Archivio per ‘censura’

2 dicembre, 2013

L’uso pubblico della ragione nell’università post-gelminiana

Kant elogiava Federico II Hohenzollern perché permetteva a chiunque, indipendentemente dalla sua qualità di funzionario, di fare un libero uso pubblico della ragione.  Una volta compiuto diligentemente il proprio ufficio, chiunque, quando parlava come studioso davanti a un pubblico di lettori, poteva dire quello che pensava, su tutto.

Un articolo come “Cervelli in standby”. La mutazione genetica del ricercatore nell’era delle telematiche, scritto da due ricercatori di un’università privata telematica, è in questo senso esemplare. I due autori, una volta compiuto il proprio lavoro, illustrano davanti a un pubblico di lettori la difficoltà di conciliare il carico della didattica, l’autonomia della ricerca e la libertà d’impresa. Oggi, però, veniamo a sapere che una coautrice, Alida Clemente, ha ricevuto una sanzione disciplinare dal consiglio di amministrazione di Unicusano, in quanto, per aver usato la ragione in pubblico, avrebbe leso l’immagine del suo ateneo. 

Non siamo più ai tempi del dispotismo illuminato: con la legge Gelmini, quanto è accaduto ad Alida Clemente oggi, potrebbe accadere domani a me – o a qualsiasi altro docente universitario italiano.

24 gennaio, 2012

#RWA

Testo del 19/01/2012

Moltissimi, ormai, conoscono il senso dell’acronimo SOPA. L’acronimo RWA, di cui in Italia si parla molto meno, indica invece il  Research Works Act presentato al Congresso americano il 16 dicembre 2011 da due parlamentari la cui campagna elettorale è stata copiosamente finanziata dal mondo dell’editoria.

Gli USA e la Gran Bretagna hanno adottato una politica che impone l’accesso aperto agli articoli scientifici frutto di ricerca a finanziamento pubblico. Nel mondo dell’open access questa scelta è vista con favore, perché dà un appoggio istituzionale a una linea di condotta che può cambiare il mondo della scienza solo se diventa maggioritaria.

Il disegno di legge americano proibisce agli enti statali che si occupano del finanziamento alla ricerca di applicare il principio elementare per il quale il contribuente ha diritto ad accedere a ciò che è stato pagato con le sue tasse: l’autore rimarrebbe il detentore originario del copyright, ma l’accesso pubblico ai suoi articoli non gli sarebbe più imposto. Senza un sostegno istituzionale quanti ricercatori, schiacciati fra l’incudine delle multinazionali dell’editoria scientifica e il martello di una valutazione della ricerca costruita sul loro marketing, avrebbero la consapevolezza politica e la forza morale di ribellarsi al sistema?

Per il momento il RWA ha provocato una marea di proteste, qualche sarcasmo, e azioni affascinanti come il boicottaggio – ma forse sarebbe meglio chiamarlo sciopero – della revisione paritaria. (*)

Chi volesse seguire una vicenda il cui esito riguarda anche gli italiani, cittadini di un paese in via di impoverimento, può guardare @PublicAccessYaY su Twitter. L’accesso aperto sta diventando pericoloso, almeno altrove.

Aggiornamento

Sul “Fatto” di oggi c’è un articolo abbastanza esauriente sull’argomento. Si potrebbe fare di più, dedicando per esempio alle esperienze di accesso aperto già presenti in Italia lo spazio che meritano nelle pagine culturali – perché quello sarebbe il loro posto -; ma che una volta tanto un tema che all’estero finisce sul “Guardian” sia trattato anche da un giornale nazionale è certamente un segnale interessante.

(*) Aggiornamento 24/1/2012

Traduco/parafraso al volo la parte del manifesto Scientists occupy publishers!, che elenca le modalità della protesta. Al di là della vicenda americana, buona parte dei suoi punti potrebbe ispirare la condotta quotidiana dei ricercatori che non desiderano consegnare il proprio lavoro ai latifondisti della conoscenza.

Aggiornamento 10/2/2012

Un altro acronimo, FRPAA, si presenta a raccogliere la sfida di RWA.

19 ottobre, 2011

Telecomunisti!

Il Manifesto telecomunista di Dmytri Kleiner è un – interessante – tentativo di applicare il socialismo immateriale dell’età della rete al mondo materiale che tormenta tutti noi. Si può scaricare, in inglese, da qui. Qui c’è una mia presentazione critica che cerca di liberarlo dal suo linguaggio vagamente ottocentesco.

Circola pure una traduzione italiana che non posso linkare perché il mio codice d’onore mi proibisce di far pubblicità a un testo che, pur contenendo una critica feroce al copyright, esce – se non m’inganno – ad accesso chiuso. Google, in ogni caso, è suo amico.

