Un futuro del secolo scorso: le riviste filosofiche italiane di serie A

Nei settori in cui non è possibile applicare l’analisi bibliometrica nella sua versione ministerale le ramificazioni dell’Anvur – la gerarchia incaricata di giudicare la ricerca italiana – hanno preparato o stanno preparando altrettante gerarchie di riviste, che avranno un peso nella valutazione del lavoro di ognuno. Antonio Banfi, in un articolo su ROARS, ha illustrato la natura arbitraria e le conseguenze oligopolistiche di questa scelta.  Qui mi limito a un controllo su una delle liste già note: quella delle riviste filosofiche italiane dell’area 11 poste in fascia A – eccellenti, ma di portata solo nazionale.

Il documento del gruppo di valutazione non riporta gli indirizzi dei siti web delle riviste. La lista qui sotto li contiene solo perché li ho cercati e aggiunti io.

Aesthetica preprint (il sito offre solo gli abstract)
Agalma (il sito rende accessibili solo alcuni articoli)
Annuario filosofico (accesso chiuso)
Antiquorum philosophia (accesso chiuso, autoarchiviazione concessa dopo un anno; a meno che l’autore non versi 1750 euro per pubblicare il suo articolo ad accesso aperto)
Archivio di filosofia (accesso chiuso, autoarchiviazione concessa dopo un anno; a meno che l’autore non versi 1750 euro per pubblicare il suo articolo ad accesso aperto)
Archivio di storia della cultura (accesso chiuso, con qualche anticipazione aperta)
Bioetica (accesso chiuso)
Bollettino del centro di studi vichiani (accesso chiuso)
Bollettino di storia delle scienze matematiche  (accesso chiuso, autoarchiviazione concessa dopo un anno; a meno che l’autore non versi 1750 euro per pubblicare il suo articolo ad accesso aperto)
Documenti e studi sulla tradizione filosofica medievale (accesso chiuso)
Elenchos (accesso chiuso)
Epistemologia (accesso solo a recensione e abstract)
Filosofia e questioni pubbliche (tutti gli articoli sono accessibili, ma la rivista non risulta registrata nel Doaj)
GALILAEANA: Journal of Galilean Studies (articoli accessibili solo dopo tre anni dall’uscita)
Giornale critico della filosofia italiana (accesso chiuso)
Humana.mente (tutti gli articoli sono accessibili, ma la rivista non risulta registrata nel Doaj)
Intersezioni (accesso chiuso)
Iride (accesso chiuso)
Lexia (accesso chiuso)
Medicina e morale (accesso chiuso)
Medioevo (accesso chiuso)
Micrologus (accesso chiuso)
Nuncius. Journal of the Material and Visual History of Science (promossa a internazionale perché passato alla Brill: accesso chiuso)
Paradigmi (accesso chiuso)
Physis (accesso chiuso)
Quaestio (accesso chiuso)
Rinascimento (accesso chiuso)
Rivista di estetica (accesso chiuso)
Rivista di filosofia (accesso chiuso)
Rivista di filosofia neoscolastica (accesso chiuso)
Rivista di storia della filosofia (accesso chiuso)
Sistemi intelligenti (accesso chiuso)
Studi di estetica (accesso chiuso, ma con alcuni testi liberi)
Teoria (accesso chiuso, ma con un archivio aperto degli articoli del 2005)
Verifiche (accesso chiuso)
Vs Versus (accesso chiuso)

Le riviste incluse nella lista sono di varia natura: alcune – quelle pubblicate da editori come il Mulino, Franco Angeli o Fabrizio Serra (il quale chiede ben 1750 euro per mettere un articolo ad accesso aperto) – sono accessibili on-line a pagamento; altre usano il web solo a scopo pubblicitario, come negli anni ’90 del secolo scorso. Anche i siti di queste ultime sono spesso vintage. Le riviste interamente accessibili sono solo due: i loro siti, però, non indicano una politica di licenze.  I loro contenuti sono dunque soggetti, consapevolmente o no, a un copyright pieno e non sono riproducibili senza permesso. In generale si ha l’impressione che ai filosofi l’uso pubblico della ragione in rete interessi sorprendentemente poco.

Gli esperti valutatori, ricordando che le loro classifiche hanno solo un valore provvisorio, scrivono(*) che le graduatorie saranno riviste sulla base di criteri quali:

2. La presenza in banche dati internazionali, come Web of Science di Thomson Reuters e Scopus;
3. La presenza nei grandi repertori internazionali online, come J-STOR o Project Muse;
4. L’indicizzazione nei più rilevanti strumenti bibliografici internazionali;
5. La presenza nelle maggiori piattaforme digitali italiane;
[...]
9. La varietà e l’ampiezza del bacino da cui sono stati ricevuti gli articoli pubblicati, e la diffusione territoriale almeno su scala nazionale, e preferibilmente internazionale;
[...]
13. La presenza di un buon sito internet.

Wos e Scopus sono database parziali, privati e a pagamento.  Wos è il nuovo nome del catalogo ISI. E anche Scopus appartiene a una multinazionale dell’editoria scientifica, Elsevier.  Ad accesso chiuso sono pure Muse e Jstor, sedicente archivio senza scopo di lucro criticato da più parti per i suoi prezzi incoerentemente alti. Se simili strumenti serviranno a calcolare gli indici bibliometrici, la valutazione della ricerca italiana dipenderà da dati chiusi, incompleti, generalmente inaccessibili, nelle mani di entità diverse dall’amministrazione pubblica e portatrici di interessi – di natura commerciale – non necessariamente convergenti.

