concorsi. A che cosa dunque potranno mai pensare i colleghi, al funerale di un professore? A una cosa, una cosa soltanto: come impadronirsi del suo budget per far bandire il sospirato concorso per il loro schiavo di riferimento. Per questo, i colleghi non potranno mai essere grati per la sua vita  più di quanto lo sono per la sua morte. Per questo, mentre si può  sinceramente stimare chi ci fa avere la luce elettrica, nessuna vera stima si riserva a chi si dedica ai lumi della ragione.

Che brutto mestiere ho scelto.