16 agosto, 2011

Pirati ed eretici

Valdo o Valdesio da Lione è stato un eretico per la chiesa romana e un fondatore per quella valdese. La sua storia, raccontata dell’inquisitore Etienne de Bourbon, si può leggere in traduzione qui o su Reti medioevali – uno dei primi siti universitari italiani a praticare la pubblicazione ad accesso aperto.

Valdo era un uomo ricco ma non  colto, che fu preso dal desiderio di capire che cosa volessero dire quei vangeli la cui lettura aveva ascoltato tanto spesso. Nell’Europa medioevale le scritture circolavano in una lingua che la gente non parlava più. Valdo si fece tradurre i vangeli in volgare, li imparò a memoria, e cominciò a ripeterli e farli ripetere ad altri. Così, scrive l’inquisitore:

costoro, uomini e donne, ignoranti e privi di cultura, spostandosi da un paese all’altro e visitando le case e predicando nelle piazze e addirittura nelle chiese incitavano gli altri a far lo stesso. Dal momento che per la loro sconsiderata ignoranza diffondevano nel territorio numerosi errori e davano scandalo, furono chiamati dall’arcivescovo di Lione, che si chiamava Giovanni, il quale inibì loro di intromettersi nelle Sacre Scritture illustrandole e predicando.

Ma essi ricorsero alla risposta data dagli apostoli ed il loro maestro, sostituendosi nella carica a Pietro, con la stessa risposta data ai principi dei sacerdoti disse «Più che agli uomini è a Dio che si deve obbedire», a Dio che ordinò agli apostoli: «Predicate il Vangelo a tutte le creature», come se il Signore avesse detto loro quanto aveva detto agli apostoli i quali, nonostante il mandato avuto, non presunsero di predicare fino a quando non furono illuminati dalla scienza più perfetta e piena e non ricevettero il dono di tutte le lingue.

E cosi costoro, Valdesio ed i suoi, si resero dapprima disubbidienti per la loro presunzione e per aver usurpato indegnamente le funzioni degli apostoli. e poi, resisi ostinati, furono colpiti dalla sentenza di scomunica.

Nel Medioevo la religione era il valore che dava senso alla vita e giustificava ogni sacrificio. Valdo voleva che questo valore fosse accessibile a tutti: mettere le mani sulle scritture era dunque essenziale.

L’accesso alle scritture non era protetto dal  copyright ma da un principio d’autorità che le affidava ai pochi, chiedendo ai molti di ridursi a consumatori passivi. Così il lionese divenne un eretico: il suo pauperismo  poteva essere tollerato, la sfida all’autorità no, soprattutto se armata delle parole di quelle scritture che si volevano contraddittoriamente universali ed esclusive.

Nel Medioevo, l’autorità sfidata dagli eretici era religiosa. La religione era l’orizzonte dell’uomo: l’autorità suprema, per essere tale, doveva parlare il suo linguaggio.  Nel nostro mondo, in cui si chiedono “sacrifici” in nome del debito e non in quello di Dio, l’orizzonte ultimo è l’economia: chi oggi vuole mettere le mani sui testi per renderli accessibili a tutti si trova di fronte un’autorità non più religiosa, bensì economica.

Questa autorità ha la forma di un monopolio commerciale, detto copyright. Mentre l’inquisitore medioevale voleva riservare le scritture a chi aveva il carisma apostolico, cioè all’istituzione ecclesiastica, oggi le si vorrebbe riservare a chi è benedetto dal carisma economico, cioè ha i soldi per pagare. Alla colpa suprema del Medioevo, l’eresia, si è sostituito il “furto”. Oggi Valdo verrebbe trattato come un “pirata” e non come un eretico.

Come racconta Etienne de Bourbon, i seguaci di Valdo risposero all’arcivescovo di Lione, che voleva impedir loro di predicare, con una frase che avevano imparato dagli Atti degli Apostoli (5.29): “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”. Questo passo ha giustificato nei secoli l’esercizio di un diritto di resistenza cristianamente ispirato, ma non sarebbe stato citabile se l’accesso alle scritture fosse stato libero. Quando la parola di Dio è privilegio dei pochi, tutti gli altri, privi degli strumenti per giudicare della validità del loro carisma, hanno a che fare soltanto con uomini. L’espressione “eresia”, applicata a questo caso, è tanto propagandistica quanto quella di “furto” applicata alle violazioni del copyright.

Il copyright è un monopolio sulla stampa dei testi, che l’indebolimento politico delle monarchia britannica nell’ultima fase dell’età moderna trasferì dal sovrano ai sudditi. Un suddito non poteva avere l’autorità di un re: per questo il copyright nacque e rimase temporaneo. Si provvide a dargli una giustificazione economica, fondata sull’idea che – in un sistema in cui la stampa era un investimento centralizzato e costoso – solo la prospettiva di un monopolio avrebbe incentivato gli autori a produrre opere dell’ingegno. Anche questa giustificazione, però, si espone a contestazioni in termini economici: siamo sicuri che il sistema migliore per compensare gli autori sia rendere le loro opere di difficile accesso?

