Archive for ‘università’

16 marzo, 2015

Una lettera di dimissioni da meditare

Questo modo di intendere la valutazione, ovvero questa idea per cui è la valutazione a dire come ci dobbiamo comportare, è diventato a mio parere decisivo e palese da quando è stata costituita l’ANVUR, da quando cioè una struttura centrale e verticistica e che non risponde sostanzialmente a nessuno ha standardizzato le pratiche valutative, ha creato sistemi e protocolli di rara complicazione e farraginosità che hanno trasformato e riplasmato la vita degli Atenei (e dei docenti, che passano forse più tempo su moduli e protocolli che sui libri) e ha inciso, a mio parere profondamente e radicalmente, anche sulle stesse pratiche di ricerca.

Devo dirti che uno dei segni secondo me più eloquenti e tristi della crisi in cui versa il mondo intellettuale italiano mi sembra proprio l’acriticità con cui esso ha accolto, accettato e subìto (o la banalità con cui vi ha talvolta reagito, il che mi sembra addirittura peggio) uno dei tentativi più radicali e consapevoli (e in buona parte riuscito) di trasformare e rimodellare dall’esterno, secondo cioè logiche esterne alla ricerca, le pratiche di ricerca, le forme in cui si struttura e si esplica il lavoro di ricerca, il modo in cui si organizzano le comunità scientifiche.

Non l’ho scritto io. L’ha scritto Luca Illetterati, dimettendosi dal nucleo di valutazione della sua università. Sono dimissioni di coscienza che, come in tutti i casi in cui l’uso pubblico della ragione entra in contrasto radicale con quello “privato”, assumono un significato filosofico e politico.

Il testo integrale della sua lettera al rettore è qui. Vale la pena leggerlo.

22 settembre, 2014

Per la scienza, per la cultura

Vale la pena parteciparePer la scienza per la cultura, per esempio con il materiale già predisposto su “Roars”. Ci sono divinità che non meritano sacrifici. Ci sono cose su cui non bisogna fare economia.

11 luglio, 2014

Manuale di stile, aggiornato

Il canone della citazione accademica che tutti noi abbiamo imparato quando abbiamo scritto la nostra tesi di laurea è ancora adatto per l’età della rete, o vale la pena discutere di un suo aggiornamento? Non è una questione “da bibliotecari”, perché riguarda l’accessibilità di quanto indichiamo come rifermento e la sua controllabilità. Ne parlo sul Bftp, qui.

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24 gennaio, 2014

L’accesso aperto fa male alla carriera? Forse no.

L’accesso aperto è – era? – una scelta per ricercatori dalla vita spericolata. Sarebbe disonesto raccomandarlo agli studiosi giovani senza questa avvertenza.  Personalmente, però, come si vede dall’elenco delle mie pubblicazioni,  ho cercato di praticare l’open access - in una condizione più comoda, anche se non più forte  -  da quando ho preso coscienza della sua importanza.

Stanno lentamente uscendo, in questi mesi,  i risultati dell’Abilitazione scientifica nazionale. Per rendersi conto del difetto del sistema basta seguire i commenti a  quest’articolo di Roars.  Suggerisco, però, a chi mi legge di controllare quanti, fra gli  autori e i collaboratori del Bollettino telematico di filosofia politica e della collana Methexis, sono stati abilitati nei settori di filosofia politica e di filosofia del diritto (14/A1; 12/H3), pur in un impianto autoritario e oligopolistico, che avevamo a suo tempo  criticato e che non promette di migliorare.

La casualità dell’intero sistema dell’Asn non consente le generalizzazioni. Fra chi commenta col proprio nome  l’articolo di Roars ci sono esclusi che mi lasciano perplessa. Ma non voglio parlare qui di questo.  Desidero, piuttosto, mostrare quanto l’accesso aperto  sarebbe stato utile non alla carriera altrui o mia,  ma a tutti,  se fosse stato applicato sistematicamente nell’attuale Asn, anche senza cambiare nient’altro.

