Archive for ‘ERIH’

31 maggio, 2012

Il buon ricercatore

E’ come il tempo per  Agostino. Sappiamo benissimo chi è se nessuno ce lo chiede ma, se dobbiamo definirlo, ci rendiamo conto della sua elusività.  Ne parlo qui, a proposito di un testo del francese Antoine Blanchard.

Le vicende della valutazione della ricerca francese sono molto interessanti e dovrebbero essere tenute presenti. Basta Wikipedia per rendersi conto che nel 2008 l’AÉRES  aveva pubblicato una classifica gerarchica di riviste di scienze umane e sociali – sul modello della lista ERIH – simile a quella di cui in Italia stiamo discutendo. Travolta dalle critiche – “confonde la qualità di una rivista con la sua diffusione, e la qualità di un articolo con la qualità di una rivista“- ha preferito eliminare la gerarchia e fissare semplicemente un perimetro di scientificità, pure questo soggetto a discussioni. Anche chi propone l’alternativa dell’accreditamento dovrebbe far tesoro di questa esperienza.

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24 ottobre, 2007

“Ma mi vale come pubblicazione?”

Non era infrequente, appena qualche anno fa, sentire colleghi, anche giovani, porre questa domanda a chi proponeva loro di ospitare un loro testo su una rivista on-line. La questione, presa alla lettera, suona surreale: come può Puttino Pluteo, giovane studioso abituato a distribuire i suoi pensieri su altri fogli che non legge nessuno, chiedersi se un articolo su un sito che fa 300, 1000 o anche solo 25 accessi al giorno sia una “pubblicazione”? Ma a Puttino, naturalmente, non interessa che i suoi testi siano letti: interessa che “valgano per i concorsi”. E in questo caso una pubblicazione non era un testo reso pubblico, ma un testo depositato in prefettura, come stabilito da questa normativa del secolo scorso, abrogata nel 2004 da questa legge qui e dal suo successivo regolamento attuativo.

Questa disciplina invitava il ricercatore a parlare una specie di neolingua, per la quale è pubblicazione non ciò che viene reso pubblico, ma ciò che riceve un riconoscimento ufficiale da una qualche autorità. Che poi il testo venga reso pubblico è del tutto accidentale – come sa bene chi ha vinto concorsi grazie a opere che, non avendo mai visto la luce, potrebbe conoscere soltanto il prefetto se, in una notte insonne, vagasse per i sotterranei della sua prefettura.

Che occorra delimitare il numero e il tipo dei titoli da presentare a un concorso, si capisce. Puttino, altrimenti, presenterebbe pure le sue originalissime liste della spesa e l’elegante lettera anonima composta, con ritagli di giornale, allo scopo di denigrare un rivale accademico. Però questa necessità, assieme a cose come queste, ha sviluppato in lui una mentalità passiva e servile. Una mentalità che l’ha tenuto lontano da gesti semplici come farsi un sito personale, inventarsi una rivista on-line, aprire un blog, discutere in rete.

La pubblicazione ad accesso aperto potrebbe ridargli un po’ di indipendenza e di spirito d’avventura. Puttino potrebbe, per esempio, cominciare a capire che la ricerca e la valutazione della ricerca sono la stessa cosa: un bravo ricercatore, quando fa ricerca, deve scegliere che cosa, dell’esistente, è importante e che cosa no. Cioè fa un lavoro, spassionato, di valutazione.

Ricerca e valutazione si differenziano solo nei sistemi autoritari, nei quali si ritiene insufficiente, o pericoloso, il giudizio “orizzontale” delle comunità di conoscenza. Per questo, si dice, occorrono delle liste, di proscrizione oppure anche d’eccellenza.

E’ preoccupante – anche per il futuro della pubblicazione ad accesso aperto – che questa passione per le liste sia condivisa dalla sottosegretaria Magnolfi, che in questa intervista a “Punto informatico” dichiara:

Indubbiamente trovo corretto che questa iscrizione [al ROC, di cui qui] sia obbligatoria per quei siti che, sia in termini di struttura organizzativa, di funzione e di periodicità, sono assimilabili alle testate giornalistiche tradizionali. Mi sembra invece inopportuno che allo stesso obbligo siano sottoposti blog e siti personali.