Se la giustificazione economica cade, rimane solo un principio d’autorità, descritto come proprietà, quando ha piuttosto a che vedere con un monopolio temporaneo figlio della prerogativa regia. Etienne de Bourbon non avrebbe mai descritto Valdo come un ladro: il carisma apostolico non è qualcosa che si possa vendere e comprare, ma una grazia personalmente conferita e non trasferibile – proprio come l’originalità individuale che pure è assunta fra le giustificazioni della “proprietà” intellettuale. Il linguaggio intenzionalmente sciatto della propaganda contemporanea contiene imprecisioni che avrebbero fatto orrore a un inquisitore medioevale.

Un ladro non discute il diritto di proprietà: si limita a fare un’eccezione per se stesso, confortato dal fatto che gli oggetti di proprietà non portano il nome dei proprietari impresso a fuoco, perché sono, per loro natura, cose anche legittimamente trasferibili. Un “pirata” coerente sfida, di contro, l’autorità economica detta monopolio: è dunque, più propriamente, un eretico, e così dovrebbe essere chiamato da chi crede nel carisma economico del copyright.

I valdesi ottennero l’emancipazione civile solo il 17 febbraio 1848, quando la religione aveva ormai perso buona parte della sua importanza politica.  C’è solo da augurarsi che per l’emancipazione del sapere non avvenga lo stesso.

Stemma valdese

15 luglio, 2011

Fahrenheit 451: altre dieci risposte alla Siae

Le dieci domande della Siae sulla tutela della cosiddetta proprietà intellettuale hanno già ottenuto dieci risposte qui e qui, e altre, più tecniche, qui.

Diecimila risposte diverse in luoghi diversi della  rete a dieci domande stampate tutte uguali su centinaia di migliaia di pagine del “Corriere della Sera” renderebbero chiara la differenza fra il passato e il presente. Aggiungo le mie dieci risposte perché si moltiplichino.

1.  Perché il diritto d’autore, che fuori dalla rete è riconosciuto, in rete non deve essere remunerato?

In rete per leggere un testo bisogna copiarlo. Bisogna copiarlo sul proprio hard disk per fare qualcosa di paragonabile a sfogliare un volume  in libreria prima di acquistarlo, o a consultarlo in una biblioteca pubblica; bisogna lasciarlo copiare per fare qualcosa di simile a prestarlo, regalarlo o rivenderlo usato a un amico.

La legge sul diritto d’autore è stata concepita per la stampa, contro il “pirata” che riproduceva senza autorizzazione i libri in tipografia traendone del lucro. Usare in rete gli stessi mezzi e gli stessi concetti equivale a strappare i libri di mano ai  clienti in libreria,  perquisire le case private alla ricerca di opere prestate e chiudere le biblioteche pubbliche. Vogliamo veramente un mondo come questo?

2. Perché coloro che criticano il provvedimento AGCOM non criticano anzitutto il furto della proprietà intellettuale? Perché impedire la messa in rete di proprietà intellettuale acquisita illegalmente dovrebbe essere considerata una forma di censura?

Perché la proprietà intellettuale non esiste e quindi non si può rubare. Il copyright non è proprietà, perché  ha una scadenza. E’ piuttosto un privilegio concesso dallo stato su qualcosa di pubblico. Queste frasi  – «La scienza e l’istruzione sono per loro natura publici iuris e dovrebbero essere tanto libere e universali quanto l’aria e l’acqua»; «La conoscenza non ha valore o utilità per il possessore solitario: per essere goduta deve essere comunicata» -  sono state pronunciate da Lord Camden nel 1774, quando la Camera dei Lord decise che il copyright non dovesse essere perpetuo, perché non era una vera proprietà.

La violazione del diritto d’autore è una violazione della legge, ma non è un furto. Non può  dunque essere criticata come tale, neppure metaforicamente.

3. Perché dovrebbe risultare ingiusto colpire chi illegalmente sfrutta il lavoro degli altri?

Non ho nulla da aggiungere a quanto hanno scritto Mantellini e DDay. Se incollassi le loro risposte qui sotto senza chiedere la loro autorizzazione, “sfrutterei” il loro lavoro, avendolo citato, senza che me ne venga nulla in tasca,  nell’esercizio dell’uso pubblico della ragione?

E vero: evitiamo di stracciarci le vesti per la violazione del privilegio intellettuale, tradizionalmente giustificato come strumento di remunerazione per l’autore. Ma lo facciamo con un motivo: se dobbiamo scegliere fra il privilegio di pochi e il diritto di tutti alla libertà di parola,  preferiamo difendere il diritto.

