Archive for ‘umanisti’

5 aprile, 2012

Una questione di sapere, una questione di potere

Noi chiamiamo le digital humanities col nome di “informatica umanistica”. Un bibliotecario americano ha però suggerito di pensarle come una parte di un insieme più ampio, le “scienze umane aperte”. Ne parlo qui.

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30 gennaio, 2012

L’accademia dei morti viventi, parte seconda: il fantasma dell’autore

E’ on line la seconda puntata dell’Accademia dei morti viventi, qui. Questa volta si raccontano storie di fantasmi, in teoria molto morti ma nella pratica sinistramente vivi.

24 gennaio, 2012

L’accademia dei morti viventi, parte prima: il giudizio degli spiriti

Sto pubblicando sul “Bollettino telematico di filosofia politica” una recensione del libro di Kathleen Fitzpatrick, Planned Obsolescence. Publishing, Technology and the Future of Academy. Sarò molto dettagliata, perché desidero rendere immediatamente disponibili al lettore italiano, con lo stratagemma dell’esterovestizione, tesi assai simili a quelle che da tempo si sostengono qui.

Gli argomenti della Fitzpatrick, cuciti addosso agli umanisti, rappresentano un mondo parzialmente diverso da quello delle “scienze dure”. Se siete interessati, come osservatori partecipi o no, a questa sfera della vita, potete già leggere la prima puntata della serie, dedicata alla revisione paritaria.

25 ottobre, 2011

Codice libero e codice schiavo – Linux Day 2011

Ho già parlato della vicenda del professor Umberto Galimberti, studioso di filosofia e academic star sorpreso a copiare da se stesso e da altri. Ho anche raccontato del richiamo da lui ricevuto da parte dell’Advisory Board di Ca’ Foscari, affinché “voglia adeguarsi nella redazione dei testi scientifici all’uso sistematico della citazione delle fonti secondo la prassi condivisa e consolidata nel campo della ricerca nazionale e internazionale” – cioè, come si raccomanda a qualsiasi studente che fa la tesi di laurea, si rammenti di mettere le citazioni fra virgolette e di riportarne le fonti nelle note.

Poco più di due anni prima, Vattimo, a difesa del collega, aveva ricordato che la ricerca in ambito umanistico non è mai originale, consistendo in una sedimentazione di glosse, commenti, interpretazioni e anche franchissime copiature.

Una licenza come la GNU-GPL – o il suo corrispettivo Creative Commons by sa – dovrebbe dunque essere popolarissima fra gli umanisti, perché delimita oggetti comuni che possono essere riutilizzati, commentati, stratificati e copiati. Sembra che non ci siano pregiudizi verso la copia, almeno quando compiuta da una stella accademica e non da uno studente alle prese con la tesi di laurea: dopo la pronuncia di luglio, a settembre, come se nulla fosse successo, una lezione intraducibilmente “magistrale” di Umberto Galimberti campeggiava nel programma del FestivalFilosofia 2011.

Umberto Galimberti, però, pubblica ad accesso chiuso. Un Umberto più famoso, Eco, sostiene che, in rete, l’accesso libero al sapere è pericoloso per gli ignoranti, che non possiedono gli strumenti culturali per distinguere, fra i risultati di Google, ciò che è seriamente scientifico da ciò che non lo è. Per questo è indispensabile il filtro di un’élite. L’idea della cooperazione a un’intrapresa comune è qualcosa da cui l’umanista rifugge, geloso com’è della propria paternità in una disciplina di cui egli stesso riconosce la scarsa originalità. Rispetto ai beni comuni del sapere il suo comportamento è quello del free rider: prende quanto  gli fa comodo, ma non contribuisce, perché il lavoro non verrebbe riconosciuto come esclusivamente suo.

Non voglio chiedermi come riescano gli ignoranti a diventare sapienti senza poter accedere liberamente al sapere e quindi senza poter imparare a selezionare e valutare fra una pluralità di fonti.  Di fatto esistono discipline – anche molto esoteriche – che funzionano in modo  diverso da come teorizza Umberto Eco. Quando i fisici delle alte energie mettono immediatamente a disposizione di tutti anche i loro risultati più controversi  e li discutono in pubblico, aiutano i “poveri” oppure li danneggiano?

I link qui sopra si riferiscono a una notizia che, se fosse stata affidata alla sola stampa “generalista”, avrebbe fatto passare il risultato di un esperimento come una conclusione e avrebbe lasciato in penombra il fatto che una parte importante del lavoro scientifico avviene dopo la pubblicazione, quando i risultati vengono valutati e discussi collettivamente. Questa consapevolezza del processo distingue il risultato scientifico dal risultato della ricerca su Google. Renderlo trasparente fa davvero male ai “poveri”?

Secondo Lawrence Lessig, l’accesso chiuso è nell’interesse esclusivo delle multinazionali dell’editoria le quali, con il combinato disposto della cessione gratuita del copyright da parte degli editori e di una valutazione della ricerca sulla base di indici bibliometrici, rendono inutilmente privato e costoso quanto nasce pubblico e, per loro, gratuito.  Non ci può essere scienza senza l’accesso  universale a testi e dati, la loro discussione non ristretta e la libertà di produrre innovazioni impreviste, non progettate e in controtendenza. Il codice schiavo dell’esclusivismo e dell’academic star system genera gerarchia, gerontocrazia e conformismo. Per uscirne bisogna avere il coraggio di adottare l’accesso aperto non solo nella pubblicazione, ma anche nella valutazione della ricerca.

