Archive for ‘rete’

17 ottobre, 2012

Smanettando con la filosofia

Costruiamo estensioni per il vostro essere, come occhi e orecchi remoti (web-cam e telefoni cellulari) e memorie espanse (la massa di minuzie che si può cercare online). Esse diventano le strutture con cui vi connettete al mondo e agli altri. Queste strutture, a loro volta, possono cambiare il modo in cui concepite voi stessi e il mondo. Smanettiamo con la vostra filosofia manipolando direttamente la vostra esperienza cognitiva, non indirettamente, tramite l’argomentazione. Basta un minuscolo gruppo di ingegneri per creare una tecnologia in grado di dar forma, a incredibile velocità, a tutto il futuro dell’esperienza umana. Perciò sviluppatori e utenti dovrebbero fare le discussioni fondamentali sulla relazione umana con la tecnologia prima di progettare tali manipolazioni (J. Lanier, You are not a Gadget, cap. I).

La citazione è tratta da un libro veramente interessante, che non avrei mai avuto occasione di leggere se non frequentassi – in queste ore notturne – ambienti alternativi a quelli accademici. Ne parlo, per l’uso degli insonni, qui.

24 agosto, 2011

Il crepuscolo delle idee

Ho segnalato qui il dibattito nato dall’articolo di Neal Gabler uscito sul “New York Times” il 14 agosto,  notevole soprattutto per la sua mancanza di originalità. Gabler deplora che i nuovi media producano un eccesso di informazione e un deficit di sapere o, meglio, di “grandi idee”. Siamo tutti – come certi personaggi di Molière e certi politici italiani – lettori del Fedro a nostra insaputa.

Chi volesse un commento un po’ più serio può leggere la mia segnalazione. Qui aggiungo soltanto che un mondo di media – e di moltitudini – frammentate e con meno academic star rischia di essere assai più ricco e interessante. E’ più facile diventare stelle raccontando alle masse quello che si aspettano di sentire che cavalcando con le Valchirie.

21 maggio, 2011

Ovviamente, Kant

– Non avrei mai immaginato che un filosofo del ‘700 potesse dire cose per noi tanto ovvie! –

Questa frase, se fosse stata proferita da un vecchio professore, avrebbe liquidato Kant come un pensatore ormai poco originale. Ma in bocca alla studentessa da cui l’ho udita era un elogio stupito.

Kant diceva tante cose che meriterebbero di essere condivise da queste parti, per esempio sulla differenza fra l’uso della ragione in veste di dipendenti stipendiati e in veste di pensatori indipendenti, o sulla libertà dell’elaborazione e della discussione pubblica contro i signori della proprietà intellettuale – della quale non è stato né anticipatore né teorico -,  o sul rischio a cui si espone il governante che disconosce lo stato di diritto per farsi una giustizia su misura, o sulla trasparenza del potere.  Se  diventassero  ovvie, sarebbero più forti, ricevendo carne, sangue e gambe per tornare a camminare nel mondo. Non ci si ribella per le originalità con le quali i professori cercano di distinguersi l’uno dall’altr0, ma quando sentiamo lesi diritti che abbiamo imparato a trattare come elementari.

Nel secolo scorso l’ovvio era un’esclusiva dei mezzi di comunicazione di massa unilaterali, con i loro messaggi ripetitivi e semplificati. Un ovvio  precluso a Kant, pensatore complesso e astratto con qualche problema con la censura prussiana e una vocazione divulgativa scarsa

Ma ora la rete gli offre la possibilità di un ovvio più lento e più profondo,  che si ottiene lasciando circolare liberamente i suoi testi, in originale e in traduzione, e facendoli discutere non solo nelle oligarchie accademiche, ma fra tutti coloro che hanno un interesse genuino a farlo – l’ovvio che è la carne e il sangue delle idee, quando gli viene data la forza di confrontarsi col pubblico, e di rimanere nel pubblico.  Fra il teledipendente illetterato e l’academic star autoreferenziale si è creato lo spazio per qualcosa di ricco e di stupendo.