4. Perché si ritiene giusto pagare la connessione della rete, che non è mai gratis, ed ingiusto pagare i contenuti? E perché non ci si chiede cosa sarebbe la rete senza i contenuti?

La connessione in rete è un servizio e viene pagata come tale. Anch’io per fare lezione mi faccio pagare, ma preferisco mettere in rete – come moltissimi altri – contenuti ad accesso aperto.  Il servizio è una cosa e i contenuti, specialmente quando il loro impiego ha a che vedere con la libertà dell’uso pubblico della ragione, un’altra.  Pensate che la società debba remunerare le opere dell’ingegno? Trovate un modo che non sia così pericolosamente simile alla censura. Seguite per esempio i suggerimenti di Lessig o quelli di Baker.

5. Perché il diritto all’equo compenso viene strumentalmente, da alcuni, chiamato tassa? Perché non sono chiamate tasse i compensi di medici, ingegneri, avvocati, meccanici, idraulici, ecc.?

Io, come gli avvocati e gli idraulici, per una prestazione vengo pagata una volta sola, da chi effettivamente e volontariamente se ne vale. Voi quante volte vi fate pagare? E, soprattutto, perché  farsi  pagare anche da chi usa l’hard disk o il cd-rom per copiare cose sue?

6. Perché Internet, che per molte imprese rappresenta una opportunità di lavoro, per gli autori e gli editori deve rappresentare un pericolo?

Forse perché in un ambiente in cui chiunque è tecnicamente in grado di riprodurre le opere, pretendere di continuare a vivere del monopolio della copia è un po’ anacronistico?

7. Perché nessuno si chiede a tutela di quali interessi si vuole creare questa contrapposizione (che semplicemente non esiste) tra autori e produttori di contenuti e utenti?

Attualmente il copyright si prolunga ben oltre l’esistenza fisica dell’autore, fino a settant’anni dopo la sua morte, come se si pensasse che la gente produca opere dell’ingegno solo se ha la prospettiva di ingrassare sconosciuti pronipoti. E’ dunque vero che la contrapposizione fra lettori e autori è per lo più inesistente, perché dall’altra parte i lettori trovano molto più spesso editori e altri monopolisti del copyright.  Io, come autrice di opere scientifiche, vado d’accordo con i lettori, anche perché so bene che, se non mettessi in rete i miei testi o mi affidassi a editori ad accesso chiuso, ne avrei molti di  meno, o per nulla.

8. Perché dovremmo essere contro la libertà dei consumatori? Ma quale libertà? Quella di scegliere cosa acquistare ad un prezzo equo o quella di usufruirne gratis (free syndrome) solo perché qualcuno che l’ha “rubata” te la mette a disposizione?

Il  copyright del testo qui sopra appartiene alla Siae, che è interamente responsabile della sua sintassi.

La libertà dell’uso pubblico della ragione non è identica alla facoltà del consumatore di comprare pere e mele sul mercato. La Siae vuole lettori passivi, mentre  in rete ci sono “scrilettori”, che commentano, traducono, rielaborano e modificano. Le idee vivono grazie alla condivisione. Se però la  Siae  pensa che le opere siano come le pere e le mele e ricevano valore soltanto dallo smercio materiale e non dalla condivisione immateriale, dovrebbe anche riconoscere che chi copia uno dei suoi prodotti non le porta via materialmente nulla.

9. Perché nessuno dice che l’industria della cultura occupa in Italia quasi mezzo milione di lavoratori e le società “over the top” al massimo qualche decina? E perché chi accusa l’industria culturale di essere in grave ritardo sulla offerta legale di contenuti, poi vuole sottrarci quelle risorse necessarie per continuare a lavorare e dare lavoro e per investire sulle nuove tecnologie e sul futuro?

Questa domanda presuppone che sia possibile trarre reddito solo dallo sfruttamento dei monopoli intellettuali, quando i cosiddetti over the top (Google, Facebook e simili) sono diventati tali in altro modo, traendo profitto da un ambiente in cui è facile collegare, connettersi e copiare.  Chiedere monopoli ancora più aspri per adattarsi a un mercato in cui i migliori sono emersi usando altri metodi suona leggermente contraddittorio.

10. Perché, secondo alcuni, non abbiamo il diritto di difendere il frutto del nostro lavoro, non possiamo avere pari dignità e dobbiamo continuare a essere “figli di un Dio minore”?

Per “difendere il frutto del proprio lavoro” ci sono modi meno vessatori della censura e del monopolio. Eccone per esempio uno, pensato da Lessing  più di due secoli fa, e oggi puntualmente applicato.

Avendo dato delle risposte, mi permetto anch’io una domanda: se in questo famoso caso la Siae si fosse trovata a dover scegliere fra Hitler e Cranston,  chi avrebbe preferito?

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