E’ vero che – lo riconosce Clay Shirky – la pubblicazione senza filtro determina un abbassamento della qualità; ma significa anche aprirsi alle energie intellettuali e creative di un gran numero di amatori, sia nel senso che sono dilettanti, sia nel senso che fanno ricerca per amore e non per mestiere, e possono dunque essere più liberi – specialmente nell’università italiana – di qualunque professore.  E’  questo, davvero, un male così grande da farci preferire il codice schiavo? O siamo indotti a vederlo più grande dal timore di perdere le nostre posizioni di privilegio e di potere – o ciò che gli oligopolisti dell’editoria scientifica ci abituano a pensare come tale?

Come avevo già scritto altrove, questo è un ambito in cui noi, ricercatori indipendenti e no, potremmo cambiare le cose, se facessimo anche per amore quello che facciamo per mestiere.

Nella prima metà del XVII secolo, all’alba della scienza moderna, i primi scienziati con i loro collegi invisibili non erano tanto diversi da alchimisti e astrologi. Fece la differenza non che pubblicassero in riviste fregiate dai loro editori del titolo di “scientifiche”, bensì che usassero la stampa per la pubblicità, la chiarificazione, la condivisione e la discussione di risultati e procedure. Gli alchimisti, che tramandavano il loro sapere esoterico da maestro ad allievo, furono soppiantati in una ventina d’anni. La scienza moderna – proprio come il kernel di Linux – non nacque dall’esclusivismo e dalla gerarchia, ma dalla condivisione a dall’uso consapevole di un mezzo di comunicazione allora relativamente democratizzante.

Applicando le teorie di Elinor Ostrom, che ricordo di aver menzionato in un Linux Day ben prima che vincesse il Nobel per l’economia, i primi scienziati – proprio come gli sviluppatori di Linux – costruirono un bene comune del sapere perché scelsero di amministrarlo in modo plurale, comunicando fra loro, animati da un interesse ulteriore rispetto al loro utile immediato. Che cosa impedisce di rifarlo oggi, con un medium potenzialmente assai più democratico della rete?


Questo post è la versione testuale del mio intervento pisano al Linux Day 2011. Chi ha assistito alla conferenza ricorderà che l’ultima slide, con l’elenco delle fonti, si intitolava “Ho copiato da”, a indicare che le mie tesi non nascevano armate dalla mia testa, ma erano rielaborazioni e combinazioni di contributi di altri, anch’essi prodotti, a loro volta, nel medesimo modo. I miei lavori recenti sono in rete ad accesso aperto e si basano su fonti altrettanto aperte: se mi venisse in mente di attribuire a me stessa un testo altrui, per smascherarmi basterebbe un motore di ricerca.

Il rifiuto della mistificazione intellettuale e l’apertura a una discussione virtualmente universale sono il grado zero, il minimo sindacale di qualsiasi ricerca scientifica. Il caso Galimberti avrebbe potuto essere l’occasione di un dibattito sull'(in)accessibilità del sapere umanistico in Italia e sulle sue conseguenze, e sull’autodisciplina delle élites che giustificano se stesse come filtri a uso degli ignoranti. Invece si è preferito buttarlo in politica e lasciarlo cadere nell’oblio.

17 maggio, 2011

Il filtro e la censura: la via dell’overlay journal

Nel mondo della stampa, la pubblicazione scientifica doveva essere preceduta da una selezione chiamata peer review (revisione paritaria) perché sarebbe stato tecnicamente ed economicamente impossibile stampare tutto.  Uno degli effetti collaterali di questa necessità era – ed è – un sistema la cui trasparenza lascia a desiderare. La selezione avviene prima della pubblicazione, e quindi lontano dagli occhi del pubblico, in un tribunale notturno esposto al rischio di trasformarsi nel tribunale di Kafka. Questo rischio è tanto più probabile quanto più una comunità scientifica si allontana dalle condizioni ottimali del funzionamento dei commons, riscoperte da  Elinor Ostrom.

La stampa cartacea, per i suoi limiti tecnologici ed economici, obbligava a unire a un atto di selezione (“penso che questo testo sia scientificamente valido”) a un atto di censura (“e quindi non lo pubblico”). La rete non ha più questi limiti tecnologici ed economici: perché, in rete, dobbiamo fare delle riviste che si comportano come se li avessero?

L‘overlay journal è una rivista- copertina che recensisce  e  segnala,  sulla base di una revisione paritaria, articoli ad accesso aperto depositati altrove.  Che filtra, cioè, senza censurare, perché filtro e censura non sono la stessa cosa. Non lo sono mai stati concettualmente, come ha ben spiegato Giovanni Cerri leggendo Platone, e non lo sono più neppure tecnicamente. Anzi, è anche possibile rendere trasparente l’intera procedura della selezione: se tutto è già pubblicato, chiunque può rendersi conto di come opera una rivista-copertina, andando a controllare che cosa viene trascelto dall‘archivio aperto di riferimento.

Questa via è la via che il “Bollettino telematico di filosofia politica” ha scelto di imboccare. Le cosiddette scienze umane sono generalmente prive di rigorosi paradigmi disciplinari comuni, e mancano, come mostrano benissimo certi casi di cronaca,  di comunità scientifiche vigili e aperte in grado di controllare informalmente la fase oscura della revisione paritaria.  Per questo è qui assolutamente vitale che il filtro e la censura siano rigorosamente distinti, così da non trasformare la funzione editoriale in un puro esercizio di potere.  Queste sono le nostre procedure di pubblicazione,  questo è il loro senso, e  questo – contenuto nella mia prima segnalazione – è il loro valore. Uscire dalle cristallizzazioni oligarchiche è possibile, perfino ora, perfino qui. Basterebbe soltanto volerlo fare.