Uno spazio in cui Kant può  diventare ovvio, e non offendersi.

7 settembre, 2008

I pirati del Baltico

Nel bel mezzo dell’agosto, agli utenti italiani è stata reso relativamente inaccessibile un celebre sito svedese di torrents, The Pirate Bay, in virtù di un mandato di sequestro  preventivo di un pubblico ministero di Bergamo. Alessandro Bottoni lo analizza nei dettagli qui. Il reato di cui i pirati svedesi sono stati accusati è, prevedibilmente,  la violazione del diritto d’autore.

The Pirate Bay ha reagito così, tacciando l’Italia di fascismo.

TPB indicizza dei piccoli file di metadati i quali, tramite degli appositi programmi liberamente scaricabili, permettono agli utenti di copiare fra di loro file molto più grandi, alcuni dei quali, per avventura, sono coperti da copyright.  Sul sito di TPB ci sono solo i metadati. I file che gli utenti copiano, sono forniti dagli utenti stessi.

TPB, in altre parole, è simile a una grande biblioteca specializzata che  contiene solo dati bibliografici e testi dedicati all’arte della tipografia.  Che, però, non contiene affatto i libri che vengono effettivamente copiati – i quali, a loro volta, non sono tutti necessariamente sotto copyright. Sbarrare il portone di questa biblioteca, quindi, significa rendere difficile non solo la riproduzione abusiva di materiale soggetto a diritto d’autore, ma anche la riproduzione legittima di cose come le distribuzioni Linux, o di oggetti politicamente  controversi come questi.

E’ censura? Per i sostenitori della proprietà intellettuale chiudere l’accesso a un discorso non ha nulla di diverso dal proteggere con un cancello il proprio giardino. Come ci sono padroni di oggetti fisici, così ci sono padroni dei discorsi. Questi padroni sono, inizialmente, gli autori, e, subito dopo, gli editori – che sono coloro i quali, tipicamente, si adoperano per difendere la loro “proprietà”, proprio come i buoni padri di famiglia si preoccupano di chiudere i cancelli.

Chi conosce la storia del diritto d’autore, però, sa che il suo antenato era una cosa chiamata privilegio. Nella prima modernità il re aveva la prerogativa di concedere graziosamente a uno stampatore il titolo esclusivo di riprodurre un testo, riuscendo così controllare quello che si stampava con l’interessato appoggio  dell’editore a cui il monopolio veniva conferito. Era censura? Dato che la mano pesante del potere politico è evidente,  a molti non sarà difficile rispondere di sì. In questo regime, il padrone dei discorsi – colui che decideva chi e come potesse parlare al pubblico ampio della carta stampata –  era il re.

Con l’affievolirsi del potere monarchico, si passò dal privilegio al copyright. Il diritto di render pubblico un testo veniva posto, originariamente, nelle mani dell’autore, ma, per poter essere effettivamente esercitato, doveva essere ceduto all’editore. Nell’età della stampa era raro e difficile che l’autore avesse i mezzi per pubblicarsi da sé, Il vero padrone del discorso era dunque l’editore. E’ l’editore che ha ereditato dal re il potere di decidere che cosa pubblicare e che cosa no, il potere di radunare un pubblico e di stabilire che cosa fargli sapere e che cosa no. Questo potere è protetto da un monopolio legalmente garantito che nasce come temporaneo, ma che viene via via prolungato nel tempo ben oltre l’aspettativa di vita delle persone fisiche. E’ censura? Se consideriamo il pedigree di questo istituto, viene voglia di rispondere di sì.

