Archive for ‘Academica’

7 settembre, 2007

Platone anonimo

Un bellissimo articolo di Ludwig Edelstein, scritto in un’epoca anteriore alla mia nascita, mi ha mostrato, ancora una volta, che le mie idee non sono affatto originali.

Edelstein si chiede: perché Platone, nei suoi dialoghi, è sempre anonimo, cioè non si esprime mai in prima persona, come amano fare gli studiosi moderni?

Una prima, possibile, risposta è questa: Platone abbraccia l’ethos della ricerca pitagorico. Il pitagorico non parla mia in proprio nome perché il suo sapere deriva dalla comunità: viene pertanto attribuito a Pitagora, anche se è storicamente falso. Platone, semplicemente, usa Socrate in luogo di Pitagora.

Ma non tutti i dialoghi platonici sono socratici: nel Timeo, nel Sofista e nel Politico Socrate si limita ad ascoltare ciò che altri dicono, nelle Leggi è completamente assente. Ma anche qui Platone non si esprime in prima persona, e preferisce inventarsi qualcun altro. Questo lo differenzia dei pitagorici, che parlavano solo per bocca di Pitagora, e induce a eliminare questa ipotesi di spiegazione.

Il Socrate di Platone (Fedro 270c) non accetta l’autorità di un grande nome, a meno che la ragione non l’approvi. In Repubblica 295c si dice che non dobbiamo onorare un uomo al di sopra della verità. In Fedone, 91c veniamo esortati a preoccuparci poco di Socrate e di più della verità.

Tutti questi passi suggeriscono una tesi complessiva: la verità non è un possesso individuale, ma qualcosa al di fuori di noi, che si raggiunge solo cooperativamente. L’anonimato di Platone simboleggia il carattere oggettivo della sua filosofia. La verità è tale non perché la sostiene Platone, o perché è una sua tesi originale, ma perché può essere riconosciuta, oggettivamente, da tutti. La verità, se c’è, è indipendente da noi.

Le nostre conquiste più personali e più preziose – quelle che tutti possono condividere – sono le meno nostre.

Anche a me è capitato di leggere Platone in questo modo – senza però considerare questa interpretazione un’idea “mia”.

L’articolo di Edelstein, che si trova su Jstor, è rigorosamente – e inspiegabilmente – ad accesso chiuso. Se non vi avessi offerto questo riassunto fazioso avrei anche potuto farvi credere che la mia lettura di Platone è “originale”. In questo sistema, essere quello che si fa finta di essere è molto più facile di quanto si immagini.

6 giugno, 2007

Gli scienziati pazzi

Dicevo, nel mio post precedente, che, quando si tratta di fare ricerca, perfino i professori delle istituzioni accademiche più illustri ignorano le norme vigenti sulla proprietà intellettuale. Nel caso di molti miei colleghi umanisti, questa trascuratezza è del tutto inconsapevole, perché le loro menti sono troppo assorte in pensieri elevati per occuparsi delle leggi prosaiche che regolano – e limitano – la diffusione dei loro scritti.

Ma non sempre succede così: i fisici, dal 1991, mettono i testi che vogliono condividere in un archivio elettronico ad accesso aperto, il celebre ArXiv, attualmente ospitato dalla Cornell University. E tengono tanto alla libertà del loro testi, da ribellarsi anche alle più potenti multinazionali dell’editoria accademica.

Perché i fisici si comportano così? Sono seguaci di una forma letterale di socialismo scientifico?

Niente affatto.

Kant, nell’introduzione alla Critica della ragion pura, diceva che una disciplina segue la via sicura di una scienza quando i suoi risultati sono cumulativi, e c’è un accordo fra coloro che la praticano. Di che cosa c’è bisogno perché questo avvenga? Semplicemente, che ci siano – e si sappiano usare – strumenti per rendere pubblici i risultati e per conservarne la memoria, e che sia possibile praticare la discussione per raggiungere un accordo. Oggi basta avere la rete, un bell’archivio centralizzato accessibile a tutti, e tanta voglia di discutere.

Per questo i fisici -perfino in Italia – praticano il comunismo della conoscenza senza essere socialisti. E’ una scelta ovvia, quando c’è una comunità scientifica che funziona.

Ma perché, allora, i miei colleghi umanisti, per lo più, non lo fanno?

Potrei dare una risposta veloce e cattiva a questo quesito: perché non fanno parte una comunità scientifica, o, per lo meno, appartengono a una comunità scientifica che non funziona.

E’ davvero così? Io posso basarmi solo  sulla mia esperienza, che vale pochissimo, perché è quella di una accademica minima. E raccontare qualche storia.

(continua)

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25 maggio, 2007

Copyright e copyriot

Qualche tempo fa ho preso parte come relatrice a un seminario presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, su un libro filosofico appena uscito.

I cinque relatori hanno ricevuto cinque fotocopie integrali del volume da discutere. Il comma 3 dell’articolo 68 della legge italiana sul diritto d’autore, che proibisce di fotocopiare più del 15% di un volume, è stato allegramente ignorato. Non sto rivelando un segreto imbarazzante: in qualsiasi università italiana si sarebbe fatto lo stesso.

 Di recente ho partecipato a un incontro organizzato dai collettivi. Fra i relatori c’erano i ragazzi del Copyriot Café di Padova, che offrono connettività wireless a un quartiere di Padova e permettono ai loro utenti di scaricare una intera biblioteca di testi digitalizzati – molti dei quali indispensabili per gli studenti universitari, costosi e sotto copyright. E’ del resto difficile, quando si studia, non inciampare in un copyright il cui termine – 70 anni dalla morte dell’autore – è divenuto spropositato, mentre lo stato della tecnologia di rete obbliga a riprodurre i documenti digitalizzati anche solo per leggerli.

I ragazzi di Copyriot sono consapevoli di trasgredire la legge. Ma sono anche consapevoli che la legge a cui resistono è generalmente assai poco rispettata: se, di fronte a un pubblico qualsiasi, si invitasse ad alzare la mano chi pensa di aver sempre osservato il copyright, quasi nessuno lo farebbe. Questa trasgressione avviene però di nascosto: per trasformarla in una questione politica, occorre compierla pubblicamente.

Come si può immaginare, gli è stato fatto notare che il loro comportamento li espone a sanzioni amministrative e penali onerose. Ma che cos’altro si potrebbe fare – hanno replicato -, in una situazione in cui i diritti di chi fa ricerca e di chi studia sono sistematicamente sacrificati agli interessi di chi lucra sul lavoro degli autori?

Quando si tratta di fare ricerca e di studiare, gli umanisti della Normale di Pisa e gli squatters di Copyriot violano allo stesso modo le leggi sulla proprietà intellettuale.

Ma basterà fare un passo avanti per accorgersi che la somiglianza si ferma qui.

(continua…)

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