Mentre i comuni si stanno rendendo conto che liberare i propri dati per il controllo e per l’uso dei cittadini è una forma essenziale di trasparenza, c’è un’amministrazione pubblica che si appresta a compiere un’operazione delicata come la valutazione della ricerca usando, o riservandosi di usare in futuro, dati per lo più chiusi e incontrollabili.

La Directory of Open Access Journals, un repertorio altrettanto internazionale, ma ad accesso aperto e gratuito, non viene neppure menzionata. Nella lista Anvur sopravvivono solo tre fra le riviste filosofiche italiane presenti nella sezione dedicata del Doaj: Doctor virtualis, Etica & Politica e Rivista Italiana di Filosofia del Linguaggio, ma miseramente in serie B (**).

Mi piacerebbe poter scrivere che gli esperti valutatori sono ostili all’accesso aperto e agli open data per partito preso. Non credo, però, che sia così: il requisito 13, che usa l’espressione “sito internet”  per indicare un sito web tradisce la tastiera di qualcuno che conosce soltanto Windows, usa la rete in modo passivo, e pensa – come suggerisce la formulazione del requisito 9 – a una circolazione dei testi ancora prevalentemente o esclusivamente cartacea. Che, dunque, ben difficilmente può rendersi conto di quanto l’accesso aperto lo aiuterebbe nelle sue ricerche, e di quanto sarebbe meno opinabile la sua stessa valutazione se fosse fondata su dati aperti e su una open peer review.

Chiedere un buon sito web sarebbe stato lungimirante nella prima metà degli anni ’90: ora suona senza rimedio arretrato ed espone alle lusinghe di qualche grande editore che offra la sua professionalità per costruire un “buon sito internet” ad accesso chiusissimo e costosissimo.

Sarebbe fuorviante scrivere che i criteri di classificazione delle riviste filosofiche dell’area 11 mettono un bavaglio alla filosofia, sopprimendo l’accesso aperto. Una simile operazione richiede una consapevolezza di cui il documento di lavoro non reca traccia. E’ più corretto dire che l’esercizio fa indossare alla filosofia una camicia di forza intessuta di dirigismo e di arretratezza tecnologica e comunicativa.  I valutatori sanno bene che la filosofia deve “aprirsi maggiormente alla comunità scientifica nazionale e internazionale”. Ma, a dispetto delle loro intenzioni, sembrano ignorare che i loro criteri, in parte deliberati e in parte imposti, soffocheranno nella culla ogni sperimentazione di nuove forme di pubblicazione e di discussione offerte dalla rete e renderanno la comunità filosofica italiana ancora più chiusa, eterodipendente e gerarchica.

 (*) Il link insiste su un pacchetto zippato che contiene alcuni pdf: quello citato si chiama GEV11_documento di lavoro.pdf.

(**) Il “Bollettino telematico di filosofia politica“,  incluso dal repertorio Doaj fra le riviste filosofiche, in Italia non appartiene disciplinarmente all’area 11, ma all’area 14. Le mie critiche, dunque,  non sono viziate da conflitti di interesse. Alla Società italiana di filosofia politica ho consigliato di indicare i requisiti generali di una rivista scientifica in modo che si possa verificarne la presenza caso per caso, piuttosto che comporre classifiche nominative dagli esiti  baronali e oligopolistici.

Se nella lista ci sono inesattezze e omissioni, vi invito a segnalarle nei commenti, in modo che possa correggerle.

12 Responses to “Un futuro del secolo scorso: le riviste filosofiche italiane di serie A”

  1. Mi spiace di commentare senza aver potuto (per questioni di tempo) sfruttare le segnalazioni in forma di link.
    Tuttavia vorrei dire che le osservazioni del post sono ampiamente condivisibili e mette in evidenza due questioni di fondo:
    a) arretratezza nella gestione dei criteri (per dirla in generale)
    b) arretratezza nell’approccio al nesso scienze umane-tecnologia, ma anche alla sola tecnologia informatica.

    Il che vuol dire, in definitiva, che il nodo cruciale è l’arretratezza in senso assoluto. Ed è molto preoccupante.

    • Sì, purtroppo questo è il punto. La valutazione della ricerca, fatta in questo modo, incoraggia a rimanere nelle proprie stanzette a scrivere articoli da sottoporre alle riviste di serie A, disinteressandosi del loro impatto sul mondo e rifuggendo da ogni sperimentazione. Rischiamo così di passare direttamente dalle oligarchie locali agli oligopoli industriali delle multinazionali dell’editoria. E di rimanere al chiuso, in una capanna o in grattacielo, mentre il dibattito culturale si sta spostando all’aperto.

      Passando di qui, segnalo un articolo di Guido Abbatista su un uso diverso, e più pertinente, delle liste di riviste: la valutazione della qualità editoriale e comunicativa dei contenitori, piuttosto che del loro contenuto scientifico.

  2. Ho appena linkato nel post un articolo di Paola Galimberti, pubblicato ieri, che spiega con grande chiarezza perché “l’Accademia italiana dovrebbe evitare di consegnarsi nelle mani di operatori commerciali rinunciando così al controllo sui propri dati”.

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