Perché mi preoccupo? Perché, anche se adottiamo la sua interpretazione, tutto sommato moderata rispetto alla lettera del disegno di legge sull’editoria, questa ennesima lista, con i suoi aggravi burocratici, tenderebbe a imporre alla rete l’artificiosa distinzione fra pubblicazioni “vere” e discorsi da bar – liberi, vivaddio, ma certamente da non prendere così sul serio. Fare una nuova rivista ad accesso aperto diventerebbe meno semplice; e la creazione di spazi liberi di discussione e di ricerca non verrebbe riconosciuta come un nuovo, essenziale strumento per l’uso pubblico della ragione, ma rimarrebbe paragonabile – se va bene – all’apertura di un bar.

Puttino Pluteo sarebbe così portato a convincersi che, se consegna un suo articolo al sito ad accesso riservato dell’editore registrato Avidio Vespasiano, ha una “pubblicazione”, mentre se lo mette nell’archivio aperto istituzionale della sua università, accessibile a molti più lettori, e poi riceve una attestazione di qualità di un overlay journal – che può essere, per avventura, pure un blog – il suo testo “non conta nulla”. E perderebbe l’ultima occasione per uscire di minorità.

23 settembre, 2007

Berlin5: European Reference Index for the Humanities

Alla conferenza padovana, Rüdiger Klein ha presentato questo progetto (disponibile anche qui, sotto forma di abstract). L’idea è comporre una lista di riviste – sulla base di una valutazione della loro selettività, della loro popolarità e reputazione fra gli studiosi e della qualità dei contributi – le quali siano certificate come indicatrici di eccellenza nel settore delle scienze umane. Klein ha ammesso che questi criteri molto conservatori, ma che spera di potersi alla fine conciliare con i principi della pubblicazione ad accesso aperto.

Il rischio di questa intrapresa, che si modella con grandissimo ritardo sull’esperienza dei “core journals” della lista ISI è quello di riprodurre, anche nelle scienze umane, l’oligopolio che ha portato alla crisi dei prezzi dei periodici – contro la quale gli scienziati stanno reagendo. In più, ora avremmo la possibilità economica e tecnologica di superare i limiti del peer review tradizionale, pubblicando tutto in rete e valutando successivamente la qualità dei contributi – come consiglia Peter Suber e come ha fatto qui Francesca Di Donato.

Ma vediamo se in questo momento, in Italia, la lista iniziale ERIH si concilia con l’accesso aperto. Ecco le riviste italiane meritevoli di un qualche grado di eccellenza, secondo la lista ERIH, nel settore che conosco meglio, la filosofia:

Tutte queste riviste, con l’eccezione delle due edite da Tilgher, almeno parzialmente aperte, sono ad accesso chiuso. Talvolta sono addirittura prive di un proprio sito web, talvolta le loro home page si limitano a riportare gli indici e le istruzioni per abbonarsi, talvolta, infine, gli articoli sono rinchiusi entro barriere proprietarie che rendono assai difficile l’indicizzazione e l’interoperabilità – cioè, in concreto, rendono assai difficile trovare i testi in rete (*). Nessuna, infine, sembra conforme al protocollo OAI-PMH.

La lista è ancora allo stato iniziale e può essere integrata. Al momento, tuttavia, sembra ignorare sistematicamente le riviste on-line, anche quando sono ormai consolidate e accademicamente riconosciute, e sebbene abbiano di solito una quantità di lettori infinitamente maggiore rispetto alle riviste cartacee. Per fare solo un esempio fuori disciplina, Reti medievali, di cui è noto il lavoro esemplare e pionieristico, risulta esclusa dal catalogo delle riviste storiche.

Insomma: la lista ERIH scoraggia non solo la pubblicazione ad accesso aperto, ma l’uso stesso della rete. Se non interverrà un cambiamento, chi volesse fare carriera e ottenere finanziamenti dovrebbe condannarsi all’irrilevanza nascondendo i suoi testi in riviste che o non stanno in rete, o ci stanno molto male.

(*) Sono grata a chi mi segnalerà eventuali errori e omissioni, soprattutto per quanto concerne i siti web delle riviste