I commissari di storia medioevale e i loro titoli “truccati”

I giornali   raccontano che trentotto studiosi di storia medioevale,  sfortunati all’ASN 2012, hanno denunciato parte dei loro commissari accusandoli di aver mentito sul numero e sulla qualità delle loro pubblicazioni.

È possibile “mentire” su qualcosa che per definizione dovrebbe essere pubblico perché le pubblicazioni, a dispetto del loro nome, non sono affatto pubbliche. Non solo i testi sono ancora prevalentemente ad accesso chiuso, ma soprattutto, in Italia non è pubblico il database delle pubblicazioni dei docenti.  Questo database è inoltre assai sciatto, sia perché le registrazioni sono facilmente modificabili da parte degli interessati, sia perché la tipologia delle pubblicazioni non è  ben definita, come spiegava qui  Paola Galimberti in tempi non sospetti.  È dunque assai facile che chi vi inserisce i suoi dati “menta” – o, meglio, li qualifichi con un certo grado di soggettività – in perfetta buona fede.  Ma nessun pubblico ludibrio può fare da deterrente per chi gonfia i propri titoli,   nessuna intelligenza collettiva può intervenire a discuterli e correggerli perché il database è inaccessibile.

Hanno ragione i commissari di storia medioevale o i loro detrattori? Io stessa non lo so dire.  Si dovrà, forse, scomodare il giudice, quando sarebbe bastata una maggior trasparenza.

Esclusione discutibili?

Per custodire i custodi basta un semplice click? Forse no. Proviamo, però, a immaginare se tutti i giudizi su tutte le opere presentate dai candidati alle ASN recassero un link, al loro testo, in modo che chiunque potesse discuterli con cognizione di causa. Rimarrebbe ancora possibile bocciare studiosi di valore e promuovere mediocri ben appoggiati.  Ma occorrerebbe una discreta quantità di pelo sullo stomaco aggiuntivo: oggi il lettore di giornali può liquidare quanto gli viene riferito come una disputa esoterica. Con l’accesso aperto le discussioni potrebbero anche essere  meno accademiche:  Aristofane, forse,  potrebbe abituarsi a rendere ragione di quello che dice.

Aggiornamento: ho rimosso una parte dedicata a una singola persona, che pubblica ad accesso aperto, perché in una situazione in cui i più pubblicano – o, meglio, “privatizzano” –  ad accesso chiuso i miei link avrebbero potuto fare l’effetto non di un invito alla discussione, ma di una gogna telematica. L’uso pubblico della ragione può funzionare al meglio quando è diffuso e simmetrico: oggi, purtroppo, siamo ben lontani da questa condizione.

2 dicembre, 2013

L’uso pubblico della ragione nell’università post-gelminiana

Kant elogiava Federico II Hohenzollern perché permetteva a chiunque, indipendentemente dalla sua qualità di funzionario, di fare un libero uso pubblico della ragione.  Una volta compiuto diligentemente il proprio ufficio, chiunque, quando parlava come studioso davanti a un pubblico di lettori, poteva dire quello che pensava, su tutto.

Un articolo come “Cervelli in standby”. La mutazione genetica del ricercatore nell’era delle telematiche, scritto da due ricercatori di un’università privata telematica, è in questo senso esemplare. I due autori, una volta compiuto il proprio lavoro, illustrano davanti a un pubblico di lettori la difficoltà di conciliare il carico della didattica, l’autonomia della ricerca e la libertà d’impresa. Oggi, però, veniamo a sapere che una coautrice, Alida Clemente, ha ricevuto una sanzione disciplinare dal consiglio di amministrazione di Unicusano, in quanto, per aver usato la ragione in pubblico, avrebbe leso l’immagine del suo ateneo. 

Non siamo più ai tempi del dispotismo illuminato: con la legge Gelmini, quanto è accaduto ad Alida Clemente oggi, potrebbe accadere domani a me – o a qualsiasi altro docente universitario italiano.

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