Monbiot: i latifondisti della conoscenza

Sul Guardian del 30 agosto 2011 è uscito un durissimo articolo dell’ecologista inglese George Monbiot dedicato ai “poteri feudali degli editori accademici”. Non dice nulla di particolarmente nuovo, ma lo dice con chiarezza, in un giornale che non viene letto solo da professori e bibliotecari.

Gli editori scientifici, scrive Monbiot, sono i “capitalisti più spietati del mondo occidentale”. Mentre Murdoch fa pagare una sterlina per 24 ore d’accesso a tutti gli articoli del Times, Elsevier addebita 31,50 dollari, Springer  34,95 euro e Wiley-Blackwell 42 dollari per ciascun singolo articolo. E non si creda di poter trovare gli articoli gratis in biblioteca: a causa dei costi astronomici degli abbonamenti, le biblioteche universitarie consumano il 65% del loro budget in riviste, e dunque, semplicemente, comprano meno libri. Mentre Murdoch stipendia i suoi giornalisti e redattori e le sue società producono i contenuti che vendono, gli editori scientifici sfruttano il lavoro, per loro gratuito, di ricercatori e revisori finanziati con fondi pubblici. L’oligopolio generato dal combinato disposto del copyright e dell’impossibilità, per le università, di disdire gli abbonamenti senza tagliar fuori i loro studiosi dal progresso della ricerca genera profitti astronomici. Quello di Elsevier, per esempio, è del 36%.

Gli editori sostengono che i loro prezzi sono dovuti agli alti costi di produzione e di distribuzione. Ma un’analisi della Deutsche Bank mostra che non è così. “Noi crediamo che l’editore aggiunga relativamente poco valore al processo di pubblicazione […] se questo fosse davvero tanto complesso, costoso e ad alto valore aggiunto quanto pretendono gli editori, non avrebbe un margine di profitto del 40%”.

Questo – prosegue Monbiot – “è puro capitalismo di rendita: monopolizzare un bene pubblico e poi imporre prezzi esorbitanti per usarlo”, o, detto meno gentilmente, “parassitismo economico“.

La situazione è ancora peggiore per i lettori non accademici e i ricercatori indipendenti, a cui viene negato il controllo diretto delle fonti: “Questa è una tassa sull’istruzione, un soffocamento dello spirito pubblico. E’ un’evidente violazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la quale dice che ‘ognuno ha il diritto di […] condividere liberamente il progresso scientifico e i suoi benefici’.”

Il movimento per l’accesso aperto non ha mantenuto tutte le sue promesse: nel 1998 l’Economist prevedeva che l’editoria elettronica avrebbe dovuto abituarsi a margini di profitto molto inferiori al 40%. Ma nel 2010 Elsevier ha ancora un profitto del 36%. Questo avviene, secondo Monbiot, per due motivi: i grandi editori hanno messo le mani sulle riviste a impatto più alto, decisive per le carriere accademiche, mentre molti stati non sono andati oltre fumose dichiarazioni di principio.

Che fare? Nel breve termine, conclude Monbiot, gli stati devono pretendere che tutta la pubblicazione scientifica pubblicamente finanziata sia inserita in database ad accesso aperto; nel lungo si tratta semplicemente di eliminare la mediazione, per creare una rete di archivi aperti, con un peer review indipendente e tutti gli strumenti semantici, bibliometrici e statistici che il Web 2.0 sta cominciando a offrire (per i dettagli si veda la slide 98 di questa presentazione di Björn Brembs).

Minima academica offre questa sintesi/traduzione in spirito di supplenza, in attesa che un giornale italiano paragonabile al Guardian pubblichi qualcosa di simile – su un tema che non ha il difetto di essere astruso, ma di non esserlo affatto.

Aggiornamento: chi desidera una traduzione integrale può ora trovarla qui, come segnalatomi da Brunella Casalini.

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