Nell’età della stampa la “censura” editoriale era in parte giustificata dei costi e dai limiti della tipografia, per i quali non era semplicemente possibile stampare tutto, e  mitigata dal fatto che ci fossero più editori in concorrenza fra loro. Kant, che aveva capito il rischio, ebbe cura di giustificare il diritto dell’editore solo come tramite per permettere all’autore di raggiungere il suo pubblico, negandogli esplicitamente  la facoltà di acquisire un testo allo scopo di non pubblicarlo, e riconoscendo a tutti gli altri il diritto di copiare ad uso personale e di rielaborare variamente i testi senza chiedere il permesso a nessuno. The Pirate Bay, che non distribuisce testi ma permette di riprodurli, e i suoi utenti, che condividono file per uso personale, sarebbero stati difesi dal filosofo di Koenigsberg.

Possiamo parlare di censura se gli editori formano un cartello, o se un editore potente concentra nelle sue mani anche il potere politico, oltre che il monopolio economico? Se il cartello degli editori, di fronte a una nuova tecnologia di riproduzione che rischia di renderli inutili, si adopera per renderla illegale?

Siamo in una situazione in cui dei privati, essendo in grado di influenzare il potere politico, o di impadronirsene direttamente,  si attribuiscono il diritto di decidere che cosa pubblicare e che cosa no. I re sono stati sconfitti. Ci si vuole fare credere che il fatto che al loro posto ci siano dei padroni ci rende tutti più liberi. Ma la  libertà degli editori, in questo momento, è nemica della libertà del pubblico e di quella degli autori – la libertà di tutti gli altri. La censura dei re, perlomeno, era più onesta.

18 settembre, 2007

“Ma tu quante monografie hai scritto?”

La monografia accademica è un volume dedicato a un solo argomento, che si immagina ponderosamente e concettosamente meditato. Nelle discipline umanistiche è il titolo principe per vincere un concorso, soprattutto se reca in copertina il nome di un editore di prestigio.

Chi non fa ricerca solo per vincere i concorsi potrebbe però chiedersi se, in questo momento, la monografia è ancora il modo più efficace di rendere pubblico il proprio lavoro.

Per rendere concreto un concetto astratto, si consideri questo esempio:

questo è un normale saggio accademico – una piccola monografia, pensata per la pubblicazione a stampa fra gli atti di un convegno e non in primo luogo per la rete;

questo, invece. è un ipertesto leggermente più lungo, costruito sullo stesso saggio.

L’ipertesto ha molti link a un ipertesto più esteso, che è nato per aiutare i miei studenti a muoversi dentro la Repubblica di Platone; questo secondo ipertesto, a sua volta, è ricco di link al testo primario che si propone di spiegare, disponibile on-line grazie al Perseus Project. Su questo tema avevo scritto anche una monografia a stampa, che considero superata, e che non posso più modificare.

Il saggio ipertestuale, teorico, è lo strato superiore di una costruzione a più livelli, che ha in basso il testo primario, e in mezzo l’ipertesto didattico. Chi conosce già la materia dei due strati inferiori può leggere solo l’ipertesto teorico – con la sicurezza che, se ha dei dubbi, li può chiarire con uno o due click. Questo permette all’ipertesto teorico di essere molto breve e sentenzioso: di essere assai più efficace e meno noioso di una monografia accademica, che deve sempre spiegare tutto – anche quando il lettore sa già – perché non può contare sui link esterni.

Per il profano, questa stratificazione rivela il lavoro delle studioso: prendere un testo, cercare di spiegarlo, costruirci una teoria sopra, e rivederla continuamente, in un processo stratificato anche nel tempo. Tutte le operazioni che nella monografia accademica restano accuratamente nascoste – tanto da far credere che si tratti, per definizionei di un’opera “originale” – qui sono rese trasparenti. Se è il caso, la stratificazione offre anche – a qualsiasi lettore – gli strumenti della critica: con una spiegazione diffusa di Platone a distanza di un click, e Platone stesso a distanza di due click.

Imparare a dire le stesse cose in modo diverso potrebbe aiutarci a cambiare poco per cambiare tutto.